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Distacchi e altri addii
di Alessandro Scandale
Mondadori, 154 pag, 15 Euro
E' possibile affrontare positivamente gli addii della vita e riuscire a crescere, traendone insegnamenti validi per il nostro futuro? E' questa la domanda che fa da cornice a "Distacchi e altri addi-Quando separarasi fa bene", il nuovo saggio della psicoterapeuta e divulgatrice Gianna Schelotto, una presenza ormai abituale sugli scaffali delle librerie. Distacchi da persone, ma anche da oggetti, da luoghi, da situazioni. Tendiamo tutti a legarci troppo alle persone e alle cose, a sviluppare un senso di possesso che poi, quando perdiamo l'oggetto amato, ci fa soffrire. La Schelotto affronta il tema della difficoltà del distacco, spesso dovuta alla nostra insicurezza, al bisogno di ancorare la nostra identità a un contorno di elementi che in fondo non ci appartengono. Non a caso, tra le prime cause di nevrosi e di stress ci sono divorzi, licenziamenti e traslochi. Analizzando alcuni casi clinici di suoi pazienti, la Schelotto spiega le ragioni che stanno alla base della sofferenza da distacco, e ci aiuta a superarla.
Il libro della Schelotto

Spesso durante la nostra esistenza ci imbattiamo nostro malgrado in distacchi da persone amate, oggetti o luoghi cari, o nella perdita di situazioni, lavorative o sociali, sulle quali avevamo fondato le nostre certezze, o presunte tali. Il disorientamento interiore che ne deriva è sempre pesante, a volte anche insopportabile. Sono traumi che a volte ci lasciano ferite difficilente rimarginabili, alle quali possono anche legarsi gravi disturbi psicologici. Ma se, come molti sostengono, è soprattutto la fine di un amore ad avere l'effetto distruttivo di una bomba sulla nostra psiche, allora è forse il caso di capire a fondo i perchè e cercare almeno di arginare l'onda piena dello sgomento.

"Le storie d'amore, afferma l'autrice, hanno questo di brutto: non finiscono mai contemporaneamente per entrambi i membri della coppia. Spesso l'amore si esaurisce per uno dei due, ma rimane molto vivo per l'altro. Perciò il partner che non era ancora pronto a concludere la storia si sente disperato, offeso, umiliato, e soprattutto spaventato dalla solitudine".

"La rottura di un amore, l'abbandono da parte di qualcuno che amiamo, prosegue Schelotto, provoca in noi una ferita narcisistica: non si perde soltanto quella persona, ma un'immagine di sé, un pezzo della propria vita. Quando instauriamo una relazione con qualcuno, costruiamo pezzi di noi insieme a lui; pezzi della nostra vita, delle nostre speranze, del nostro futuro. E quando all'improvviso interviene una rottura, la lacerazione dell'io provoca un profondissimo dolore".

Ma esiste, come suggerisce lo stesso titolo del libro, una via per uscirne in maniera positiva e non distruttiva? "Si, afferma l'autrice. Ci sono persone che reagiscono in maniera che possiamo definire composta, cercando di adattarsi come meglio possono al trauma subito; altre invece adottano comportamenti estremi, scomposti. Nel mondo anglosassone dilaga la sindrome di chi vuole assolutamente tenere legata a sé la persona amata, costringerla a rimanere anche se vuole andarsene. Cominciano allora vere e proprie persecuzioni: agguati in strada, telefonate notturne, scenate. Qualche volta si arriva addirittura all'omicidio. Si tratta di un comportamento maniacale che nasce dall'incapacità di accettare il distacco. E' chiaro che chi reagisce in questa maniera è un individuo immaturo, che non tollera un distacco, non riesce a vederlo come una tappa indispensabile per crescere, e quindi cerca di fermare il tempo fermando la persona che ama, ma che non l'ama più".

Ma che cosa spinge alcuni di noi a questi comportamenti estremi? "I nuovi stili di vita, le abitudini stressanti di ogni giorno, il consumismo ci hanno abituati a cambiare spesso, a buttare via facilmente quello che abbiamo per prendere delle cose- o delle persone- nuove. E' quasi un'ansia che affligge determinate personalità. Siamo diventati tutti più insicuri, più spaventati. Ciò deriva probabilmente dal fatto che viviamo tempi difficili. Quotidianamente sopportiamo cambiamenti che ci costringono ad adattarci a un mondo sempre diverso, ma spesso arranchiamo, non ce la facciamo. Pensiamo al nostro corpo: la sua struttura è la stessa dei nostri avi preistorici, con le stesse funzioni e gli stessi limiti, ma siamo sottoposti continuamente a nuovi stimoli visivi e auditivi che richiedono una straordinaria capacità di adeguamento. L'eccezionale sforzo che facciamo per adattarci a questi stimoli ci fa sentire sempre più insicuri, ci fa temere di essere inadeguati. Trasferito nei rapporti affettivi, questo timore si traduce in possessività. Piuttosto che rischiare un cambiamento del quale non siamo capaci, ci teniamo tutto come sta. Quindi diventiamo possessivi e incapaci di rispettare la libertà del partner".


09/09/2002

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