| | | Mostre: periodo dal: 21/04/2006 al: 25/06/2006 |  | | Paolo Portoghesi Architetto | | Genere: Architettura | | Luogo: Vicenza | | Indirizzo: Vicenza Comune: VICENZA | | orari: Vedi dettaglio | | Località: Vicenza, Basilica Palladiana
PAOLO PORTOGHESI ARCHITETTO. Storia e Natura Omaggio a Palladio
Basilica Palladiana, Vicenza 21 aprile - 25 giugno 2006. Orario: 10.00 - 19.00; chiuso lunedi. Aperto il 25/4, 1/5 e 2/6.
Biglietti: 7 € intero, 5 € ridotto.
Curatori: Prof. Arch. Riccardo Cecchini, Arch. Petra Bernitsa, Dott.ssa Maria Ercadi.
Venerdi 21 aprile alle ore 17.30 presso il Teatro Olimpico di Vicenza cerimonia di inaugurazione della mostra con intervento di Paolo Portoghesi su "Palladio e Mozart". Esecuzione della Sinfonia n° 29 in La Maggiore di W. A. Mozart. Orchestra del Teatro Olimpico diretta dal Maestro G. De Lorenzo. Segue visita guidata alla mostra. Ingresso libero con prenotazione fino ad esaurimento posti, allo 0444/222147.
La mostra Paolo Portoghesi architetto, Storia e Natura Omaggio a Palladio, vuole mettere in luce la complessità dell’esperienza dell’architetto romano, attraverso un percorso riassuntivo dei suoi plurimi campi di attività: l’architetto, lo storico, il teorico, l’ animatore e il fotografo. Architetto e storico militante, che riesce a coniugare, attraverso un processo di fertilizzazione incrociata, immagini lontane e vicine nel tempo, a volte fortemente contraddittorie ma sempre in armonia con il paesaggio, nel segno di un equilibrio raggiunto, di una nuova alleanza fra architettura e natura.
Nella sua architettura ripropone la persistente validità degli archetipi in una visione generale che deriva dall’incontro tra Storia e Natura e dal continuo dialogo fra tradizione ed innovazione. Nelle sue architetture realizzate e non, dalla casa Baldi (1959) alle case di Tarquinia (1981), dalla Moschea di Roma (1974) alla Moschea di Strasburgo (2000), dalla piazza Leon Battista Alberti a Rimini (1990) alla piazza di Abano Terme (1996), dal teatro di Cagliari (1965) al teatro di Catanzaro (1988), dalla Chiesa di Salerno (1969) alla Chiesa di Terni (1997), dalle Torri di Pietralata per lo SDO di Roma (1996) a quella più recente di Shangai (2006), agli oggetti di design realizzati da Cleto Munari, emerge l’uso creativo degli archetipi, che esprimono nel campo dell’architettura la dimensione collettiva come efficace antidoto contro l’arbitrio individualistico e l’esasperazione dei processi di cambiamento privi di motivazioni profonde.
Dai suoi libri dedicati a Roma Barocca (1966), a Borromini architettura come linguaggio (1967) a Dopo l’architettura moderna (1980), a I grandi architetti del Novecento (1998), a Natura e Architettura (1999), alla didattica militante, dalla mostra La presenza del passato, prima biennale internazionale di architettura di Venezia del 1980, alla mostra di Natura e Architettura a Pechino, Shangai (2000), ai documentari didattici, traspare il suo metodo creativo che consente la lettura e la comprensione delle strutture fantastiche della natura, rispettandone l’origine «libera», che nasce dalla comprensione del caso, del movimento infinito, del caos e dell’ordine.
Viaggiatore instancabile, ha scattato innumerevoli fotografie che svelano il suo pensiero di scrivere con la luce, e la sua passione per le linee e le forme degli esseri viventi. Animatore culturale che attraverso la sua rivista Abitare la terra combatte contro l’idea anacronistica di progresso inteso come “sviluppo illimitato”, sostenendo il dialogo fra tradizione e innovazione a favore della lenta e complessa stratificazione di saperi locali e di valori sociali, simbolici ed estetici, propri della teoria contemporanea della sostenibilità e dell’etica della responsabilità. Un ritratto a tutto tondo di un architetto dalla personalità poliedrica, dove l’architettura della memoria è la sua ragione di vita mentre la natura è la sua grande maestra.
