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La V3 torna in serie B
di Adalberto Scemma
"V" come Veneto. "V" come Vicenza, Verona e Venezia. Tutto questo per dire che si ritrovano tra i cadetti le tre squadre emblema del calcio regionale. Unite da un destino calcistico avaro in queste ultime stagioni di momenti sereni. Divise, per contro, da una rivalità insopprimibile. Costrette, tra qualche mese, a lottare spalla a spalla per la conquista di un sempre più difficile posto tra le quattro di testa della serie B. La realtà del calcio è quella che è. In proiezione rivestirà un'importanza sempre maggiore la componente del censo mentre verrà via via ridimensionata, ahimè, quella relativa alla tecnica.

E siccome nel giro di tre-quattro stagioni assisteremo con tutta probabilità al varo del campionato europeo per club (una sorta di NBA calcistica aperta soltanto a squadre in grado di fornire determinate garanzie economiche) ecco che il destino della "V 3" potrebbe delinearsi -secondo le valutazioni di molti- a tinte sempre più fosche o ,quantomeno, in un quadro ampiamente mutato rispetto alla tradizione.

Se ragioniamo in termini di saggezza popolare, dobbiamo riconoscere che la realtà non può essere cambiata: è quella che è. Nel caso specifico c'è da ritenere che i potentati del calcio non abbiano alcuna intenzione di fare marcia indietro e che tutti i mezzi per dar vita a una sorta di Circo Barnum della pelota siano stati da tempo attivati. Se è vero tuttavia che la realtà non può essere cambiata, è altrettanto vero che è possibile usarla.

Quale strada, dunque, per squadre come il Vicenza, il Verona o il Venezia retrocesse in B con esiti per certi aspetti traumatici ma decise a rimanere comunque nel Sistema ? Una soltanto: quella che chiama in causa una programmazione a lunga scadenza con l'obiettivo di mutare gradatamente pelle. Serve, a dirla con una immagine probabilmente azzardata ma sicuramente calzante, una vera e propria "mutazione genetica".

Fino a ieri (anzi: fino a oggi.) la "V 3" è rimasta saldamente ancorata a un uso, quelle delle pluvalenze, che le grandi hanno inserito nel Sistema allo scopo precipuo di colonizzare le piccole realtà provinciali. Plusvalenze come esca per gli ingordi, insomma, un'esca rivelatasi a gioco lungo micidiale. Il primo obiettivo, un obiettivo legato alla sopravvivenza, dovrà identificarsi allora con il rifiuto di accettare un sistema di approvvigionamento economico che ha le connotazioni di un autentico ricatto: chi entra nel giro delle plusvalenze, infatti, non ha più la possibilità di uscirne, è costretto ad alzare costantemente la posta con il rischio anche troppo evidente di non poter reggere a lungo la sfida.

Diventa, insomma, un referente obbligato delle grandi, perde la propria libertà di azione, si ritaglia un ruolo inderogabile di "vassallo calcistico". Fino a che punto è possibile ricreare il cosiddetto "spirito di appartenenza", quella molla capace cioè di aggregare (come è accaduto in passato) società, squadra e pubblico in un blocco unico ? Serve, come dicevamo, una scelta coraggiosa che proprio la presenza contemporanea delle tre squadre venete in serie B, potrebbe innescare.

La scelta di percorrere, attraverso una comune programmazione, una strada alternativa: ampio spazio al settore giovanile, con investimenti locali e con istruttori adeguatamente pagati; obiettivi agonistici non ambiziosi nell'immediato; graduale blocco da adottare nei confronti del sistema delle plusvalenze con esclusione altrettanto graduale dei parassiti che vivono e prosperano all'interno del Sistema. Troppo difficile ? L'alternativa è quella che stiamo osservando: squadre ormai sradicate dalla realtà locale, costrette a praticare un calcio virtuale che non esiste senza la tv. Ma serve, come dicevamo, un atto di coraggio.


07/05/2002

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