| Pellegrini ha rappresentato un mondo di incantata favola in cui tanto l'evento mitologico o classico, quanto quello tratto dal Vecchio e dal Nuovo Testamento vennero sempre recitati dai suoi protagonisti con appassionata bravura. Era un mondo immaginario, sereno e festoso, che poche volte ha contatto con la realtà, ma sempre in chiave teatrale e musicale: una fantasia zampillante in una giocosità senza tregua. Partendo dall'opera di Gian Antonio Pellegrini la mostra "Capolavori che Ritornano" affronta il mito di Venere e Amore attraverso un percorso espositivo che si sviluppa dagli affreschi e gli stucchi cinquecenteschi di Palazzo Thiene alla pittura del settecento veneto. Palazzo Thiene è un nodo cronologico e stilistico determinante per comprendere la storia delle arti figurative intorno alla metà del XVI secolo. Gli affreschi e gli stucchi che decorano le sale, realizzate in un paio d'anni dagli stuccatori Alessandro Vittoria a Bartolomeo Rodolfi e dai pittori Bernardo India a Anselmo Canera, hanno per argomenti episodi della mitologia antica tratti dalle Metamorfosi di Ovidio, dall'Asino d'oro di Apuleio, dall'Eneide di Virgilio. In queste storie di prodigi, di avventure e di gesta eroiche, Venere e Amore è uno dei temi che trova abbondante numero di "precedenti". Numerose sono le opere in mostra del settecento veneto che trattano il tema "Venere e amore", tra questi: "Venere con Cupido" di Nicolò Bambini , "Venere, satiro e putti" di Francesco Fontebasso, "Venere con colomba e Amore" e "Venere disarma Amore" di Gian Antonio Pellegrini e "Venere con amorini" e "Venere, Cupido e satiro" di Sebastiano Ricci. Le scene degli affreschi sono state affiancate da incisioni, maioliche, libri, sculture e alcuni quadri - tra cui "Venere e Adone" di Tiziano proveniente dalla Galleria Barberini di Roma - in cui lo stesso mito viene interpretato e raffigurato. L'operazione permette di comprendere come nel XVI sec. gli artisti attingessero ad un serbatoio di versioni iconografiche già molto esteso e consolidato ma anche testimonia come la mitologia antica continuasse ad incidere sull'arte del Cinquecento, monopolizzandola, congiuntamente a quella religiosa. La mostra "Capolavori che Ritornano" di quest'anno ha l'obiettivo finale di suscitare, grazie al confronto dell'oggettistica con quadri e bronzetti di grandi firme - alcune contemporanee al Palladio - le possibili suggestioni di un ipotetico arredamento del palazzo come avrebbe potuto essere all'epoca della sua nascita e nei secoli successivi. |