La mostra oltre ad offrire un percorso tematico sulla qualità architettonica italiana e internazionale, offre anche una nuova chiave di lettura del rapporto che intercorre tra l’architettura e la natura sia nei termini del debito cognitivo dell’uomo verso il suo ambiente, sia come ricerca operativa di forme e modalità architettoniche eco-compatibili. Si tratta, quindi, di un messaggio che ben si inserisce nella divulgazione della cultura progettuale italiana e della tutela dell’ambiente, che rappresenta anche un contributo originale sul tema dell’ecologia.
Le aree tematiche previste nel percorso espositivo della mostra di PAOLO PORTOGHESI ARCHITETTO Storia e Natura Omaggio a Palladio sono: 1) Lo storico, il teorico, l’animatore. Saranno esposti i libri con un corredo di rilievi di celebri monumenti; le riviste di architettura dirette da Portoghesi («Controspazio», «Eupalino», «Itaca», «Materia», «Abitare la Terra»); saranno inoltre rievocate le mostre più significative e in particolare “La Presenza del Passato” del 1980 con cui si inaugurò la Biennale-Architettura.
2) Architettura e Natura, verso la Geo-architettura. Verrà illustrata l’analogia strutturale tra gli archetipi della architettura e le opere architettoniche.
3) Architettura e Storia - contro l’amnesia. Attraverso immagini accoppiate verrà illustrato il legame con la tradizione attraverso la nozione di “Genius Loci”.
4) Omaggio a Palladio. Illustrazione di una serie di opere progettate per il Veneto, basate sulla eredità palladiana tradotta nel linguaggio moderno.
5) La riscoperta della decorazione e Microarchitetture come oggetti d’uso. L’intermittente rapporto della decorazione con la modernità. Oggetti e design (vetri, ceramiche, gioielli).
LE TEMATICHE DELLA MOSTRA NATURA E STORIA Il tema principale della mostra è la fertilità di una architettura che tragga ispirazione dagli insegnamenti della natura e della storia. Portoghesi ha dedicato la sua vita allo studio e alla ricerca di un linguaggio architettonico aperto alla innovazione, ma profondamente radicato nei luoghi e nelle tradizioni. Del suo duplice impegno nella storia e nella composizione Giulio Carlo Argan scriveva nel 1967: “Pone il rapporto di arte e critica come rapporto di ipotesi e verifica, soltanto che l’ipotesi è la critica, la verifica l’arte. L’ipotesi verificata si fa il vuoto davanti, esige una nuova ipotesi, pone la necessità, dunque il dovere del fare. Il metodo storico di Portoghesi non consiste nella operazione, relativamente facile, di trovare Palladio in Aalto o Borromini in Wright, ma nella operazione inversa e più difficile, di trovare Aalto in Palladio e Wright in Borromini; ergo nel dimostrare che, dati Palladio e Borromini non possono non esserci Aalto e Wright e quello che viene dopo, fino all’impegno morale personale dello storico. Si entra così in un ordine di necessità, lo stesso per cui lo storico non può non essere anche un politico; la politica non è la premessa ma la necessità etica dell’impegno sul piano operativo dell’arte.” mparare dalla storia attraverso la comprensione dei luoghi, è il motivo ispiratore della prima fase della attività didattica e teorica di Portoghesi che nel 1968, giovanissimo preside della facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, in preda alla contestazione, teneva un corso sulle “Architetture Parallele” in cui ogni lezione era dedicata a una coppia di architetti, uno del passato uno della modernità per dimostrare la continuità dialettica della architettura occidentale. Negli anni novanta del secolo scorso Portoghesi, con il libro “Natura e Architettura” elabora l’ipotesi teorica di una integrazione tra storia e natura individuando gli archetipi architettonici come elementi di permanenza che attraversano la vicenda degli stili. Derivando dalla esperienza diretta della natura da parte dell’uomo agli albori della civiltà, gli archetipi consentono all’uomo moderno la ricerca fruttuosa di un nuovo fondamento della disciplina, fedele all’ideale di una architettura pensata e costruita per migliorare la vita degli uomini. Anche sul piano progettuale, nel 1986, con il teatro Puccini a Torre del Lago, Portoghesi propone un organismo in legno lamellare basato sulla pervasività della “piega”, anticipando una tendenza oggi assai diffusa. Reagendo polemicamente alle tendenze irrazionalistiche degli anni a cavaliere del 2000, in cui spesso si esprime una selvaggia vitalità incline all’amnesia e alla “autoreferenzialità”, Portoghesi propone nel 2005 la necessità di una Geo-Architettura, una “architettura della responsabilità” che, conscia della suo ruolo di braccio secolare della politica nel processo di rapina che caratterizza oggi il rapporto dell’uomo con la sua, inverta la sua direzione di sviluppo e si impegni a costruire tra uomo e ambiente una Nuova Alleanza.
