| La sua prima opera, "Libera nos a Malo", del 1963, è ormai considerata dalla critica uno dei maggiori libri del secondo novecento italiano. Scrittore della memoria e della rievocazione del tempo dell'infanzia, Meneghello ha un carattere stilistico del tutto personale, poiché utilizza nei suoi libri una sorta di "patois" dialettale con il gusto del grottesco e dello scavo linguistico- filologico e con frequenti innesti di neologismi ed elementi gergali. Del 1964 è il romanzo "Piccoli Maestri", che narra le vicende di un gruppo di partigiani-antieroi vicentini, tra cui lo stesso autore (il libro usci' in edizione riveduta nel 1976). Altre sue opere sono: "Pomo Pero" (1974), "Fiori Italiani" (1976), "Bau-sète" (1988), "Il Dispatrio" (1994) che riferiscono sempre frammenti della memoria e della vita quotidiana vissuta dall'autore.
Da "I Piccoli maestri" fu tratto nel 1998 un ottimo film per la regia di Daniele Luchetti, interpretato tra gli altri da Stefano Accorsi. Nell'autunno del 1943 Gigi (Stefano Accorsi), Lelio, Enrico, Bene e Simonetta, studenti universitari, si improvvisano combattenti e partono per l'altopiano di Asiago per unirsi ai partigiani. Simonetta, la ragazza di Enrico che anche Gigi ama, rimane a Padova a combattere una diversa guerra contro lo stesso nemico.
Le loro sono le gesta di un gruppo di giovani pieni di speranze nutrite dai libri di testo, ancora fedeli agli ideali mazziniani, sicuri di dover respingere l'oppressore, ma privi della benchè minima esperienza pratica, decisi e confusi al tempo stesso, intenzionati ad opporsi alla retorica prima ancora che al nemico. Il loro è un percorso di crescita forzata attraverso la morte e la sofferenza, la paura e la perdita dei propri compagni, ma anche le piccole gioie della vita, l'amicizia, gli scherzi, l'amore.
La lavorazione del film durò undici settimane, tra Padova, il bellunese e l'altopiano di Asiago. 3.500 le comparse impiegate ed un lavoro meticoloso e difficile nella ricostruzione e nel reperimento di mezzi ed armamenti originali del periodo, provenienti per lo più da collezionisti privati e dall'Esercito Italiano. Ma Luigi Meneghello ha scritto anche numerosi saggi che contengono sempre elementi autobiografici e di studi sulle tradizioni dialettali: "Jura" (1987), "Maredè Maredè" (1991). Altri titoli: "Promemoria" (1994), "Il Turbo e il Chiaro" (1996), "La materia di Reading e altri reparti" (1997). Due volumi con le sue opere complete, a cura di F.Caputo, sono stati pubblicati da Rizzoli, che ha riproposto anche diversi suoi singoli libri. A Meneghello é stato recentemente assegnato anche il prestigioso premio Piero Chiara alla carriera. Secondo la giuria del premio Piero Chiara, l'autore di "Libera nos a Malo" è uno dei più originali autori italiani del secondo dopoguerra, capace di unire il racconto della vita di un tempo con la sperimentazione lessicale e linguistica.
Luigi Meneghello é scrittore da sempre assai legato alla sua terra d'origine. Ha raccontato molti episodi legati alla sua terra, svelando come sono nati i libri con i quali ha fatto conoscere a migliaia di lettori le irresistibili cronache del suo paese. "Quando mi sono messo a scrivere il mio primo libro, (Libera nos a Malo- ndr) dice l'autore in un'intervista, ho passato dei mesi in convulsioni di riso".
"Era come se uno mi raccontasse quello cose che io poi valutavo sulla base di quanto mi divertivano. Mia moglie mi sentiva ridere nello studio e quando anche venivo fuori con una pagina perché me la ricopiasse. Sì, è Katia che scrive a macchina, io invece scrivo con... il pennino d'acciaio e uso il calamaio. Faccio molta fatica a trovarli. I calamai, specialmente, sono ormai rarissimi. E poi mi macchio con l'inchiostro... Certo, se quello che scrivo non mi diverte e non mi fa ridere, mi sembra quasi che non sia nemmeno scritto. Ma quando una cosa mi viene bene allora esco dallo studio e vado da Katia e gliela leggo. Però qualche volta lei non ride, dice che non è poi così divertente..."
Luigi Meneghello si è scoperto scrittore, anzi "uno che scrive dei libri", come si definisce lui, in Gran Bretagna, quasi sedici anni dopo essere giunto a Reading, nel 1947, con una borsa di studio del British Council. Era appena laureato, voleva studiare filosofia contemporanea inglese . Ci doveva restare soltanto dieci mesi e "invece un bel giorno mi è arrivata una letterina del rettore dell'università di Reading" racconta. "Mi offriva un posto per insegnare certe cose italiane, sussidiarie allo studio della letteratura inglese, come il Rinascimento, per esempio. Così, dall'ottobre del 1948, mi sono trovato impiegato all'università". |