| Tradotto in italiano risulta come un generico impiego del tempo, mentre in francese la definizione si presta a un gioco di parole che sta a significare l'ordinaria tabella di marcia lavorativa, ma anche il modo per passare il tempo. E questa sfumatura linguistica coincide con la storia del protagonista. Dopo "Risorse umane", Cantet torna a parlare del lavoro e dell'alienazione che esso comporta. Ma il punto di vista non è più il conflitto, personale e di classe, tra padri operai e figli impiegati. Qui si parla di quadri aziendali impazziti che rinunciano a tutto pur di liberarsi dall'asfittica logica del rendimento a tutti i costi. "Più si avanza più il lavoro diventa opprimente. Soprattutto per i quadri aziendali ai quali è richiesto di entrarci dentro in modo totalizzante. E chi non ci sta viene rifiutato. Il lavoro diviene qualcosa d'astratto e l'unica cosa che ne rimane è la facciata. Le regole del gruppo diventano il fine stesso del lavoro e non il mezzo ". Il protagonista è comunque circondato dall'affetto dei suoi, dalla stima dei colleghi. Questo si può leggere come in chiave ottimistica, o no? "Io volevo che il film fosse soprattutto una storia d'amore. La parentesi che Vincent si concede è un percorso che lo porta a capire il prezzo, altissimo in termini di libertà individuale, che ognuno deve pagare per poter mantenere i suoi legami affettivi, garantire un futuro alla sua famiglia. Non lo definirei ottimismo è piuttosto un prendere coscienza di quanto farcela sia dura. La libertà è una conquista che comporta compromessi durissimi". Il cinema di Cantet è un po' l'altra faccia di Ken Loach, dove il lavoro la gente lo perde. "Sono ovviamente d'accordo con Loach sulla tragedia che perdere il posto comporta. Ma il problema sta a monte. Il lavoro può essere un qualcosa attraverso cui ci si realizza, ma non è un valore in sé. Un qualcosa definisce e esaurisce l'identità di una persona". Anche in questo film, sebbene in modo differente rispetto a Risorse umane, torna il conflitto padre-figlio. "La mia attenzione a questo tema non ha nulla di psicologico o edipico. E' piuttosto un tentativo d'analisi della famiglia come nucleo sociale. Vincent fa di tutto per accontentare il padre, sente di dover rispondere alle sue aspettative. Ma è anche vero che lo patisce. Il padre è colui che lo richiama a un ordine dal quale vorrebbe, anche se solo per un attimo, uscire. Al tempo stesso sarà proprio Vincent a ricalcare i modi paterni con suo figlio. Lo si vede chiaramente nel momento in cui, poco dopo aver incassato un assegno da suo padre, darà al figlio una banconota da 500 franchi. Ma questa emulazione c'è anche nei tentativi continui di esercitare sul ragazzo un'autorità precostituita, mettendo in scena la rappresentazione classica del ruolo paterno. E sarà proprio il figlio a spingerlo a fare i conti con la realtà. Mentre con la moglie, che vive come lui la negazione della vita reale, può permettersi di fingere". Il film è liberamente ispirato ad un episodio di cronaca del 1996, la storia di Jean-Claude Romand, un uomo che ha vissuto una doppia vita per 18 anni e una volta smascherato ha ucciso i suoi familiari, (la vicenda è narrata nel romanzo "L'avversario" edito da Einaudi). Quanto c'è di questo nel film? "Ci sono alcuni particolari che coincidono con la storia vera. Penso all'impiego fittizio per l'Onu, ad esempio. E' un dettaglio che ho mantenuto perché volevo che fosse evidente il desiderio di Vincent di uscire dalla normalità, di affermarsi agli occhi degli altri attraverso qualcosa di molto importante. E questo era anche il movente delle bugie di Romand. Ma per il resto il personaggio del mio film non ha nulla di patologico. Non è un folle, un mitomane, né tantomeno crede alle bugie che è costretto a raccontare. Era importante eliminare questa lettura perché tutti potessero identificarsi con lui". Al Cinema Odeon di Vicenza, Corso Palladio(venerdi, sabato e domenica ore 15.00-17.20-19.45-22.10). |