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CHIESA VIVA on-line 10/2002
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Credo che tutti abbiamo presenti i giocolieri del circo. Uno degli esercizi più comuni che essi fanno sulla pista è quello di lanciarsi tra loro la clava o la palla senza lasciarla cadere.
Sono fantastici nelle loro esibizioni. Molte volte, succede proprio così anche nel campo della pastorale missionaria.
Lanciamo la palla della "nuova evangelizzazione", per avvicinare i "lontani", dicendo non tocca a me, tocca all'altro gruppo parrocchiale perché è più numeroso, più stimato, più seguito dal parroco. E si tira avanti giocando allo "scaricabarili".
L'accostamento ai lontani, a coloro che si sono allontanati dalla "comunità eucaristica" è un compito di tutti. La missionarietà non è compito di un solo gruppo, ma di tutti i gruppi ecclesiali e di tutto il popolo di Dio. Annunciare il Vangelo ai lontani o ai fratelli di altre religioni, indipendentemente dalla loro conversione, non solo ci rafforza nella nostra identità, ma ci contagia della gioia di Gesù di fronte ai discepoli di ritorno dalla Missione. Gli stessi nostri gruppi missionari dovrebbero passare da una preoccupazione "economica", pur giusta e santa, ad una pastorale di missione. Accostarci a chi si è allontanato dalla frequenza alla chiesa non è facile. Basta ascoltare tante mamme, che quando vedono il loro figlio che non va più in chiesa, non sanno più che cosa fare, quali santi invocare. In questa azione pastorale missionaria siamo tutti principianti. Abbiamo bisogno di imparare e nessuno possiede la formula magica del successo. Nonostante la complessità del tema, e con grande delicatezza, vorrei tentare di suggerire qualche timida considerazione.
a. I nostri gruppi missionari
devono prendere coscienza della realtà ecclesiale in cui sono inseriti. Le più belle comunità anche nelle nostre valli hanno una frequenza del 30% all'eucarestia. La categoria dei giovani è la più assente.
b. Farsi vicini alla persona
Quando una persona si sente stimata e amata, da chi le si fa vicino, si interroga: "perché mi vuol bene?" e si accosta ai valori di colui che le si fa vicino, al suo stile di vita, perché l'amore attira tutti. Nel mio lavoro a Milano ho conosciuto una suora canossiana che aveva messo in piedi una comunità di recupero per ex-tossico. Alla notte si portava nel centro storico della città e prendeva a braccetto qualcuno di quegli sventurati che si "erano bucati" per portarli poi nella sua comunità. Tutte le ore erano buone per lei, per star vicino a questi giovani e aiutarli. Farsi samaritano non è facile, perché l'altro può avere la vita se io "muoio" per lui.
c. Essere noi i primi "convertiti".
S. Francesco d'Assisi, ascoltando il vangelo, ha guardato Gesù crocifisso, il modello a cui si ispirava. E lui stesso poi a sua volta è stato un modello per S. Chiara, che, a sua volta, è stata modello per tante ragazze di Assisi, divenute suore clarisse. Anche noi dobbiamo essere specchio nel quale gli altri possono scorgere i riflessi della presenza di Dio. Gesù nel vangelo ci dice " Fuoco sono venuto a portare sulla terra e come vorrei che fosse già acceso" (Lc. 12, 49). Quando ero a Cremona, un gruppo missionario che seguivo si era dato questa struttura: nei primi mesi dell'anno i componenti si occupavano principalmente della formazione al loro interno e nella seconda parte dell'anno si esercitavano nel farsi prossimo a tanti loro coetanei lontani dalla Chiesa che erano invitati ad una "Giornata della missione". E la cosa funzionava. Siamo nell'ottobre missionario. E' un'occasione favorevolissima per vivere la nuova evangelizzazione che il Papa ci chiede con tanta insistenza.

p. Luciano Bicego

Farsi prossimo dei "giovani del motorino" è difficile ma essenziale

riportare a Dio tanti adolescenti è il più bel successo di un gruppo missionario.


11/10/2002

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