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CHIESA VIVA on line 02/2003
Padre Giuseppe Dovigo, di Campiglia dei Berici, è ripartito per il Congo Riportiamo l'intervista fattagli da p. Claudio Codenotti
p. Giuseppe, come ti salta in mente di ripartire per la missione?
Il mio ritorno in missione è una esigenza di fedeltà. Direi di più. Questa partenza è una nuova vocazione, la risposta ad una nuova chiamata. Esperimento che non sono missionario una volta per sempre, ma che lo divento nel tempo, e che certe scelte si fanno più volte nella vita.
Ma dove vai? e cosa vai a fare?
Ritorno nella Repubblica Democratica del Congo, la stessa missione in cui ho lavorato precedentemente, fino al 1993, prima di venire qui in Italia. Allora si chiamava Zaire. Ma non è cambiato solo il nome dello Stato; anche la situazione del paese è molto cambiata. Dal 1996 il Congo è in guerra ed è occupato anche da truppe straniere.
Dilaniata e abbandonata, la popolazione continua a soffrire e morire. In questa situazione, il missionario è l'uomo solidale con il popolo che soffre, il servitore della chiesa locale il comunicatore del vangelo che entra in dialogo con persone, situazioni, culture diverse. Considero il mio ritorno come un dovere di solidarietà.
Sei solo a partire per questo lavoro?
No, non sono solo. Mi è offerta la possibilità di lavorare a Goma, nel Nord del lago Kivu, la città che nel gennaio scorso è stata in gran parte distrutta dal vulcano Nyiragongo. C'è il progetto di creare un nuovo centro per la comunità che ha dovuto evacuare. Io collaborerò con il dottor Paolo Volta e Giovanna, coniugi di Parma, con il signor Lino di Viadana e con p. Piero Sartorio, che è sempre rimasto sul posto per tutto questo tempo tragico. E' una prospettiva che mi riempie il cuore di gioia e di tanta fiducia.
Una curiosità: cosa fai ora, in attesa di partire?
In questo periodo sono a Tavernerio (Corno) con altri 24 sorelle e fratelli, provenienti dai vari continenti, con ricche esperienze di missione. Non è un lusso avere un tempo per se stessi, per l'aggiornamento e la preghiera; è un dovere. I temi di riflessione variano di settimana in settimana. I relatori e gli animatori ci offrono nuovi contenuti, nutrimento per il nostro cammino; non per il semplice gusto del sapere, ma per rinnovarci, per rinascere, per ritrovare giovinezza nella fiducia e nella speranza. Soprattutto questo tempo è un assaggio di quell'abbondanza di vita e di gioia che noi predichiamo, vivendo.
Un'ultima domanda: degli anni passati qui a Desio, cosa ti porti via?
Dopo aver lavorato per alcuni anni nella comunità di Salerno, sono venuto volentieri nella diocesi di Milano, nel 1996, attratto in particolare dalla presenza del cardinale Martini. Quando ero in Africa, seguivo la sua pastorale e meditavo i suoi libri. Nella missione di Cimpunda avevo persino adottato il suo programma pastorale, naturalmente adattandolo. Il foglio di collegamento con le varie comunità di base in lingua shwahili era intitolato: Kijufanya ndugu, che vuol dire "farsi prossimo"
. A Milano ho apprezzato l'apertura della chiesa alla missione, i programmi di formazione, l'organizzazione, le migliaia di piccoli gruppi missionari che operano nel territorio, la presenza di laici preparati. Mi sono sentito inserito nella pastorale missionaria della diocesi come membro della consulta e come animatore nei decanati.
Ho collaborato molto volentieri e in amicizia con don Giuseppe Massaro e don Adelio Molteni nel decanato di Cantù, con don Adriano e don Giuseppe Galbusera a Lissone e Seregno. Vorrei nominare tante persone generose e sensibili alla missione, che ho incontrato in questi sei anni. il loro ricordo mi accompagnerà sempre.
Le ringrazio per tutto quello che ho ricevuto.

01/02/2003

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