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Rubriche / Libri
Pascal Bruckner
Pascal Bruckner
L'euforia perpetua
Garzanti
195 pag
£ 29000

Quando la società dei consumi produce follia.

"Il saggio giusto al momento giusto". Così scrive Giorgio Montefoschi su "Sette" a commento dell'uscita italiana del libro di Bruckner. E prosegue: "Una nuova droga ha invaso le società occidentali: il culto della felicità. Siate felici! È un ordine cui è impossibile sottrarsi, poiché vuole il nostro bene. Ma come posso sapere di essere davvero felice? E come rispondere a chi ammette: non ce la faccio? Dobbiamo affidarlo alle terapie del benessere - buddismo, new age, consumismo e altre tecniche della felicità? E che rapporto possiamo avere con il dolore, in un mondo dominato dal mito della salute? Secondo Pascal Bruckner "il dovere" di essere felici è l'ideologia dominante di questi anni, quella che ci impone il godimento a tutti i costi e che ci spinge a valutare ogni cosa in base a piacere e dispiacere. È un'ideologia euforica, che rifiuta la sofferenza e il disagio. E tuttavia il dolore, costantemente messo a tacere, rimosso, negato, risorge là dove non lo attendiamo. Ecco così il paradosso di una società che si vota all'edonismo, ma dove ogni cosa diventa irritazione e supplizio. In questo brillante "pamphlet" Pascal Bruckner affronta uno dei nodi centrali e irrisolti della nostra contemporaneità: dimostra come il sovversivo sogno illuminista - offrire agli uomini il diritto alla felicità, che i cristiani rimandavano al paradiso - sia diventato un dogma che produce inevitabilmente un'umanità infelice".

Dunque la società moderna avrebbe costruito una sorta di ideologia dominante, quasi un "dover essere felici" a tutti i costi, pena la caduta nel baratro, nel vuoto senza fine dell'anonimato, del nulla? L'ideologia propria degli ultimi cinquant'anni tende a considerare ogni cosa unicamente nell'ottica del piacevole o dello spiacevole, un consegnarsi all'euforia che relega nella vergogna e nello scontento tutti coloro che non la condividono. Ne consegue un duplice postulato: trarre il miglior partito dalla propria vita; altrimenti ci si angustia, ci si punisce se non se ne è capaci. Questo significa pervertire la più bella cosa che ci sia, cioè la possibilità concessa a ciascuno di decidere il proprio destino e di migliorare la propria esistenza.
Un concetto non nuovo a quanti condividono un certo tipo di pensiero e di visione della vita. Già negli ultimi anni lo scrittore e psicoterapeuta Claudio Risè, fautore in Italia del "movimento degli uomini", sostiene una teoria simile, e cioè che la società dei consumi produca "follia". Secondo Risè il vero problema oggi non è tanto la depressione in sé, quanto la sua forma "maniaco-depressiva", vale a dire uno stato in cui si passa rapidamente dall'euforia allo sconforto, con alti e bassi destabilizzanti e pericolosi. La nostra, secondo Risè, è una società "programmaticamente euforica", in cui l'ottimismo è obbligato, e quando si è spesa ogni risorsa nello stato euforico, ecco che allora si cade in depressione.
Ma perchè accade questo? Sempre secondo Risè, oggi il valore centrale sembra essere la continua espansione dei consumi, che richiede il mantenimento di una posizione euforica. Solo attraverso questo atteggiamento psicologico si può convincere la gente a spendere, consumare, lavorare sempre di più. Anche il valore dato all'immagine, a base narcisistica, è legato alla necessità di sviluppare i consumi: se le masse non diventano euforiche i consumi ristagnano, le Borse non salgono, il sistema si ferma. Questa sorta di "senso di onnipotenza", questa sindrome del "tutto è possibile" oggi viene incoraggiata e celebrata anziché inibita, e questo va di pari passo con l'avvento della cosiddetta "società senza padri" che dagli anni '50 in poi ha visto l'allontanamento costante della figura paterna dal nucleo della famiglia. Senza più un padre produttore di norme, senza un sano e costruttivo confronto con "l'autorità" i giovani crescono privi di un punto di riferimento fondamentale. La società dei consumi è ben lieta di accogliere tra le proprie braccia una tale massa di persone senza guida, senza idee precise, terreno fertile per "piazzare" ogni sorta di oggetto. Il vero problema è che essa è solo in apparenza tollerante, ma in realtà è profondamente totalitaria, perchè accetta un solo comportamento e modo di essere, quello del consumo. E le persone si credono "libere", mentre in realtà sono solo schiave. Libere cioè solo di fare ciò che ad esse è consentito, consumare. Un tempo gli schiavi avevano le catene, oggi queste ultime sono all'interno della nostra mente.

11/09/2001

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