www.missioni.vicenza.com  
powered by vicenza.com registrati scrivici cerca / search forum cartoline / e-cards
                      VICENZA NEWS MAGAZINE: le notizie in un click!
Informazione pubblicitaria
 
Altre notizie a tema
Spiritualità dell’Avvento
Quanti sono i preti della Diocesi
E' possibile il dialogo con l'Islam?
Una unità pastorale per la missione
Dalle Missioni: una prima Cappella
La Cresima ha il sapore missionario
1 Gennaio 2005: 38^ giornata mondiale per la pace
Anno dell’Eucaristia: che cosa fare?
Fiori di Bontà
Muovimento giovanile missionario
Un vecchio giovanissimo
editoriale
APERTO L’ANNO DELL’EUCARISTIA
NUOVO IMPEGNO PER LE PARROCCHIE
Testimonianze


Argomenti collegati
CHIESA VIVA on line 12/2002
L'avventura dei Padri Giuseppini in Ecuador
2^ puntata

Verso il Napo
Il territorio del Vicariato Apostolico del Napo, affidato allora alla nostra Congregazione, comprendeva un'area di circa settantamila chilometri quadrati nell'alto corso del fiume omonimo, affluente del Rio delle Amazzoni. Chi si arrischiava ad entrare in questo ampio spazio non aveva altra via che i sentieri degli indigeni o i turbolenti percorsi dei fiumi che discendono dalla cordigliera delle Ande. I due precursori della Missione in quest'area, Padre Cecco e Padre Rossi, si prepararono all'impresa del viaggio che li doveva condurre in quella inospitale regione. Si doveva prima valicare la grandiosa catena delle Ande Centrali per poi percorrere le valli, discendere fiumi, attraversare foreste intricate. All'epoca non esisteva alcun posto d'assistenza o alberghi sicuri. Si doveva avanzare sotto un'insistente pioggia o esposti al sole equatoriale durante lunghi giorni e notti umide e tenebrose. E come dormire?.. Durante il tragitto era necessario affondare i piedi nel fango, fra sterpi, tronchi ed ogni sorta di ostacoli con tanti pericoli provenienti da animali feroci, serpenti velenosi e zanzare portatrici di malaria, avanzare sull'orlo di precipizi ed attraversare fiumi pericolosi. E' interessante la descrizione che Mons. Cecco inviò al padre Generale, Girolamo Apolloni, circa le otto interminabili giornate di quel faticoso viaggio, che così concluse: "Solamente Dio ha potuto darmi la volontà e ha conservato le mie forze per realizzare un'impresa così difficile, certo superiore alle mie energie; e nessun motivo umano mi potrebbe convincere a rifare tale viaggio, a nessun prezzo". Va ricordato che padre Cecco aveva già compiuto i cinquanta anni ed era inoltre in condizioni di salute non buone. I due Missionari furono accompagnati per tutto il tragitto dal signor Manule Rivadeneira. Giunsero alla meta il giorno 30 agosto, festa di Santa Rosa da Lima, patrona dell'America latina. Mons. Cecco nei suoi appunti annota: "Con quanta devozione intonammo il "Te Deum" di ringraziamento!. Avevamo i piedi gonfi per la grande stanchezza, ma la gioia di essere giunti alla meta ci fece dimenticare ogni sofferenza". A Napo, piccolo villaggio sulle rive del fiume omonimo, rimasero ventisei giorni ospiti del signor Rivadeneira. Nel frattempo ebbero modo di stringere i primi contatti con i pochi coloni bianchi del luogo e specialmente con gli indigeni Yumbos. Nello stesso tempo si dedicarono all'apprendimento dello spagnolo e del "quichua", la lingua dei nativi.

La residenza a Tena
Essendo Tena la capitale del Nord - Oriente, stabilirono qui la loro residenza, dato che la località era considerata capoluogo amministrativo, pur essendo un misero villaggio in piena selva. Infatti non c'erano che sei capanne abitate da bianchi; gli indigeni invece erano stanziati nel folto della foresta. Nei paesetti di Napo, Tena, Archidona ed in altri posti lungo le rive del grande fiume Napo, esistevano piccoli nuclei di colonizzatori che si dedicavano al duro lavoro dell'agricoltura e all'allevamento del bestiame; sfortunatamente la maggior parte di loro nutriva gravi pregiudizi contro la religione ed i sacerdoti, frutto di una mentalità anticlericale radicata. Padre Pedro Porras ci dà un quadro molto realistico della triste situazione di quell'epoca: "Che cumuli di rovine! Quanto abbandono! Quale desolazione! Archidona, Tena e Napo: quattro catapecchie! Il cammino impossibile; il commercio morto; il crimine all'ordine del giorno; l'alcolismo il re sovrano!.." Questa era la situazione reale e molto critica dell'Oriente ecuadoriano. La popolazione viveva in uno stato di quasi completo abbandono, da cui si può immaginare come fosse la condizione morale e sociale di quegli abitanti. Ciò nonostante, nessuna difficoltà e nemmeno l'odio anticlericale diffuso in quell'ambiente hanno potuto frenare l'azione evangelizzatrice dei Missionari Giuseppini giunti in quei luoghi.

