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Arundhati Roy
Guerra è pace

Una grande scrittrice, Oriente e Occidente.
"Amare. Essere amati. Non dimenticare mai la propria insignificanza. Non assuefarsi mai all'indicibile violenza e alla grossolana disuguaglianza della vita attorno a te. Cercare la gioia nei posti più tristi. Inseguire la bellezza fin dentro la sua tana. Non semplificare mai le cose complicate e non complicare mai le cose semplici. Rispettare la forza, mai il potere. E, soprattutto, guardare. Cercare di capire. Non distogliere mai lo sguardo. E mai, mai dimenticare." Sono queste le parole che Arundhati Roy dedica a una sua amica e che riassumono perfettamente lo spirito, la sensibilità, l'intelligenza critica e il dolore del cuore che attraversano le pagine di Guerra è pace. Pagine dedicate agli ultimi eventi che hanno sconvolto il mondo intero: l'attacco dell'11 settembre alle Twin Towers di New York e la risposta americana del 7 ottobre che "ha oscurato l'Afghanistan".

Ma la sua voce forte, polemica, piena di rabbia ma anche di compassione per le vittime, di qualunque bandiera e religione, si leva anche per condannare in modo lucido e documentato i rischi della globalizzazione dell'economia mondiale; della privatizzazione delle risorse energetiche; del divario tra Oriente e Occidente; della guerra nucleare che avrà un solo nemico, la terra stessa i cui elementi - l'aria, la terra, il vento e l'acqua - "si volgeranno tutti contro di noi. La loro collera sarà tremenda".

Infine Arundhati Roy (che in questi anni ha svolto un'intensa attività politica, per la quale rischia una pesante condanna da parte delle autorità indiane) ci esorta a riprendere in mano il nostro futuro, a non delegarlo agli esperti, ricordandoci che "tutti siamo coinvolti perché esseri umani." Commentando questo libro, lo scrittore Salman Rushdie ha detto: "La polemica di Arundhati Roy è importante e necessaria... dobbiamo esserle grati per il suo coraggio e il suo talento."

"La gente raramente vince le guerre, scrive la scrittrice indiana, i governi raramente le perdono. La gente viene uccisa. I governi si trasformano e si ricompongono, come teste di idra. Usano la bandiera prima per cellofanare la mente della gente e soffocare il pensiero, e poi come sudario cerimoniale per avvolgere i cadaveri straziati dei loro morti volenterosi. Da entrambe le parti, in Afghanistan come in America, i civili ora sono ostaggio delle azioni dei propri governi. Senza saperlo, le persone comuni di questi due paesi hanno qualcosa che le unisce: devono convivere con il fenomeno del terrore cieco, imprevedibile...

Quello che è successo l'11 settembre ha cambiato il mondo per sempre. Libertà, progresso, ricchezza, tecnologia, guerra: queste parole hanno assunto un nuovo significato. I governi devono riconoscere questa trasformazione e affrontare i loro nuovi compiti con un briciolo di onestà e umiltà. Purtroppo, finora dai leader della Coalizione internazionale non è venuto nessun segno di introspezione. E neppure dai talebani.

Quando ha annunciato gli attacchi aerei, il presidente George Bush ha detto: "Noi siamo un paese pacifico". L'ambasciatore preferito di Washington, Tony Blair (che riveste anche la carica di primo ministro del Regno Unito) gli ha fatto eco: "Noi siamo un popoio pacifico".
E così ora lo sappiamo. I maiali sono cavalli. Le bambine sono maschietti. La guerra è pace".

Arundhati Roy, nata nel Kerala, si è laureata alla Delhi School of Architecture e vive a New Delhi. È stata assistente al National Institute of Urban Affairs e ha studiato Restauro dei monumenti a Firenze. Ha scritto alcune sceneggiature."Il Dio delle piccole cose", suo romanzo d'esordio pubblicato in Italia da Guanda, è stato un best seller in tutto il mondo. I due saggi "Un mondo senza immaginazione" e "Per il bene comune", che appaiono in "Guerra è pace", sono stati pubblicati da Guanda nel 1999 nel volume "La fine delle illusioni".


28/01/2002

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