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CHIESA VIVA on line 01/2003
L'avventura dei Padri Giuseppini in Ecuador
Le Suore dell'Istituto Farina

Dagli scritti dell'archeologo Giuseppino, Padre Pedro Porras, come di tutti gli storici dell'epoca e che furono in contatto con gli abitanti della selva orientale dell'Ecuador, appare chiaro che queste tribù primitive: Zaparos, Aushirir o Aucas, Enos, Jibaros, Yumbos, ecc., furono sempre influenzate da credenze superstiziose, in modo particolare gli Yumbos del Napo.
Scrive Padre Porras: "Come tutti i popoli primitivi, in forma più accentuata le tribù degli Yumbos, continuarono ad essere i selvaggi di sempre, anche al contatto di altri popoli civilizzati. Al selvaggio Yumbo piaceva essere libero e nomade, senza nessun impedimento o legge di sorta che lo obbligasse alla vita sociale e civilizzata". Per le altre tribù orientali la cosa fu un po' diversa, perché si adattarono più facilmente, anche se in distinte forme, a una certa vita organizzata, a imitazione dei bianchi. Gli Aushiris o Aucas, invece, reagirono diversamente. Si opposero ad ogni sorta di soggezione e ai armarono, giurando vendetta contro ogni razza; anzi nemmeno al loro interno si compresero, tanto da combattersi fra di loro. Al contrario gli Yumbos, di carattere pacifico e di poche iniziative, furono presto vittime degli invasori bianchi. I Padri Gesuiti lavorarono molto con la tribù primitiva degli Yumbos, nel secolo XIX, senza ottenere quasi nessun risultato. Il Gesuita Padre Manuel Guzmàn, che passò diversi anni nel Napo, specialmente negli anni 1880-90, scrive al proposito: "Questo popolo si trova in uno stato di ignoranza e abbrutimento tale che sorprende, senza aver assimilato nessun profitto serio nel contatto con i bianchi, se non i loro vizi e le loro malizie. Sarebbe molto più facile formare nuove generazioni di cristiani con gli infedeli pagani che con questi indigeni pseudo - cristiani". (dal libro "I Gesuiti nell'oriente ecuadoriano", Editrice "Iusticia y Paz" 1977, Guayaquil, pag. 31, Autore J. Jouanen). Quanto al sentimento religioso lo Yumbo era "animista". Ogni cosa terrena per lui ha l'anima: la selva, la pietra, la montagna, la pianta, il fiume, l'animale, il dolore, la malattia e la stessa morte.tutti sono esseri viventi e concreti. Non c'è niente di astratto nella sua concezione. Ma la cosa più sorprendente è la sopravvivenza dell'anima considerata eterna e la reincarnazione in una qualsiasi realtà terrena. L'unico che può avere il potere e autorità sopra le anime è lo stregone. Nessuno lo dubitava. Poteva far passare l'anima della malattia nel corpo di un uomo ed causargli la morte. Secondo la sua mentalità, la morte non è un fenomeno naturale. E' la conseguenza del maleficio di uno stregone. Allora, che cosa doveva fare l'ammalato? Doveva ricorrere ad un altro stregone che gli succhiasse l'anima della malattia. Ossia, il sasso, il verme o il rospo che aveva nel suo corpo l'ammalato. Naturalmente il "medico" della selva conosceva pure le qualità di alcune erbe medicinali ed esigeva dal paziente ricompense esose, prepotenti o immorali. Un'altra usanza: per l'indigeno ogni occasione era propizia per organizzare feste, che potevano durare alcuni giorni e quasi sempre terminavano con autentiche orge. Rispetto al sentimento elementare della riconoscenza, scrive Padre Porras: "L'indigeno non era molto sensibile ad apprezzare il beneficio ricevuto; era del tutto primitivo per comprendere tali esigenze sociali, per cui un povero missionario che arrivava alla sua baracca, dopo ore di estenuante cammino, riceveva la più fredda accoglienza.". Un buon lavoro toccò ai primi missionari in siffatta situazione!!!.. Di sicuro era più conveniente lavorare con gente completamente selvaggia che aver a che fare con gli Yumbos!

