| Informazione pubblicitaria |  | | | | | | | | | Arrivano anche a Vicenza gli echi e le voci provenienti da Genova, dove in questi giorni ha luogo l'atteso vertice del G8. E mentre molti vicentini si preparano a invadere pacificamente la città della Lanterna per partecipare ad uno degli eventi più importanti dell'anno, si moltiplicano gli interventi di personaggi della cultura della società. |  | | La Emi, casa editrice bolognese di estrazione cattolica, ha accettato la proposta di COOPI e del WWF di pubblicare gli interventi di personaggi famosi quali Luigi Ciotti, Beppe Grillo, Gianni Minà, Riccardo Moro, Alessandro Robecchi, Idris Sanneh, Luis Sepulveda, e Alex Zanotelli. Si tratta di testi in cui la serietà dei dati è accompagnata dalla ricchezza della testimonianza di persone impegnate in prima linea, in particolare quella del coraggioso missionario Zanotelli, che vive la sua vita nell'inferno delle baraccopoli africane, a stretto contatto coi veri diseredati della terra, senza presente e senza futuro. Sono presentati gli interventi degli stessi personaggi che hanno partecipato a "Globalizzato sarà lei!", l'evento che si è svolto a Milano il 16 giugno 2001. Presentato in occasione del G8 di Genova, il volume offre ai lettori spunti interessanti, significativi per affrontare le grandi sfide del nostro tempo. "Le ferite del mondo non sono a comparti stagni: sono un labirinto in cui non è solo invisibile la via d'uscita, ma incerta anche l'origine, la porta d'ingresso: l'inizio della catastrofe" (Alessandro Baricco). Per approfondimenti: www. emi.it/g8. COSA NE PENSANO GLI ITALIANI? L'ottimismo degli italiani verso il mondo senza frontiere e la grande illusione del pianeta globale: questi i temi di un''indagine Explorer apparsa sul quotidiano La Stampa a firma del giornalista Alberto Papuzzi. Possiamo dirci sinceramente globali e contenti? I dati dell'indagine sull'atteggiamento positivo degli italiani verso gli effetti della globalizzazione, sono la spia di radicali cambiamenti nella società italiana, secondo il giudizio di intellettuali che studiano i processi culturali. Dietro l'ottimismo con cui la maggioranza del campione intervistato - quasi il 70 per cento - guarda a un mondo senza frontiere, c'è una frattura tra ieri e oggi, un vero break culturale e politico. "Quando si parla di globalizzazione, la maggior parte delle persone pensa a una società nuova in cui più gente sta meglio, si producono più beni, si consumano più cose, c'è la tecnologia, c'è Internet - spiega il sociologo Sabino Acquaviva (Università di Padova), studioso dei movimenti del '68 e del '77. Per esprimere un giudizio negativo circa gli effetti della globalizzazione, bisogna ragionarci, capire i problemi, fermarsi a riflettere. Vai a fare le vacanze in Tunisia e pensi che questo è un vantaggio della globalizzazione. Poi ti dicono: ma questo ucciderà la cultura tunisina. Devi cominciare a pensarci, non ne sei così sicuro. Implica un ragionamento. Mi sembra significativo che l'adesione positiva diminuisca con il crescere del livello d'istruzione. Non dimentichiamo che per i ceti bassi la globalizzazione ha rappresentato l'uscita da condizioni di restrizione. Poi c'è l'idea che anche i popoli poveri possano giovarsene. Perciò sbaglia chi paragona il popolo di Seattle ai movimenti del Sessantotto. La contestazione è stato un fenomeno di massa, che aveva dietro studenti, partiti, sindacati, editori, giornali, intellettuali. - prosegue Acquaviva -. La critica alla globalizzazione è invece di una minoranza e parte da un atteggiamento molto diverso, come dimostra il sondaggio: la globalizzazione è un bene, ma... Basta una domanda: qual è la classe che combatte la globalizzazione? Non c'è infatti nessuna classe, l'opposizione è fatta da intellettuali isolati o movimenti particolari. I dati del sondaggio corrispondono d'altronde a molte inchieste sugli atteggiamenti verso tecnica e scienza. Per contrastare il progresso scientifico e tecnologico dobbiamo fare ragionamenti complessi. Spiegare che il biotech non va, è già un discorso intellettuale. Come spiegare perché non è bene che nascano bambini da sole donne. Oggi l'atteggiamento istintivo è invece: finalmente possiamo fare da sole. Quanti ascoltano gli interrogativi sui rischi della globalizzazione? La gente vive e si lascia vivere". OPINIONI A CONFRONTO "La mia idea è che sul piano dei valori tutto il sistema massmediatico si traduce in una glorificazione dell'esistente: di conseguenza non mi stupisco per i risultati dell'indagine, dichiara il politologo Marco Tarchi (Università di Firenze)-. Nel nostro paese si assiste a un ridimensionamento delle preoccupazioni sul progresso economico e tecnico, come rivela il crollo dell'ecologismo a livello politico ma anche culturale. C'è una spinta, di tipo monopolistico, che porta a considerare il mondo in cui viviamo come il migliore dei mondi possibili o l'unico dei mondi possibili. Per cui tutto ciò che gli si oppone viene derubricato nella categoria dell'utopia. Io non ho mai visto una società così auto-normalizzata come quella italiana d'oggi. La globalizzazione non appare né buona né cattiva. C'è. Chi pensa di volerla eliminare nel migliore di casi è un utopista, nel peggiore è considerato un pazzo». E il popolo di Seattle? «Un movimento che non riesce a convincere i propri coetanei a non andare in massa da McDonald's è assurdo che voglia rompere le vetrine: è una dimostrazione di impotenza. - risponde Tarchi -Vorrei aggiungere che la sinistra si ribella a un cosmopolitismo che ha coltivato: come puoi sostenere che l'immigrazione è un fenomeno positivo e essere contro la globalizzazione economica? C'è una contraddizione, che si confuta da sola, tra essere cosmopoliti culturalmente e antiglobalizzanti economicamente". Un punto di resistenza agli effetti negativi della globalizzazione è rappresentato dai cattolici impegnati, secondo il sociologo Franco Garelli (Università di Torino), autore di saggi su tematiche religiose. "Nel volontariato e nel terzomondismo c'è un nucleo di credenti che da un lato scopre le dinamiche della solidarietà in un mondo globale, dall'altro è preoccupato per i rischi dello sviluppo. In Italia è attorno al 15 per cento della popolazione. Queste persone avvertono l'esigenza di collocare tutti i progetti piccoli dentro un quadro più generale, di giustizia sociale. Scelte personali e stili di vita, anche costosissimi, si infrangono contro i disegni collettivi governati dalle grandi istituzioni internazionali e l'impegno nel micromondo diventa insignificante, senza una visione più ampia. Perciò si reagisce con una consapevolezza che sta diventando una forma di politica dal basso. Con la convinzione che c'è bisogno di momenti di effervescenza collettiva: tempi forti che diano gambe ai tempi ordinari del lavoro quotidiano". | 20/06/2001 | | Rubriche |  | LIBRI A cura di Alessandro Scandale |  | CALCIO L'opinione di Adalberto Scemma |  | CINEMA A cura di Alessandro Scandale |  | ARCHIVIO NEWS L'archivio del nostro NewsMagazine | | | |