| Una meditazione sempre attuale Carissimi D.Giacomo e Amici del Centro Missionario. Vi scrivo questa volta da Roma, dove mi tratterrò ancora per qualche mese prima di fare ritorno in Ecuador, perché, come saprete, sto ultimando delle cure mediche. Durante questi mesi, ho avuto la possibilità di incontrare tante famiglie e tante persone che chiedono di essere ascoltate. Quanta solitudine si consuma nel vuoto e spesso nella disperazione, nel silenzio di tanti cuori! Viviamo nell'era delle comunicazioni più avanzate e sofisticate, eppure, queste nuove tecnologie, non bastano da sole a soddisfare il nostro bisogno d'ascolto. Anzi, le nuove tecnologie contribuiscono a rendere ancora più profonda l'incomunicabilità già esistente tra noi. C'è la solitudine di chi naviga, per ore su lnternet: basta accendere un computer per entrare in contatto con ogni parte dei mondo. Tutto questo è bellissimo. Ma può diventare una comunicazione virtuale, che ci spinge a chiuderci nel nostro guscio. Certo comunichiamo... ma che comunicazione è? Con chi stiamo comunicando? Che tipo di rapporto stiamo vivendo? C'è la solitudine di chi, magari dopo una settimana di lavoro in un ufficio o in fabbrica, si richiude in una discoteca, con una musica così forte e assordante da impedire qualunque forma di comunicazione. Si crede di stare in mezzo agli altri, ma in realtà si è profondamente soli, isolati in una folla di solitudini, Centinaia di solitudini che ballano e non parlano. C'è la solitudine che nasce dalla televisione, una scatola magica che ha il potere di dividere intere famiglie. C'è un televisore per la mamma, ipnotizzata da qualche quiz milionario; c'è un televisore per il papà, che segue lo sport quasi per scaricare le diverse tensioni accumulate durante il giorno; c'è un televisore per i bambini, uno per i nonni, uno per i tanti anziani soli nelle case di riposo ... tanti televisori. Ogni televisore genera la sua solitudine. C'è, poi, la solitudine che viene dalla fretta, dal nostro correre ogni giorno senza sosta: è la solitudine dell'arrivismo, dei desiderio di fare carriera ad ogni costo, di realizzarci nel nostro lavoro. Siamo così di fretta che è impossibile approfondire i rapporti umani, E così restiamo soli. Irrimediabilmente soli. E facciamo restare soli gli altri, quando non ci fermiamo a parlare con loro, quando non ci accorgiamo che stanno male e avrebbero bisogno di un sorriso, di uno sguardo amico. C'è ancora la solitudine causata dal pregiudizio: è quella sensazione che ci impedisce di comunicare con gli altri perché dentro di noi li abbiamo già catalogati, scartati, messi da parte, magari solo perché hanno idee diverse, o la pelle di un altro colore... o chissà per quale altra diversità. Il pregiudizio è un "giudizio dato prima", che può diventare una sentenza di morte, perché uccide il dialogo, ed è proprio così che nascono le guerre, piccole e grandi. Ci sono infine le grandi solitudini, quelle macroscopiche, di tanta gente percossa dalla sofferenza, dalle guerre, dalla fame, di popoli interi dimenticati, perché considerati "non produttivi" e quindi lontani dall'economia dei profitto. Quante solitudini.... Eppure, in questa realtà, per qualcuno forse dai toni troppo grigi, nasce ogni giorno Gesù, l'Emmanuele, il "Dio con noi", per scendere nelle solitudini più profonde della nostra vita, e farci provare che nei fallimenti e nei nostri vuoti è con noi e non ci lascia soli, per scaldarci il cuore e infonderci il coraggio di rischiare ancora, di rischiare per l'incontro, per il perdono. Colgo quest'occasione anche per ringraziarvi dell'appoggio manifestato e di quello futuro, alle iniziative di sostegno per tanti bambini, ragazzi, giovani e famiglie dell'Ecuador, Oggi tanti sogni e speranze sono realtà, grazie anche alla generosità del Centro Missionario. Giunga a voi tutti, anche a nome dei giovani dell'Ecuador, il mio augurio e la mia benedizione. Confermo il mio ricordo nella preghiera. p.Dario Pravato - Missionario Comboniano | |