Un nuovo "Rumbo" (=cammino)
I pionieri Giuseppini mirarono a penetrare in questo ambiente con senno e con l'arma dell'amore cristiano, valorizzando le buone qualità che distinguevano questi indigeni. Infatti lo Yumbo è onesto e rispetta le cose altrui, così pure ha un genere di vita molto frugale, si accontenta di poco ed è resistente alla fatica. Non si preoccupa del domani, "Caya puncha tian" - "domani è un altro giorno", perché preoccuparsi? Ma specialmente è monogamo e fedele alla sua sposa fino alla morte. (Virtù, però, che al contatto della cosiddetta "civiltà" moderna sono messe a dura prova). Dopo ottant'anni di paziente lavoro dei missionari e missionarie, questi nativi impararono a riconoscere il beneficio ricevuto. E' usuale già fra di loro la parola "pagarachu", molte grazie, e dimostrano la loro gratitudine, anche se molto poveri, regalando i frutti della loro terra. In quanto al sentimento religioso, nel loro complesso hanno acquistato una certa formazione cristiana, tanto da superare nella pratica gli stessi colonizzatori. Ma ciò che è più importante dal punto di vista missionario è la trasformazione del Vicariato Apostolico in una diocesi vera e propria, comprendente la formazione di un clero indigeno. Il cammino però rimane lungo e faticoso. Occorrono generazioni prima che si attui un vero travaso di culture e la pazienza qui è davvero la prima forma di carità. Fin dagli inizi, la Missione Giuseppina, pur in mezzo a tante delusioni, ha avviato un seminario giuseppino ad Ambato e successivamente un seminario intermissionale, che però non ha dato i frutti sperati. Si è passati successivamente alla fondazione di un seminario diocesano nel cuore stesso del Napo, a Cotundo, che funziona da più di vent'anni e da esso sono usciti alcuni sacerdoti diocesani.

Le prime Missionarie Dorotee
Mons. Cecco e padre Giorgio Rossi sognavano di poter contare sulla presenza di una congregazione religiosa femminile che avesse il coraggio di affiancare l'ardua opera dell'apostolato e specialmente dell'educazione delle bambine nelle scuole e collegi che si sarebbero costruiti in varie parti del vasto territorio del Napo. Per questo importante e difficile lavoro si offersero di venire le Suore Dorotee, una Congregazione fondata dal beato Mons. Giovanni Farina, Vescovo di Vicenza. Fu un incomparabile regalo e una benedizione della divina Provvidenza per la Missione Giuseppina. Effettivamente, dopo ottant'anni di servizio, si può constatare che il lavoro paziente e il sacrificio di queste Suore nella selva del Napo sono stati sorprendenti, tanto da poter affermare che una gran parte del buon esito della Missione Giuseppina si deve alla collaborazione generosa delle Dorotee.. Attualmente sono otto i collegi con altrettante scuole materne ed elementari diretti da loro. Inoltre dirigono due ospedali, una casa di riposo e molti dispensari medici sparsi nel Napo. Nell'ottobre 1923 Mons. Cecco andò a Quito, superando tutte le difficoltà del faticoso viaggio, per ottenere dal Governo ecuadoriano il permesso d'entrata delle religiose. Il gruppo delle Dorotee era composto da Suor Pia Costa, superiora, Liduvina Perazzolo, Erasma Sbicego, Irene Manin, Blesilla Angretta e Misericordia Tegon. A loro si aggiunsero due nuovi missionari Giuseppini, Padre Carlo Verdoia e Padre Pietro Savio.
La comitiva degli otto Missionari era arrivata a Guayaquil il 26 aprile 1924, ma il permesso d'entrata nel paese ottenuto da Mons. Cecco, non era ancora giunto a destinazione. Ecco quanto egli scrisse al Superiore Generale: "Quando i passeggeri stavano sbarcando, seppi che ai nostri era stato vietato il permesso di sbarco. Io non sapevo che fare ed ero molto preoccupato, perché la nave doveva partire alle sei ed erano già le quattro e mezzo del pomeriggio. (Siccome il signor Presidente della Repubblica si trovava a Guayaquil, nella lettera leggiamo quanto segue): Andai subito dal signor Presidente e mi venne incontro il Segretario che m'informò che lo stesso Presidente aveva concesso il permesso di sbarco. Ma nessun permesso era giunto al porto.".
La cosa ebbe comunque una originale soluzione. Infatti, tra lo stupore degli astanti, la comitiva di Missionari e Suore fu vista scendere tranquillamente dalla nave in abito borghese come se si trattasse di comuni passeggeri, superando così facilmente ogni controllo alla stazione marittima d'arrivo, grazie all'intraprendenza di Padre Carlo. "Padre Carlo, vestito elegantemente da avvocato, andava a braccetto di una distinta signora, niente meno che la Superiora delle Dorotee, mentre Padre Pietro dava la mano a una modesta signora, la Madre Liduvina, seguita da altre quattro signore, "le restanti Suore". (Da Misioneros Josefinos, pag. 103).
Oggi le suore dorotee in Ecuador, oltre che nel Napo, sono presenti a Guayaquil e a Quito, sono organizzate in provincia religiosa e la provinciale è una suora ecuadoriana. Davvero il piccolo seme è divenuto un albero vivo e vitale, dal quale le suore, con una mano al Cuore di Gesù ed una ai fratelli bisognosi, prolungano ed incarnano il carisma del Beato Giovanni Antonio Farina. Fine. < /P> < /P> < /P>


10/01/2003

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