| Informazione pubblicitaria |  | | | | | | | | | Per i vicentini non è più una novità sentirsi dire, ormai da anni, che Vicenza è una delle province più all'avanguardia nel mondo del lavoro, che l'economia "tira", che il Nord est è la "locomotiva economica" del Paese. E i segni tangibili di tanto benessere sono ben visibili ovunque: imprenditorialità in continuo sviluppo, attività commerciali e settore dei servizi ben inseriti e in fermento, tenore di vita molto alto. |  | | Tuttavia, in questo quadro estremamente positivo, c'è una nota stonata, che non è di poco conto e riguarda il lavoro femminile. Secondo il rapporto annuale diffuso con il Quaderno sul mercato del lavoro, relativo all'anno 2000, il tasso di disoccupazione generale nel vicentino si attesta al 2,3 %, rispetto al 3,7% veneto e al 10,9% della media italiana. Ma se si passa ad analizzare i dati relativi al lavoro femminile il discorso cambia: il tasso di occupazione delle donne è sceso dal 44,5% del 1999 al 43,5% del 2000, un dato quindi in controtendenza rispetto a quello poc'anzi esaminato. Ad essere particolarmente svantaggiata sembrerebbe essere la fascia di età compresa tra i 30 e i 45 anni, all'interno della quale le donne sono in difficoltà quando tentano di rientrare nel mondo lavorativo. Infatti, se si considera l'offerta lavoro dei disoccupati in provincia, le donne sono il 65% del totale e sono soprattutto loro a dichiararsi disponibili a lavorare anche a tempo determinato. Quest'ultimo dato conferma una tendenza ormai consolidata nel tessuto sociale, con la donna che spesso accetta un lavoro part-time per arrotondare l'introito familiare, riuscendo in questo modo a disporre anche di quel tempo necessario per dedicarsi al "lavoro", non retribuito ma determinante, tra le mura domestiche. Il già menzionato "Quaderno" sul mercato del lavoro vicentino ha evidenziato poi anche altri dati di grande importanza, che fotografano bene la realtà dell'occupazione nella provincia berica. Crescono i cosiddetti "contratti atipici" e il lavoro interinale (come si evince facilmente dal numero crescente di agenzie ed uffici in città e provincia), e si ricorre molto di più al part-time e ai contratti di formazione lavoro. Tutto questo può far pensare ad un mercato lavorativo che ha in qualche modo sovvertito le regole del passato, quando il lavoro era "sicuro" e il posto, una volta conquistato, di solito si conservava se non per tutta la vita almeno per un lungo periodo. Invece, sempre stando ai dati emersi dal rapporto 2000, a crescere non è stato soltanto il lavoro interinale o temporaneo, ma anche quello a tempo indeterminato. Questo, che apparentemente può sembrare un controsenso, ha in realtà una sua motivazione ben precisa: le aziende beriche ricorrono sempre più ai contratti "atipici" per prolungare il periodo di prova dei nuovi assunti. Poi, una volta deciso che il rapporto lavorativo può proseguire, le stesse aziende trasformano molto spesso il contratto da precario a definitivo, creando così le condizioni per garantire stabilità e sicurezza, non solo nei confronti del lavoratore ma anche per la stessa azienda, che "fidelizza" il proprio dipendente, assicurandosene le prestazioni. | 26/09/2001 | | Rubriche |  | LIBRI A cura di Alessandro Scandale |  | CALCIO L'opinione di Adalberto Scemma |  | CINEMA A cura di Alessandro Scandale |  | ARCHIVIO NEWS L'archivio del nostro NewsMagazine | | | |