| Se le multinazionali minacciano la democrazia. Tra le 100 maggiori economie del mondo, 51 sono multinazionali e solo 49 stati nazionali. Le vendite di una sola grande azienda come la General Motors possono superare il Pil dell'intera Africa sub-sahariana, e una singola catena americana di supermercati può registrare introiti maggiori di stati come la Polonia o l'Ungheria. Come può, in questo contesto, la politica controllare e governare l'economia? Qual'é il reale potere dei partiti e degli uomini per i quali votiamo? Quale il futuro della democrazia? A partire da queste e altre domande quanto mai attuali, Noreena Hertz dà vita ad una appassionata e lucida denuncia dell'economia globale, mostrando come in tutto il mondo le multinazionali premono sui governi con mezzi sia legali che illegali e mettono in questo modo a rischio la democrazia e il bene pubblico. E' oggi necessario conclude la brillante saggista inglese allargare e rendere più incisiva la protesta dei cittadini contro questo strapotere di pochi ricchi, attraverso movimenti spontanei come a Seattle o a Genova ma soprattutto attraverso scelte più consapevoli in quanto consumatori. Se non facciamo niente, se non mettiamo in questione le nostre convinzioni e non riconosciamo la nostra responsabilità nella creazione di questo nuovo ordine mondiale, tutto sarà perduto. "Dopo l'11 settembre, scrive l'autrice, la domanda che mi é stata posta più spesso é se vedo una relazione tra l'attacco al World Trade Center e il movimento anti-globalizzazione. La risposta che ho sempre dato é un forte no. Sebbene possano esserci alcune sovrapposizioni negli obbiettivi di chi si é radunato nelle strade di Seattle, Goteborg e Genova e chi ha perpetrato questo crimine, un movimento di protesta si definisce non solo sulla base delle cause che sostiene, ma anche attraverso i mezzi che sceglie per farsi sentire. E', dunque, essenziale disaggregare queste diverse forme di protesta e non fare un solo mazzo di tutte le forme di dissenso. Già stiamo assistendo ad una limitazione dei diritti civili e della libertà di espressione. Che cosa ne rimarrà se confondiamo il terrorismo con la protesta? Dobbiamo ribadire con forza che ciò a cui abbiamo assistito l'11 settembre é stato un atto di distruzione, non una espressione di dissenso. Ora, più che mai, con l'America tutta tesa alla ricerca di vendetta, con la dichiarazione di "guerra" di George Bush, dobbiamo essere consapevoli di questa distinzione e consentire alla voci di dissenso di farsi sentire. Soltanto con una generale repressione di ogni forma di protesta il "mondo civilizzato" permetterà ai terroristi di riuscire nella loro missione e distruggere la natura stessa della democrazia." |