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di Adalberto Scemma
C'è una differenza sostanziale, rispetto al trend verificato la scorsa stagione in B con Modena, Como e Empoli, tutte squadre figlie di un progetto partito da lontano e premiato clamorosamente dai risultati: quest'anno non si vedono in giro squadre costruite in laboratorio e per lente sovrapposizioni (la Triestina unica eccezione: i meriti di Ezio Rossi sono palesi), e soprattutto non si è presenza di adesioni indelebili a moduli fissi. La fretta è tornata insomma a essere la compagna di strada della serie B. Anzi: più che di fretta si dovrebbe parlare con maggiore verosimiglianza di "frenesia".
La curva biancorossa

Anche per questo, nel caso di Mandorlini, ci troviamo di fronte a un atteggiamento atipico da parte del Vicenza. Alzi la mano chi, dopo i quattro punti rimediati in otto giornate, non avrebbe preparato il foglio di via per l'allenatore. Soprattutto in considerazione del fatto che l'organico è non soltanto competitivo ma addirittura di prim'ordine, in rapporto alle squadre di vertice. Invece niente: la difesa di Mandorlini, quasi una blindatura, è stata portata avanti sino all'estremo limite, sarebbe bastato il pareggio interno con il Genoa per far saltare tutti quei sottili meccanismi messi in atto per tutelare il tecnico di fronte alla squadra prima ancora che al pubblico.

Può aver giovato alla causa di Mandorlini, in definitiva, anche una briciola di fortuna dopo il pedaggio altissimo pagato alla dea bendata. I torti e le ragioni tornano sempre in equilibrio, a patto che nel prosieguo del cammino si utilizzi la carta dell'autocritica, cioè dell'umiltà. Ed è proprio in questa direzione che parte l'assist della critica: il Vicenza è un bene comune, va tutelato anche attraverso le classiche "segnalazioni ai naviganti". Soprattutto quando si procede -lo si è rilevato- con la navigazione a vista.

Non è in discussione, insomma, il fatto che Mandorlini -molto opportunamente, peraltro- abbia deciso di modificare il Vicenza sino a trasformarlo in "altro da sé". E' in discussione invece il fatto, puramente formale, che il tecnico abbia difeso il proprio progetto con ineffabile tenacia rifiutando per pura ingenuità (o per un uso indebito della comunicazione) di metterlo in discussione. Un atteggiamento controcorrente, se valutiamo con quale disponibilità colleghi suoi illustri come Bellotto o Malesani, o come lo stesso Ventura, abbiamo invece mutato rotta in stato di necessità. L'importante, tuttavia, è che Mandorlini, sul quale molti sono disposti a giurare, anche nel calcio che conta, metta a fuoco a tempo debito (cioè subito) quel concetto elementare che si chiama duttilità.


20/11/2002

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