I principali ostacoli
I due pionieri di Cristo dovettero intraprendere il loro apostolato dal nulla, fin dall'inizio si scontrarono con una serie di gravi difficoltà. In quell'epoca nella zona del Napo esistevano due classi d'indigeni: quelli "liberi" e gli altri che erano "debitori". Questi ultimi avevano dei debiti con il loro padrone per alcune cose ricevute da lui. L'inganno stava nel fatto che questi infelici nativi non conoscevano il prezzo del loro debito e neppure il valore della cosa ricevuta e, peggio ancora, il valore della loro paga. In questo modo si perpetuava il debito che diventava una vera schiavitù, chiamata "stato di debitore". In conseguenza di questo si originò il fenomeno della dispersione degli indigeni nella selva. Infatti molti preferirono scappare ed allontanarsi nel più folto della giungla. Questo fenomeno si aggravò dopo l'espulsione dei Gesuiti dall'Ecuador, quando s'introdussero nella zona del Napo bande d'invasori, chiamati "caucheros", raccoglitori del caucciù vegetale. Questi s'impadronivano degli indigeni indifesi, i quali, allo schioccare dello scudiscio del padrone, dovevano consegnare la quantità di lattice estratta dall'albero del caucciù, che aveva pattuito il tiranno, sotto pena di gravi castighi. L'allontanamento degli indigeni "Yumbos" rese ancor più difficile l'evangelizzazione del missionario. A sua volta la tribù degli "Aucas" si organizzò giurando vendetta contro ogni razza umana, se qualcuno si azzardava a penetrare nel suo territorio. Nel 1927, poi, s'infiltrarono nel Vicariato del Napo i primi protestanti, che si caratterizzavano per il loro fanatismo proselitista. A causa del loro falso principio della libera interpretazione personale della Sacra Scrittura, proibita dalla stessa Bibbia (1Pt.1,19) fomentarono così la divisione e l'errore fra i primi cattolici del Napo. D'altra parte c'erano l'avversione e le continue macchinazioni del Governo anticlericale, di moda in quel tempo, che cercava tutti i pretesti per impedire lo sviluppo della Missione cattolica, dando invece campo libero ai protestanti. Alcuni funzionari statali non si limitarono a denigrare i missionari con critiche e calunnie, ma usarono anche le minacce e la prigionia dello stesso Mons. Cecco, il quale, in una sua lettera al Padre Generale, si esprimeva così: "Sembra che qui non si voglia ricevere lo Spirito della Verità e che Satana abbia stabilito il suo regno in questa regione. Oh, se le potessi riferire tutti i mali morali e sociali che abbiamo potuto constatare!". Dal canto suo Padre Giorgio Rossi manifestava la sua afflizione con questa frase: "Un anno d'esperienza in questa terra di missione mi fa capire che ogni ideale ha il suo calvario".

Rinforzi dal Brasile
Superando tutte le difficoltà del lungo viaggio, giunsero dal Brasile passando per l'Argentina, il Cile e il Perù, Padre Oreste Trombén con quattro confratelli laici: Casimiro Peretti, Giacomo Orso, Ermenegildo Guerrini e Carlo Arlunno che si aggiunsero ai due pionieri della Missione Giuseppina, tutti italiani e tutti appartenenti all'eroico gruppo dei fondatori. Il 3 settembre 1922 Padre Oreste scriveva dal Cile: "La vigilia della nostra partenza nella nave "Imperial" la città di Valparadiso si svegliò molto impressionata: la nave "Itata", nella quale dovevamo viaggiare noi era andata a picco. Gli affogati più di quattrocento! A noi ci fa compagnia San Giuseppe, perché il console ecuadoriano non volle concederci il permesso di sbarcare a Guayaquil, poichè noi eravamo religiosi stranieri. Allora fece i biglietti per un'altra nave, la "Imperial" che ci portò fino a Callao (Perù); da qui telegrafai a Mons. Cecco per ottenere quindi il permesso d'entrata a Guayaquil. Finalmente, il permesso di sbarcare a Guayaquil arrivò e il 19 settembre i nostri missionari poterono ammirare il magico cielo di Quito". Era la fine di ottobre e i primi di novembre i quattro confratelli si stabilirono a Tena, per incominciare quel lavoro prezioso, anzi necessario, che hanno potuto realizzare, per convertirlo in opere efficienti che costituiscono la stessa struttura di tutta la Missione del Napo.


01/12/2002

Stampa pagina / Print page Invia pagina / Send page

Altre notizie
economia e lavoro | eventi e manifestazioni | pubblica utilità | spettacoli e società | Vip | Vicenza calcio
sport vicentino | enogastronomia | arte e cultura | salute e benessere
Rubriche
LIBRI   A cura di Alessandro Scandale
CALCIO   L'opinione di Adalberto Scemma
CINEMA   A cura di Alessandro Scandale
ARCHIVIO NEWS   L'archivio del nostro NewsMagazine