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No al sabato
A cura di Adalberto Scemma
"Un calcio senza la Tv fatica a esistere ma un calcio soltanto televisivo non ha ragione di essere". Parola di Sergio Gasparin, amministratore delegato del Vicenza, capocordata tra quanti si sono opposti all'anticipo della B al sabato pomeriggio. Una serie B sempre più alla mercè delle grandi, avvilita e svilita, "spalmata", frazionata, smembrata, compressa. Il tira e molla che ha portato alla ri-discussione in Lega del progetto, al di là di un esito comunque devastante ai fini della compattezza, ha confermato una volta di più la sostanziale fragilità di un blocco -quello delle società di B- in piena crisi di identità, escluso di fatto dal business televisivo e incapace (al di là delle reiterate istanze demagogiche) di ritagliarsi uno spazio effettivo nel gorgo di una programmazione ormai dimensionata sulle esigenze del Grande Calcio. Il che avvalora l'ipotesi di un futuro sempre più precario, pesantemente condizionato dalle scelte di Sky ("La serie B non ci interessa", parola di Murdoch) in uno scenario in cui appaiono ininfluenti le richieste dei tifosi.
Sergio Gasparin

Quale proiezione, dunque, per il campionato cadetto ? Il fatto stesso che la Lega si sia trovata a discutere sull'opportunità o meno di cambiare (per l'ennesima volta) le regole in corsa la dice lunga sul clima di incertezza, e di inquietudine, che aleggia comunque sulla serie B. Perchè se è vero da un lato che il campionato deve necessariamente differenziarsi dalla serie A per diventare un prodotto più appetibile per gli sponsor e per le Tv, è altrettanto vero che un nuovo format -scontata la sua definitiva applicazione sin dal via della prossima stagione- può rivelarsi per il calcio della cadetteria un autentico boomerang.

La frase di Gasparin citata in apertura innesca una implicita considerazione: la presenza del pubblico allo stadio, una presenza viva, pulsante, "energetica", è essenziale per la sopravvivenza del calcio. Un calcio privato della sua componente di passionalità da esprimere in diretta, in tempo reale, in coincidenza e in sintonia con il gesto tecnico, diverrebbe in breve, automaticamente, "altro da sè". Basti pensare all'assenza, per i calciatori che si fronteggiano in campo, di quell'apporto adrenalitico che soltanto il calore del pubblico, il cosiddetto tifo da stadio, autorizza e alimenta.

Difficile ipotizzare una soluzione in chiave di ottimismo. Al di là di qualsiasi valutazione contingente -i diritti degli abbonati in primo luogo, sia quelli presenti sugli spalti che quelli televisivi- il problema vero riguarda proprio il ruolo della tifoseria, in ipotesi sempre più sfumato per non dire (quasi) del tutto vanificato. Il che renderebbe irreversibile quel processo di scollamento che il calo degli incassi al botteghino ha da tempo evidenziato.

Parere contrario ? Enrico Preziosi (un colpo al cerchio e due alla botte) sta dalla parte di Galliani, fautore di un calcio marcatamente televisivo, ma sposa al tempo stesso le istanze di una superimbufalita tifoseria genoana. Più esplicita la posizione di Alessandro Gaucci: "I vantaggi della B al sabato ? Maggiore visibilità e quindi maggiori attenzioni da parte delle tv e delle grandi della serie A, alla ricerca di giovani da valorizzare". Un ruolo di vetrina, o di serbatoio, o di mercatino calcistico, dunque, per un campionato cadetto destinato a diventare in proiezione, paradossalmente, una sorta di reality show televisivo in un contenitore desertificato.


20/10/2004

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