OMAGGIO A PALLADIO L’allestimento della mostra all’interno della basilica rende omaggio a Palladio evocando l’organismo della chiesa veneziana del Redentore con pareti curve fatte di tubi di cartone che simulano le canne dell’organo. Si è voluto così sottolineare la fiducia del Palladio nella coincidenza tra armonie musicali e architettoniche e nello stesso tempo alludere a una architettura non finita ai confini tra il visibile e l’invisibile. Una serie di pannelli al centro dell’apposito spazio illustrano opere recenti di Portoghesi realizzate nel Veneto (La Biblioteca Civica e il Parco Termale di Abano; la Università di Treviso; il municipio di Tregnago; la chiesa del Cimitero di Cesena; la nuova Azienda Agricola di Ca’Tron, ispirate alla disciplina Palladiana, che indagano la logica del timpano spezzato verso il basso, tema caratteristico della giovinezza del maestro, la composizione bipolare e la configurazione abbracciante delle barchesse che ha influenzato la cultura barocca romana inaugurando il grande tema dell’abbraccio. In una saletta, alla quale si accede dalla prima rampa della scala di accesso verranno proiettati in ciclo continuo filmati riguardanti le opere e la attività culturale dell’architetto.
LAVORARE PER LA CULTURA Prima ancora di laurearsi, nel 1957, Portoghesi pubblica il primo dei suoi libri, una piccola monografia dedicata a Guarino Guarini (1956) e nel 1958 comincia a insegnare, prima nella scuola di specializzazione per il Restauro dei monumenti e poi nella facoltà di Architettura di Valle Giulia, in un corso di Letteratura Italiana che sarà frequentato da architetti come Sandro Anselmi, Francesco Cellini, Renato Nicolini, Franco Purini, Sergio Petruccioli, destinati a diventare protagonisti della cultura architettonica romana. Nel 1967 vince la cattedra di Storia dell’Architettura e si trasferisce a Milano nella facoltà di Architettura del Politecnico della quale diventerà preside nel 1968, impegnandosi nella sperimentazione di una didattica basata sulla ricerca. Nel 1977 ritorna a Roma dove insegna Storia dell’Architettura e Progettazione urbana dal 1995 in poi. Come primo direttore del settore architettura della Biennale di Venezia, realizza il Teatro del Mondo progettato da Aldo Rossi e la prima edizione Mostra Internazionale di Architettura intitolata La Presenza del Passato. Nelle Corderie dell’Arsenale utilizzate per la prima volta come spazio espositivo, viene costruita la celebre “Via Novissima” con facciate progettate da Ricardo Bofill, Frank O.Ghery, Studio G.R.A.U, Michael Graves, Hans Hollein, Joseph Kleihues, Rem Koolhaas, Leon Krier, Arata Isozaki, Charles Moore, Franco Purini, Massimo Scolari, Robert Stern, Stanley Tigerman, Oswald Mathias Ungers, Robert Venturi. Il travolgente successo della mostra, di cui si parla ormai in molte storie dell’architettura moderna, come di un momento di svolta per l’architettura, ne determina il trasferimento prima a Parigi nell’ambito del Festival d’Automne e successivamente a San Francisco a Fort Mason. La moglie di Portoghesi, l’architetto Giovanna Massobrio fonda nel 1885 la Galleria Apollodoro a Roma, in piazza Mignanelli dove vengono esposti oggetti disegnati dai maggiori architetti di tutto il mondo. Nella Galleria oltre a concerti e dibattiti si svolgono una serie di mostre di grande richiamo, con allestimenti che ripropongono il rapporto pittura architettura. L’attività di storico e teorico e di organizzatore culturale è documentata nella mostra dai libri esposti nelle vetrine e da un ciclo continuo di proiezioni con immagini della via Novissima, delle mostre di Apollodoro e di alcune scenografie realizzate in occasione di spettacoli teatrali e televisivi.
