| Come scrive lo stesso Mons. Dal Ferro nella nota che introduce i lavori, a differenza di quanto si riteneva anni orsono, le indagini sembrano evidenziare nei lettori un atteggiamento più critico , sempre meno incline, almeno fra i più giovani, ad acquistare il giornale per abitudine o per simpatia ideologica. Essi comperano o leggono il giornale come i prodotti esposti al supermercato. Ecco perché sono più incerte le ricerche sugli utenti e i giornali si preoccupano di farsi notare e di farsi comprare colpendo il lettore. La conferenza prende le mosse proprio da una ricerca attuata negli ultimi due mesi dall'Istituto Rezzara, dalla quale emerge una enorme differenza nelle attese dei lettori di quotidiani: i più anziani desiderano un giornalismo educativo e di denuncia dei mali sociali e politici, le persone di mezza età chiedono un'informazione precisa, i più giovani considerano il giornale uno dei tanti strumenti di autorealizzazione. Quello che progressivamente sembra venir meno nei più giovani è la concezione tradizionale del giornale, quale strumento di partecipazione sociale e di democrazia. La logica del mercato sembra così penetrare gradualmente nell'informazione. L'indagine è ancora in fase di elaborazione, per cui sono disponibili solo alcuni dati relativi alle fasce estreme: la generazione oltre i 45 anni e quella dei giovani sotto i 25 anni. Negli anni Settanta, secondo Marino Livolsi, il giornalismo quotidiano in Italia si era aperto ai giovani e alle donne, staccandosi dal suo carattere prevalentemente politico. Fu allora che si cominciò a parlare di settimanalizzazione del quotidiano, dato lo spazio accordato all'effimero e alla cronaca mondana, e di femminilizzazione, data l'inclusione nelle pagine di rubriche e di servizi di moda, salute, medicina, spettacoli. Si arrivò all'inizio degli anni Novanta al record di sei milioni e mezzo di copie vendute. Oggi le vendite sono in calo. Come mai? Qualche studioso accusa i giornali di aver aumentato le copie negli anni precedenti le vendite con i gadget più che con un miglioramento qualitativo. Il rapporto del Censis del 1991 parlava di divaricazione tra il sociale e la sua rappresentazione nei mass-media, bloccati nella tradizionale enfatizzazione delle componenti patologiche, attraverso un atteggiamento gridato e sensazionalistico. L'informazione era aumentata, si diceva, ma non la possibilità di conoscere in essa la realtà.Il rapporto del Censis concludeva: "gridare non significa comprendere; esacerbare il conflitto non significa favorire l'interpretazione. Significa semmai, incrementare il 'rumore' informativo". L'ultimo decennio vede i giornali assumere una funzione di allargamento della informazione per rispondere agli interessi particolari dei lettori, i quali risultano sempre più differenziati. I lettori più giovani, abituati al virtuale e all'avvento delle nuove tecnologie (Internet in particolare), sembrano staccarsi dalla ricerca dell'oggettività e della verità, richiesta dai più anziani. La scarsa lettura dei giornali da parte dei giovani sembra indicare anche che l'appagamento per loro risiede su altre strade, nelle quali possono essere interattivi. Di fronte alle aumentate fonti informative, il giornale non è più centrale: è uno degli strumenti accanto agli altri. Si trova di fronte un pubblico altamente differenziato che, secondo Piermarco Aroldi, va dalla ricerca del romanzesco a forti tinte ricercato dai più anziani, alla ricerca oggettiva dell'attualità delle persone di mezza età, alla cronaca brillante con tutti i suoi colori dei più giovani lettori disincantati. Il virtuale sembra così aver cambiato le attese delle nuove generazioni, non più così rigorose circa l'informazione dei giornali e meno ancora interessate alla gerarchizzazione delle notizie. |