| Esce un libro sulla vita del grande campione vicentino Roberto Baggio, da molti considerato il terzo giocatore di tutti i tempi, dopo Pelé e Maradona. Una porta nel cielo è la sua autobiografia, pubblicata in questi giorni per la gioia di migliaia di tifosi e di sportivi, non solo vicentini. Retroscena e segreti di vita, un "dietro le quinte" che a qualcuno potrà non piacere, ma che possiede il sapore dell'autenticità. STORIA DI UN GRANDE CAMPIONE. Roberto Baggio non è mai stato un uomo normale, anche se ha sempre fatto di tutto per vivere con semplicità, diversamente da molti suoi colleghi. Campione dal talento accecante fin dalla tenera età, quando già a 5 anni disputava partite immaginarie e memorabili nel corridoio di casa Baggio a Caldogno, Roberto aveva il tocco dei grandissimi. Nelle giovanili, faceva squadra da solo e segnava con incredibile facilità. Da qui il soprannome, Zico, e l'interessamento del Vicenza che lo acquista a 14 anni, e della Fiorentina, che lo vuole quando ha appena 18 anni. Ma Baggio, oltre che il genio, dei campioni ha anche la sfortuna. Nell'ultima partita disputata con il Vicenza, nella primavera dell'85, si rompe il ginocchio destro. La rieducazione è estremamente laboriosa. Da qui, due anni di inattività, i medici che gli consigliano di smettere, la società fiorentina che lo aspetta, il pubblico toscano che lo adotta ancora prima di vederlo in campo. Baggio, che proprio in questa fase drammatica incontra il Buddhismo, che, dice lui, gli ha salvato la vita, torna in campo, incanta. Inizia una carriera raminga, fatta di grandi amori e dolorosi disamori (nessuno, in Italia, ha diviso nel calcio come lui) e vissuta sempre con una gamba e mezza, perché quel ginocchio destro lo condizionerà per tutta la vita. Nel '90, dopo cinque anni indimenticabili a Firenze, arriva il distacco traumatico - e non voluto - dalla città toscana per approdare alla "nemica" Juventus di Agnelli, dove resterà cinque anni. Costellati, ancora una volta, di soddisfazioni ma anche di incomprensioni, di Palloni d'oro (terzo calciatore italiano dopo Rivera e Paolo Rossi) e di fratture con quei tifosi che gli rinfacciano il passato. Sono gli anni in cui la Nazionale è la sua Nazionale; gli anni di USA '94, di una finale di Mondiale raggiunta quasi da solo, del rigore sbagliato a Pasadena che costituisce il dolore indelebile, mai metabolizzato, del Baggio calciatore. Dopo aver abbandonato in malomodo la Juve (è la nuova dirigenza di Bettega, Moggi e Giraudo a non volerlo) e Torino, Baggio sceglie prima il Milan ('95-97), poi il Bologna ('97-98), quindi l'Inter ('98-2000) e il Brescia (2000-2002). Lo danno finito un migliaio di volte, ma lui c'è sempre, come dimostra nell'anno bolognese, riconquistando, contro i pronostici di tutti, la Nazionale e quindi il Mondiale, a 31 anni. Dove Maldini, inspiegabilmente, gli preferisce spesso Del Piero. A detta della critica più avveduta, questo costa, probabilmente, il titolo mondiale all'Italia. Nel libro, Baggio parla diffusamente della sua carriera, rispondendo alle tante critiche che lo hanno accompagnato, e raccontando con lucidità il difficile rapporto con gli allenatori che più si sono opposti al suo talento (e alla sua fama): Sacchi, Ulivieri e soprattutto Lippi. Si commuove parlando di Daisaku Ikeda, il maestro della Soka Gakkai, la scuola buddhista giapponese a cui aderisce da 13 anni. Confida la fascinazione per la pampa argentina, dove si rifugia tutte le estati; si diverte raccontando i mille scherzi fatti agli amici; si infervora nel parlare dell'amore irresistibile per la caccia, vissuta come azione privilegiata per riconquistare quella che Hemingway chiamava relazione intima con il mondo. Ne nasce un ritratto inedito di un campione che, probabilmente, il pubblico non ha mai conosciuto fino in fondo. Quello di un uomo maturo e introverso, che si rifugia nella natura quando deve staccare la spina, che sta ore e ore ad osservare il volo degli uccelli, che si innamora dell'alba, che per la famiglia e gli affetti ha fatto e farebbe tutto. Che è capace di dare tutto se stesso, di donarsi, che ha relazioni umane intime e profonde. Che ha ancora dei sogni, e vuole realizzarli, con la determinazione di sempre. Quella determinazione che, oltre ad avergli consentito di contribuire alla salvezza del Brescia, potrebbe condurlo al Mondiale del 2002. Disputato, peraltro, in un Paese a lui carissimo: il Giappone. Sarebbe l'ennesimo dribbling di una vita così ricca di eventi da non aver bisogno di aggiunte romanzesche per apparire in qualche modo epica. |