DISEGNARE PER ABITARE Parallelamente alla attività di architetto Portoghesi ha progettato mobili e oggetti di produzione industriale o artigianale. Per la casa Baldi (1959 – 61) l’architetto ha disegnato tutto l’arredo realizzato in ferro battuto e legno curvato. Per Achilli ha disegnato il divano Liuto, una serie di tavoli, la poltrona “Elica” e la “Torre Astrusa”, per Cleto Munari una serie di posate di vasi, di Candelieri, di orologi, per Apollodoro, oltre alla scrivania Rabirio e la lampada “Liberty”, una serie di candelieri e di “Tempietti” realizzati al tornio, per la Alessi, oltre ai candelieri Achphat e Tlemcen, uno dei servizi della serie “The and Coffee Piazza”. Per la Swid Powell di New York ha disegnato un servizio di piatti in porcellana, per la Richard Ginori piatti e fruttiere, per la Swatch due orologi. Per la Meccani ha disegnato le credenze, “Convesso”, “Auguraculum” e “Prospettico”, per la Lippiello-Travertino Romano tavoli, lampade, fontane in travertino marmo e alabastro, per l’Atelier Sedap una serie di applique e lampadari in gesso. Recentemente ha disegnato una serie di ceramiche per la ditta Moretti di Deruta sul tema della geometria frattale; una serie di bicchieri e un servizio di piatti per la Ritzenhoff, la maniglia Icaro per Olivari. Introducendo il libro “Simpatia delle cose” di Giancarlo Priori Christian Norberg Schulz scrive : “Un filosofo è guidato da un unico pensiero, dice Heidegger. Anche un vero artista è guidato da un unico pensiero, o forse dovrei dire da un’unica visione. I lavori di Paolo Portoghesi lo confermano. Difatti fin dall’inizio essi sono stati caratterizzati dall’uso di una particolare classe di forme, o, piuttosto, da un unico principio formale. A prima vista non è facile individuare quest’ unica visione; i lavori di Portoghesi sono infatti diversi tra loro e sembrano essere il frutto di invenzioni sempre nuove. Dopo una indagine più approfondita, però, le loro affinità fondamentali si evidenziano e assumono così un’importanza reale. Ciò che sembra strano e perfino capriccioso, appare di colpo quale variazione su uno stesso tema, come condensazioni o dilatazioni che generano forti legami di continuità ambientale. Cosa è, dunque, la visione di Paolo Portoghesi? L’elemento costituente di tutte le sue scelte compositive è la linea. I suoi lavori non consistono principalmente in volumi e spazi, ma in fasci di linee che si uniscono e si separano, si aprono a ventaglio e si ricongiungono, si curvano e si raddrizzano, si tendono e si innalzano. Spesso descrivono o generano superfici in modo che la forma costruita sembra consistere in numerosi strati relativamente indipendenti. A volte queste superfici si avviluppano a formare degli elementi tubolari che poi vengono nuovamente trattati come fasci di linee. Di solito le linee non sono generate dalla geometria, ma possono essere combinate secondo schemi geometrici. Viene così creata una sottile interazione tra ordine e libertà.”
