| "Sogno di entrare allo stadio, di giocare e fare gol. Sogno di tornare nel Vicenza e nella nazionale. E il Mondiale del 2010. Ci penso tutti i giorni". Con queste significative parole Julio Gonzalez, calciatore paraguayano del Vicenza, ha accolto la consegna del premio "Giacinto Facchetti, il bello del calcio", istituito in memoria del campione nerazzurro. Gonzalez, come si ricorderà, rimase vittima lo scorso 22 dicembre di un gravissimo incidente stradale lungo la A4 al rientro dalla cena di Natale della squadra che lo ha costretto alla amputazione di un braccio. Alla cerimonia, che si è svolta all'auditorium Dino Buzzati di Milano, hanno partecipato i principali protagonisti del calcio di ieri e di oggi, i giocatori della "Grande Inter" di Facchetti e i familiari del terzino nerazzurro. Gonzalez, scelto dalla giuria composta da Gianfelice Facchetti, Gianni Petrucci, Carlo Verdelli, ha ricevuto una scultura in bronzo di Stefano Pierotti e un assegno di diecimila Euro che verranno devoluti in beneficenza a un ente indicato dal giocatore. Per il Vicenza Calcio ad accompagnare il bomber nella sua testimonianza umana e sportiva davanti alla platea d'eccezione, il figlio del Presidente biancorosso Dario Cassingena, il Direttore di Gestione Paolo Bedin e il responsabile dell'Area Legale Andrea Fabris.E intanto per realizzare il suo sogno, Gonzalez si allena. Com'è la sua giornata? "Tutte le mattine ho un'ora e mezzo di fisioterapia. Il pomeriggio mi alleno con la squadra: il lavoro fisico con i compagni, quello tattico no perché non posso avere scontri di gioco. Però cross e tiri in porta li faccio tranquillamente." |  
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| "Quando sono uscito dall'ospedale avevo giorni no, in cui mi sentivo un po' giù moralmente, ma adesso sto benissimo perché ho sempre qualcosa da fare. E poi da agosto, quando ho cominciato la rieducazione, i progressi del braccio destro li vedo: apro e chiudo la portiera della macchina, infilo la chiave nella porta di casa, tengo in mano il bicchiere, bevo il caffè, uso il telecomando e cambio i canali. Certo fare la doccia, vestirmi, mangiare da solo sono operazioni ancora impossibili senza l'aiuto di mia moglie. "Sei il terzo figlio" mi dice Maria Lourdes ed è contenta di potermi aiutare. Fabrizio è piccolino, ha 2 anni e non ha capito quello che mi è successo. Invece Maria Paz, che ne ha appena compiuti 5, ha reagito benissimo sin dall'inizio: le abbiamo spiegato e non si è spaventata nemmeno quando mi hanno amputato il braccio. Vede la mamma che mi aiuta e lei fa lo stesso. La mia mamma, invece, ha pianto tanto quando mi ha visto. Lei che per 18 anni mi ha messo cerotti per ogni graffio, non ha resistito. Però ha capito subito che non era cambiato nulla: un pezzo di corpo se n'era andato, ma io ero quello di sempre". La protesi è una bella conquista? "Si, mi sento meglio. Prima, quando la manica sinistra era vuota, era normale che la gente si girasse a guardarmi, adesso invece passo inosservato e questo mi aiuta moltissimo. E poi così maglione e felpa mi stanno meglio addosso. Al centro protesi Inail di Budrio hanno fatto un bel lavoro: ho la protesi estetica per andare in giro; quella mioelettrica, con sensori che permettono alla mano di aprirsi e chiudersi, che uso a casa perché è più funzionale; la terza è una specie di cuffia, più che altro una protezione del moncone, che mi serve per allenarmi". E' difficile correre senza l'aiuto delle braccia? "Sì, mi sono reso subito conto che non correvo più come prima, ho dovuto imparare a conoscere la nuova situazione del mio corpo. Ma il corpo è eccezionale, si adatta a tutto. Adesso non ho problemi e faccio quello che fanno i miei compagni". Il Vicenza le ha rinnovato il contratto sino al giugno 2007 e le ha proposto anche un ruolo di osservatore. Cosa ne pensa? "Quando mi sono svegliato dall'incidente in ospedale, ho trovato il presidente Cassingena davanti al letto che mi ha detto: "Guarda che tu tornerai a giocare con noi". Ho capito che non mi avrebbero lasciato mai solo ed è così. La società mi è molto vicina. Durante la settimana mi alleno e quando i compagni giocano vado a vedere, con Massimo Paganin, le partite degli avversari. Potrebbe essere il mio nuovo lavoro se non riuscirò a tornare in campo". Si è dato scadenze? "No, succederà quando mi renderò conto di essere pronto. Spero sia prima della fine di questo campionato, altrimenti sarà più avanti, all'inizio della prossima stagione. Penso a quello che mi ha detto Zanardi quando è venuto a trovarmi in ospedale. Abbiamo parlato per un'ora e mezzo. Ho visto la forza che aveva, la semplicità. Se lui è tornato a guidare avendo problemi più grossi dei miei, posso farcela anch'io. Perché per correre in macchina le gambe ci vorrebbero, mentre per un calciatore in fondo il braccio non è indispensabile". E' passato quasi un anno da quella notte che le ha cambiato la vita. Quanto è cambiato Julio? "Non me la prendo più facilmente, prima scattavo subito, mi innervosivo anche per cose da poco. Ora sono più calmo, più tranquillo. Prima di arrabbiarmi ci penso due volte. Anche con i bambini, anche con mia moglie. La vita è la stessa: la famiglia, i compagni, gli allenamenti. Più che la mia vita sono cambiato io". Ma il bello di Facchetti erano anche gli ideali, come la solidarietà. Che negli ultimi mesi di vita espresse anche a Gonzalez in un telegramma in cui lo esortava a vincere la sua partita. Un messaggio che lui, l'attaccante paraguaiano, ha colto al meglio: "Il mio incidente non è stato così grave - dice prima di ricevere il premio - perché mi ha fatto capire che la vera bellezza del mondo è la vita. In ospedale c'era gente che stava peggio di me, ma era sempre in grado di regalarmi un sorriso. Ora anch'io posso dare messaggi belli a chi ne ha bisogno". |