| New Economy e cognitariato. Questo libro indaga con agilità di scrittura e acutezza d'analisi un tema attualissimo: le complesse, e spesso drammatiche, ricadute sociali della new economy. La diffusione delle tecnologie informatiche e biotecniche ha determinato un'innovazione reale e irreversibile nella produzione sociale. Coloro che lavorano nei cicli ad alta tecnologia, che producono innovazione, i lavoratori cognitivi sono appagati e felici, e dunque complici dell'opera di esclusione inerente alla globalizzazione? Oppure il ciclo di produzione virtuale produce infelicità anche e prima di tutto per i suoi attori, e dunque è possibile cercare proprio nel ciclo del lavoro cognitivo le energie per un cambiamento profondo? Queste e altre domande cruciali si intrecciano a un'appassionata ma rigorosa disamina del nuovo movimento internazionale di contestazione che ha avuto il suo battesimo a Seattle, nel novembre 1999. In questo movimento, nella sua intelligenza e nelle sue lotte che denunciano le ineguaglianze economiche e le violenze sociali legate alla globalizzazione, Berardi intravede la possibilità di controvertire la tendenza al collasso generalizzato del pianeta e la costruzione di una radicale alternativa di governo economico e sociale. Su questo tema vedi anche, tra i molti altri, i suggerimenti firmati dall'economista americano Robert B. Reich e da quello francese Cristophe Dejours. DALL'INTRODUZIONE AL LIBRO "Un'ondata di euforia ha attraversato negli ultimi anni i mercati e dai mercati si è diffusa ai media, e dai media invade l'immaginario sociale dell'Occidente. La terza era del capitale, quella che viene dopo l'epoca classica delle ferriere e del vapore e dopo l'epoca moderna del fordismo e della linea di montaggio, ha come territorio di espansione l'infosfera, il luogo dove circolano segni-merce, flussi virali che attraversano la mente collettiva. Una promessa di felicità circola nella cultura di massa, nella pubblicità e nella stessa ideologia economica. Nel discorso comune la felicità non è più un optional, ma un must, è il valore essenziale della merce che produciamo, compriamo, consumiamo. È questa la filosofia della new economy che il discorso pubblicitario onnipresente veicola tanto più efficacemente quanto più nascostamente. Eppure, se abbiamo il coraggio di andare a vedere la realtà della vita quotidiana, se riusciamo ad ascoltare la voce delle persone reali che incontriamo tutti i giorni, ci rendiamo conto facilmente del fatto che il semiocapitalismo, il sistema economico che fonda la sua dinamica sulla produzione di segni, è una fabbrica di infelicità. L'energia desiderante si è tutta trasferita nel gioco competitivo dell'economia, non esiste più relazione tra umani che non sia definibile come business (il cui significato allude all'essere occupati, indisponibili). Non è più concepibile una relazione che sia motivata dal puro piacere del conoscersi. La solitudine e il cinismo hanno fatto il deserto nell'anima. La società planetaria è divisa tra una classe virtuale che produce segni, e una underclass che produce merce materiale o è semplicemente esclusa dalla produzione. Questa divisione genera naturalmente disperazione violenza e miseria per la maggioranza della popolazione mondiale. Ma questo non basta: il semiocapitalismo è una fabbrica di infelicità anche per i vincenti, per coloro che sono coinvolti dalla net-economia, e corrono sempre più veloci per tenere il ritmo, costretti a dedicare le loro energie a competere con tutti gli altri per un premio che non esiste. Vincere è l'imperativo categorico del gioco economico. E dal momento che la comunicazione sta diventando sempre più integrata con l'economia, vincere diviene anche l'imperativo categorico della comunicazione. Vincere è l'imperativo categorico di ogni gesto, ogni pensiero, ogni sentimento." (continua ) |