| "Pro missioni": l'abbiamo visto scritto fin da piccoli sui salvadanai di cartone, lo vediamo ancora in qualche negozio e in molte bancarelle, pesche o lotterie delle nostre parrocchie. Ma siamo sicuri che il denaro abbondantemente offerto ai missionari aiuti veramente le missioni? E' una domanda imbarazzante. Si va male a porla perché sappiamo, e per conoscenza diretta, da dove vengono gran parte delle offerte per le missioni: gente semplice, a volte povera, che in limpido spirito evangelico condivide il proprio denaro con i poveri della terra e con i loro evangelizzatori; i giovani pieni di entusiasmo che danno il loro tempo e le loro energie per aiutare economicamente qualche progetto di sviluppo nel Terzo Mondo; famiglie che si autotassano.. E si va male a porla anche perché sappiamo, e per conoscenza diretta, quanto grande è la sofferenza ingiusta dei poveri della terra e quanto grande è la generosità dei missionari che giorno dietro giorno vedono il dolore della loro gente senza poterlo alleviare. Eppure è il Papa stesso che ci spinge a porre la domanda nell'enciclica sulla Missione: come mai, dice, crescono le offerte e calano i missionari? Nel mondo missionario circola molto denaro. Secondo un calcolo attendibile, gli aiuti globalmente raccolti ogni anno per le missioni sono valutabili in 1000 miliardi di lire. Certo, di fronte ai bisogni del mondo non è poi molto. Ma non è facile raccogliere e usare una somma così ingente secondo criteri evangelici. Molti gruppi vanno per conto loro ed inviano aiuti secondo criteri occasionali o puramente emotivi, creando situazioni di ingiustizia distributiva che gridano vendetta al cospetto di Dio. E allora il denaro, sempre infido, serve veramente alla missione oppure sta diventando una trappola mortale? Conviene dire subito che la pura e semplice raccolta di soldi non aiuta la missione. Anzi, può essere dannosa, perché da sola è diseducativa. C'è il reale pericolo che l'aiuto economico esaurisca tutto l'impegno missionario dei singoli o della comunità cristiana e riduca l'attività missionaria a impegno per lo sviluppo. Ci si tranquillizza la coscienza, pensando di aver fatto abbastanza offrendo soldi per le missioni e non ci si preoccupa né di sapere come e perché i popoli del Sud sono sottosviluppati né di conoscere i veri problemi dell'evangelizzazione. E neppure si approfondiscono le motivazioni evangeliche del "dare ai poveri" e del "come" dare, né si accompagna il gesto della mano con l'invocazione delle labbra: "Manda Signore, operai nella tua messe". Quando ci si ferma alle offerte, anche generose, per le missioni, di fatto si scarica sui missionari tutta la responsabilità della missione universale ed essi diventano gli specialisti che noi ammiriamo e che ci dispensano dall'essere in qualche modo noi stessi "missionari". Ma per ogni vero discepolo di Gesù la missione è universale, va vissuta in prima persona e non può essere delegata agli altri. Bisognerà trovare il modo proprio per ciascuno: una madre di famiglia, un giovane che sta decidendo della sua vita, un anziano ammalato avranno modi diversi di essere "missionari". Ma è certo, per tutti, che il denaro da solo non basta. E anche i veri missionari sanno di rischiar grosso nell'uso del denaro. E' ben vero che i bisogni sono immensi, ma essi sperimentano il rischio di dare aiuti creando legami di dipendenza e di passività in chi li riceve, o di costruire opere materiali senza riuscire a formare le persone; o di apparire, anche senza volerlo, come uomini ricchi che evangelizzano i poveri.. E deve bruciare loro dentro la parola di Gesù: "Non procuratevi oro, né argento, né monete di rame per le vostre tasche.". Non è facile ripensare oggi in paesi poverissimi questo comando, che pure resta vincolante. Il Signore continua sempre a chiedere alla sua chiesa di annunziare il vangelo ai poveri con mezzi poveri. Domandiamoci allora a quali condizioni oggi l'aiuto economico può servire effettivamente il vangelo del Regno. 1. L'offerta come impegno di vita I l criterio ultimo del nostro personale rapporto col denaro è sempre Gesù di Nazareth nella sua vita povera, di condivisione con i poveri e nelle sue parole sulla povertà, esigenti e liberanti (non servite il denaro.date ai poveri.procuratevi amici con la disonesta ricchezza.). Anche l'offerta in denaro dovrebbe indicare la nostra volontà di una vita più sobria e austera. Il Papa ci ha riproposto il motto da tempo circolante negli ambienti missionari: "Contro la fame cambia la vita" (e non solo "offri denaro") e ci ricorda che è "indispensabile arginare l'immoderato consumo di beni" perché nasca un nuovo modello di sviluppo, più giusto e solidale. L'offerta occasionale riceve così il suo significato e il suo valore dal nostro modo evangelico di vivere nella semplicità e nella sobrietà. 2. Informarsi per capire E' necessario ormai accompagnare il nostro aiuto economico, grande o piccolo, con una seria informazione sui veri problemi dei popoli ai quali è destinato. Solo così comprenderemo che la povertà è prodotta dalle "strutture di peccato" (debito estero, commercio internazionale, saccheggio ecologico, commercio d'armi.) che vanno rimosse con "scelte coraggiose e condivise di critica severa ad una economia occidentale e ad un sistema di mercato incontrollato che sfruttano i paesi poveri" e con scelte di impegno, qui nel Nord ricco, che saranno necessariamente anche di carattere socio-politico. Senza informazione non nascerà mai nessuna coscienza delle cause della povertà e nessuna azione efficace per toglierla. Continueremo a buttar denaro in un buco incolmabile e che si fa di giorno in giorno più profondo. Continueremo a spedire aiuti a pioggia, quando occorre imparare a finalizzarli allo sviluppo, dentro progetti precisi e concreti, anche se modesti e sempre come segno che il Vangelo è annunciato ai poveri. Separare l'annuncio dall'aiuto non è Missione. 3. Denaro per formare o per costruire? Oggi vediamo meglio di anni fa che conviene destinare il denaro ad interventi di carattere formativo ed educativo (corsi di alfabetizzazione, corsi di formazione per responsabili di comunità, per operatori sociali o pastorali.) piuttosto che ad opere materiali, non sempre assolutamente necessarie e urgenti. Purtroppo a volte chi offre il denaro "esige" di vederlo impegnato in costruzioni di edifici, più che di coscienze, ma così non aiuteremo mai questi nostri fratelli a balzare in piedi, pieni di gioia, come lo storpio alla Porta Bella del Tempio di Gerusalemme. 4. Far vivere le giovani chiese Le nostre comunità cristiane dovrebbero infine interrogarsi se con il loro denaro aiutano anche l'evangelizzazione in senso stretto delle giovani chiese. Perché è facile raccogliere grandi somme per i lebbrosi o i bambini abbandonati e si trova resistenza nei credenti quando si propone una borsa di studio per un seminarista? Aiutare una Chiesa povera a formare i suoi preti e catechisti è aver capito che, in mezzo a tanta povertà, il Vangelo resta ancora il dono più prezioso che possiamo offrire ai fratelli. E la via maestra di questo aiuto rimangono le Pontificie Opere Missionarie. | |