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Internet e idee, una riflessione
Sul quotidiano Avvenire in edicola giovedi 21 giugno l'editorialista Marina Corradi ha firmato un intelligente articolo dal titolo "Una vita al computer può spegnere le idee", che invita ad una seria riflessione sulle nuove tecnologie.
A Stillwater, amena cittadina nello stato americano del Minnesota fuori dalle consuete rotte del turismo internazionale, un gruppo di eminenti scienziati e pensatori si è dato appuntamento in un albergo isolato senza cellulari e, udite, nemmeno il telefono in stanza.

Nella quiete quasi irreale di questo "ritiro" si sono confidati l'un l'altro un qualcosa che da tempo pensavano, ma che non avevano mai avuto il coraggio di dire apertamente. Che cioè l'era del web e della comunicazione "globale" non sia poi così salutare per il bene della scienza. Perchè? Secondo le illustri menti a convegno, oggi per risolvere alcuni dei maggiori problemi del mondo c'è più bisogno di un momento di riflessione e di una discussione tra colleghi di fronte al caminetto, che non della enorme e informe massa di dati emessi ogni istante dal web.
Le grandi domande della ricerca di alto livello insomma si gioverebbero assai più di un'intuizione, di una scintilla favorita maggiormente dal silenzio contemplativo, piuttosto che dal cicaleccio rumoroso e interminabile della rete: secondo un noto fisico francese Internet è un mezzo di aggiornamento rapido e di circolazione immediata delle nuove scoperte (e in questo risiede e si esaurisce la sua utilità), ma è anche un fastidioso "rumore di fondo" che può impedire la concentrazione.
Rincara la dose un professore americano del prestigioso Mit, secondo il quale il web tenderebbe a creare alcune idee alla moda, che seppellirebbero di fatto le intuizioni del singolo controcorrente, che se poi si va a rileggere la storia da Archimede a Galileo e a Newton, sono spesso state quelle più geniali, intuitive e risolutive.
Insomma, la genialità soffocata dal gran clamore della nuova tecnologia.........
La riunione degli eminenti scienziati non è rimasta però così segreta: due giorni dopo, in prima pagina del quotidiano americano Herald Tribune c'era un articolo di fondo intitolato "Abbassate il web, dobbiamo pensare", che ha scatenato il tam tam mediatico.....
E nel nostro piccolo? Tutti siamo più o meno toccati dal problema: il flusso quotidiano ininterrotto di informazioni, che secondo qualcuno, passato un certo limite, diventa "disinformazione", crea una situazione paradossale in cui, sapendo di tutto e di più, finiamo spesso col non sapere niente o quasi.
"C'è chi si fa prendere dall'ingordigia-scrive la Corradi- e scarica avidamente dalla rete tutto ciò che trova. Il downloader, figura emergente, è come uno che si riempie la casa di quintali e quintali di libri sui più disparati argomenti. Ma la più immensa e aggiornata biblioteca non è niente, se manca la logica del mettere insieme, l'intuizione che associa due concetti, la creatività del passo oltre. Questa consapevolezza scarseggia ancora, nella ubriacatura della comunicazione universale, del web e della tv satellitare".
"Nell'ebbrezza del comunicare tutto a tutti-prosegue l'editorialista- (una sorta di frenesia mediatica ispirata al mito quasi erotizzante della velocità-aggiungiamo noi-), acquista senso la domanda sentita formulare da una neolaureata in informatica: Comunicare, comunicare, va bene, ma che cosa?".
Un grande poeta vissuto molto tempo fa, tale Elliot, avanzò in tempi certo non sospetti, con il genio dei grandi, il dubbio che informazione e sapienza non fossero esattamente la stessa cosa. Chissà cosa direbbe oggi, se al posto del calamaio dovesse usare mouse e tastiera......

INTERNET E POVERTA'
A questa interessante riflessione sul mondo delle nuove tecnologie ne vogliamo aggiungere un'altra, ispirata ad alcuni incontestabili dati di fatto.
Si sta svolgendo in questi giorni un convegno all'Università Cattolica di Milano sul tema "Internet e opportunità di sviluppo", dal quale emerge che oggi il 70% dell'umanità è di fatto escluso dalle tecnologie, tanto da indurre qualcuno a coniare il neologismo inquietante di "infopovertà".
Si tratta del divario digitale che separa le nazioni più povere dai paesi industrializzati, che è solo un corollario, inevitabile sembra, del ben noto gap già esistente a livello economico e tecnico. I dati sono eloquenti: il 70% dell'umanità non conosce Internet e solo il 6% ha accesso alla rete; il 97% dei siti web, il 95% dei server e l'88% degli utenti si trovano nei Paesi industrializzati. Infine il colpo di grazia: solo l'1% dei navigatori risiede in Africa e in Medio Oriente. Secondo Paolo Saporito, presidente dell'Osservatorio sulla Comunicazione, alcuni popoli subiscono passivamente le conseguenze dello sviluppo digitale, restando tagliati fuori da questioni specifiche delle Rete o alle quali Internet dà accesso. Inoltre c'è anche il problema della lingua: il web è un territorio esclusivo di poche popolazioni e se in alcune aree comincia a diffondersi la fruizione, ciò accade a scapito della identità locale, rappresentando una sorta di "colonizzazione culturale", che assume più i toni di quella che il sociologo francese Serge Latouche definisce nei suoi libri una vera e propria "deculturazione", figlia della occidentalizzazione del mondo.
Al di là comunque di considerazioni negative, per altro legittime, va detto che esiste anche un lato costruttivo della medaglia. Le nuove tecnologie per il loro basso costo e la facilità di utilizzo racchiudono in sé grandi opportunità per i Paesi svantaggiati, ad esempio in settori come il telelavoro, la formazione a distanza e la telemedicina.
La domanda è: si riuscirà a sfruttare in modo utile e fruibile ad un gran numero di persone questa opportunità, oppure tutto ricadrà nelle solite "logiche di mercato" i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti?


24/06/2001

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