IL DISEGNO E L’IDEA Il modo di disegnare di Portoghesi, quasi sempre caratterizzato dall’uso della penna e da un tratto rapido e deciso, trascrive stenograficamente il pensiero architettonico nel suo percorso autocritico. Come forma di avvicinamento a una idea nascosta nella mente che aspira alla visibilità e alla concretezza il disegno utilizza la casistica esplorando soluzioni diverse unite però da un denominatore comune che gradualmente porta alla identificazione della forma “giusta”. È negli anni ottanta che inizia la serie di centinaia di taccuini in cui si può rintracciare una linea di ricerca che oscilla tra Storia e Natura, tra memoria e innovazione e non di rado indugia in modo ironico sulla ambiguità della forma e sulla relatività delle analogie. I disegni originali raccolti negli album esposti nelle vetrine, quegli album rilegati che hanno fatto negli ultimi tempi la fortuna dei rilegatori veneziani e dei negozi di souvenir, mostrano la predilezione dell’architetto per la carta ruvida, fatta a mano, che consente alla penna di scavare i suoi segni su una superficie morbida e rugosa. Uno schermo al plasma passa in rassegna i disegni più significativi che si potrebbero vedere solo sfogliando i taccuini o rovistando nell’archivio dello studio di Monte Menutello. Disegnare e progettare, entrambi sono due atti creativi e conoscitivi che si svolgono per Paolo Portoghesi in complementarietà, come una danza di parti interagenti. I disegni di Paolo Portoghesi custodiscono la genesi e la metamorfosi delle sue architetture abbracciando mondi passati, presenti e futuri. I suoi disegni comunicano la ricerca paziente e creativa di una gestualità carica di storia e memoria di intuizione e immaginazione. Nel suo metodo progettuale nulla va inteso in isolamento. Le sue prospettive color seppia, rigorosamente all’altezza dell’occhio, sono indagini e sintesi del perché si decide una cosa e del come la si realizza in armonia con la terra. Dai suoi taccuini emerge il non-finito come condizione dell’essere e del fare umano. I suoi tratti di penna o di matita hanno il nerbo delle forme viventi, la consistenza della materia, la dynamis di membri della costruzione. Linea e colore non sono in opposizione ma fanno emergere il rapporto tra il visibile e l’invisibile, racchiudono il carattere rammemorante delle sue opere.
VIAGGIARE E RICORDARE L’uso della macchina fotografica come strumento di misura e di analisi del fatto architettonico fa parte delle “passioni” di Portoghesi che iniziò a fotografare Borromini da quando suo padre gli fece dono, per il suo diciottesimo compleanno, di un apparecchio Rolleiflex. Da allora, dopo una Linhof 6x9, una Rectaflex, una Leica, una Contax, una Minolta, una Nikon, una Kodak, Portoghesi è approdato alla Canon digitale che lo accompagna in tutti i suoi viaggi in giro per il mondo: dall’Australia all’Europa percorsa per ogni dove, alla Cina, al Giappone, alla Palestina, a Israele, all’Arabia Saudita, alla Giordania, agli Stati Uniti, all’Argentina, al Perù, al Venezuela, al Brasile. L’archivio fotografico raccoglie ormai più di centomila scatti e documenta non solo architetture ma anche paesaggi e soggetti naturali perché da anni l’architetto fotografa l’architettura anche in funzione delle analogie con il mondo naturale e la natura anche in funzione delle analogie con le costruzioni e gli oggetti realizzati dall’uomo. Una sequenza di immagini fotografiche sono proiettate in ciclo continuo su uno schermo al plasma per dare ai visitatori una idea dell’immaginario architettonico e paesistico che permea l’architettura illustrata nei pannelli e nei plastici.
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