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Barbara Ehrenreich
Una paga da fame.
Barbara Ehrenreich
Una paga da fame.
Feltrinelli,
168 pag,
13, 5 Euro.

L'altra faccia dell' America.
Milioni di americani, e non solo, lavorano ogni giorno duramente e senza sosta in cambio di salari modestissimi. Nel 1998, Barbara Ehrenreich decide per un paio di anni di fare la loro stessa vita, per cercare di capire meglio cosa c'è dietro le retoriche che invocano la fine dello stato sociale. Ma come si fa a sopravvivere? Barbara Ehrenreich lascia la sua bella casa, rinuncia a utilizzare le sue carte di credito e lo status di intellettuale e giornalista.

Si mette a cercare lavoro e accetta di fare la cameriera, la donna delle pulizie, la commessa. Da queste sue esperienze, l'autrice ricava un libro crudo e realista, ma al contempo divertente, che racconta in presa diretta l'America dei bassi salari, con le sue storie di solidarietà e di grande umanità, ma anche la vita grama di tutti i giorni, con i pasti consumati per necessità nelle catene di fast-food e gli innumerevoli stratagemmi disperati per sopravvivere.


Naomi Klein, altra firma importante del giornalismo nordamericano, autrice del recente best-seller "No Logo" ha detto: "Questo libro sincero e coraggioso rappresenta la sfida a creare una società meno divisa". Si tratta senza dubbio di un'ottimo esempio di giornalismo serio e d'inchiesta, come da più parti oggi si va chiedendo (giustamente) a coloro che questo mestiere hanno scelto di fare. Un'esempio di come l' America, la terra del Premio Pulitzer tanto per capirci, che pure non ci risparmia di tanto in tanto le sue "americanate", sappia anche dare dimostrazione di grande serietà e soprattutto di quel senso di equità e distacco nell'informazione che tutti dovrebbero perseguire, ma che pochi, di fatto, praticano.

Si potrebbe forse obbiettare che "Una paga da fame" non sia affatto un libro "arrabbiato", o scritto da chi avrebbe in ultima analisi tutto il diritto di denunciare certe storture, certe palesi diseguaglianze del sistema economico e del mercato del lavoro. Si potrebbe anche aggiungere che proprio perché a scriverlo é stata una giornalista benestante e "arrivata", una insomma che non deve fare i conti con le bollette a fine mese, il libro non sia esattamente una garanzia di estrema veridicità e partecipazione. In fondo, si pensa, questa agiata professionista ha sì dedicato due anni della propria vita a pulire piatti in un fast food e a lavare pavimenti nelle case dei ricchi, ma alla fine é tornata al suo lavoro da 300 milioni l'anno e alla sua vita borghese.

Tutto vero. Però, siamo sinceri, ce ne fossero di queste signore coraggiose, disposte per una volta a calarsi davvero, e non per finta, nei panni dei più deboli, dei meno rappresentati, di quelli che si spezzano la schiena per 5 o 6 dollari l'ora e che la sera, se va bene, tornano a casa con quanto basta per apparecchiare la tavola e dar da mangiara ai loro figli. E ce ne fossero, in grado di denunciare senza peli sulla lingua l'altra faccia dell'America, non quella del "sogno americano" di Hollywood, ma quella della gente umile, e sono decine di milioni, che spesso é costretta a scegliere tra mangiare o comprare le medicine, perche tutte e due le cose assieme non si può.

Introduzione - Antefatto e preparativi
L'idea da cui è nato questo libro vide la luce in una cornice di relativo lusso. Il direttore di "Harper's", Lewis Lapham, mi aveva invitata a colazione in uno di quei ristorantini francesi che promettono cucina rustica (30 dollari al pasto) per mettere a punto la mia collaborazione alla rivista. Ordinai salmone con insalatina selvatica, se ben ricordo, poi, mentre esponevo la proposta di una serie di articoli sulla cultura pop, la conversazione andò a toccare uno dei temi che più mi stanno a cuore, la povertà.

Come fa la gente a sopravvivere con i salari dei lavori meno qualificati? E in particolare, come faranno a sopravvivere, con paghe di 6 o 7 dollari l'ora, quei quattro milioni di donne che saranno forzatamente immesse sul mercato del lavoro dalla riforma del welfare? [legge del 1996; N.d.T.]. Questo ci stavamo chiedendo, quando me ne uscii con un'idea di cui in seguito avrei avuto modo di pentirmi a più riprese: "Bisognerebbe mandare qualcuno sul campo a fare una bella inchiesta vecchio stile".

Naturalmente intendevo una persona molto più giovane di me, qualche neofita entusiasta con tanto tempo a disposizione. Fu allora che, con un sorrisino a mezza bocca e un luccichio folle negli occhi, Lapham pronunciò le due parole che per me segnarono la fine della vita normale, almeno per un lungo periodo: "Giusto: te"......

Barbara Ehrenreich é docente di sociologia all'Università di Berkeley e giornalista. E' autrice di diversi saggi, alcuni dei quali premiati dalla critica americana con prestigiosi riconoscimenti, quali il "National Book Critics Circle Award". Attualmente scive su Time, Harpers Magazine, The Nation e The New York Time Magazine.


23/04/2002

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