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la ceramica

La vicinanza con il Brenta è stata determinante per creare la fortuna economica di Nove e per delinearne il tessuto economico-sociale di "Terra di Ceramica". Oggi le ceramiche novesi sono famose ed apprezzate in tutto il mondo e rappresentano uno dei tratti distintivi dell'artigianato vicentino. Primo passo di questa lunga storia, culminata oggi con la nascita del Museo della Ceramica, fu un evento nell'anno 1719.

Giovanni Battista Antonibon stipulì un patto societario con Giovanni Maria Moretto per erigere un negozio di cristallina e usare i suoi mulini a Rivarotta (Angarano). Nel 1727 Antonibon, ottenuta l'esenzione ventennale dai dazi e il diritto di aprire una bottega a Venezia per la vendita dei suoi prodotti, riuscì a superare la manifattura dei Manardi con una produzione che verrà anche esportata. E' da allora che la ceramica di Nove, con le maioliche degli Antonibon, acquista forme, decorazioni, lo smalto e una dignità che caratterizzano lo "stile Nove".

Verso il 1751-52 vengono avviati inoltre i primi esperimenti per la lavorazione della porcellana che sarano coronati da successo nel 1762, con la concessione da parte del Senato degli stessi privilegi già ottenuti qualche anno prima dagli Hewelcke a Udine e poi a Venezia. La manifattura di Nove è tra le prime in Italia a produrre questo materiale tanto pregiato e ricercato e sarà una delle ultime a dover chiudere i battenti, nel 1825, dopo aver compiuto non pochi sforzi per fronteggiare la crisi economico-politica presentatasi con il nuovo secolo, con la caduta della Repubblica Veneta e con essa dei nobili richi acquirenti, con il passaggio dello Stato alla Francia e poi all'Austria e con i conseguenti aumenti di tasse e dei costi delle materie prime.

Nel 1786 un valido collaboratore degli Antonibon, Giovanni Maria Baccin, avvia la produzione della "terraglia ad uso inglese", un particolare tipo di ceramica, ottenuto con l'aggiunta all'argilla di una certa quantità di silice calcinata, che per la bianchezza della pasta, per la somiglianza con la con la porcellana e per il basso costo aveva causato un'inaspettata concorrenza ai ceramisti italiani. All'inizio dell'Ottocento, quando in tutta Italia molte fornaci di porcellane sono costrette a chiudere per la grave crisi politico-economica, è proprio la terraglia che permette ad alcune manifatture di sopravvivere e riprendere quota, ad altre di sorgere e prosperare.

Anche gli Antonibon rinunciano alla produzione di lusso della lavorazione della porcellana e si rivolgono ad una clientela più modesta, ma più vasta: la media borghesia, gli operai, i contadini. Gradatamente i pittori tralasciano i particolari, rinnovano i soggetti, inventano nuovi procedimenti per rendere più rapida l'esecuzione dei decori: lo "spolvero", la "mascherina", la stampigliatura "a merletto".

Verso la fine dell'Ottocento, soprattutto nelle frabbriche novesi degli Antonibon e dei Viero, vi è una ripresa della maiolica per la produzione di un genere che riprende le forme del secolo precedente, dall'accentuazione dei motivi ornamentali alle decorazioni floreali che invadono tutta la superficie disponibile, ma che è anche espressione del rinnovamento e dell'industrializzazione delle manifatture.

Il '900 si presenta con la grave crisi economica del periodo bellico che determina la chiusura di alcune delle vecchie fabbriche. Nel 1875 a Nove viene fondato l'Istituto d'arti per la Ceramica, per volontà dello scultore Giuseppe De Fabris. Nel 1942 si completa il processo di allontanamento dalle riproduzioni e ci si avvia alla produzione moderna vera e propria, libera dagli schemi del passato e dalla ripetizione dello stile 'anni 20'. Nasce così una generazione di artisti che fa dell'area bassanese e novese uno fra i centri più fervidi, non solo in Italia ma anche in Europa, della ricerca artistica contemporanea nel campo della ceramica.