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CHIESA VIVA on line 06/2003
TORNARE IN MOZAMBICO CON UN BAGAGLIO DI BIBBIE IN LINGUA NDAU
La fatica del Missionario
Dopo qualche decennio di vita missionaria, ho accettato con gioia l'incarico di tradurre la Bibbia in lingua Ndau. I missionari protestanti in genere hanno seguito una metodologia opposta: hanno incominciato con la Bibbia, poi l'evangelizzazione, la comunità, i ministeri. Noi invece abbiamo cominciato con la evangelizzazione, il catechismo, la comunità, i ministeri, e ora la Bibbia. La prima difficoltà è stata adattarmi all'uso del computer che è più complicato di.una carriola. Una difficoltà maggiore è stata la "comprensione" col catechista. Lui non comprendeva il senso esatto di tante parole portoghesi . il testo base era la Bibbia di Gerusalemme - e io non comprendevo il senso esatto di tante parole Ndau; da qui varie discussioni per chiarire il senso delle varie espressioni. Inoltre la lingua Ndau è povera di vocaboli astratti e ricca invece di verbi; in particolare mancano i termini teologico - ecclesiali: trinità, rivelazione, grazia santificante ecc.
Altri esistono "a metà". Per esempio, per dire "battesimo" ci sarebbe la parola "kusambijwa", che significa "lavaggio", ma esprime solo una parte della ricchezza del battesimo, che è molto di più che essere lavati. Così abbiamo usato la parola "rubapatizo" anche se sa di importato e di adattato, e che era già entrata nell'uso, anche per influsso dei Protestanti. Mi pare che anche S.Paolo adattava e contorceva le parole della lingua per esprimere i concetti nuovi del cristianesimo: "cum-mortui, cum-sepulti" con Cristo. In qualche caso semplice abbiamo tentato un "trapianto" in lingua Ndau di parole legate solo alla cultura e alla conoscenza europea. Così i cedri del Libano sono diventati baobab. I peccati che col perdono diventano bianchi come la neve (che nessuno ha visto), per gli Ndau diventano bianchi come il cotone (che tutti conoscono). Ma non abbiamo osato andare oltre.
E' chiaro che alcune parabole del Vangelo sono adatte ad ogni cultura e di immediata comprensione per tutti i popoli: la semente che cade; la rete gettata in mare ecc.,
ma altre sono troppo legate alla cultura palestinese, e quindi dovrebbero essere adattate. Per esempio l'immagine del buon pastore, che in noi suscita sentimenti di tenerezza e di poesia, credo che dica poco qui. I Bantu all'inizio erano cacciatori- raccoglitori, ora sono per lo più coltivatori un poco anche pastori; ma il pastore è un lavoro disprezzato e rozzo, come era da noi il boaro; per cui la frase: "Io sono il buon pastore" penso che all'inizio deve aver suscitato le stesse reazioni-emozioni che susciterebbe in noi la frase: "Io sono il buon boaro". Non troppo idilliache, direi! Bisognerebbe allora riscrivere la Bibbia, almeno in parte, e reinventare immagini per incarnare il messaggio nella cultura africana. Ma questo importa troppi rischi; allontanarsi troppo dall'originale può travisarne il senso e marcarvi di fedeltà. Il lavoro di reincarnazione deve essere fatto non a livello di traduzione, ma a livello di teologia.Già nel nome di Dio "Padre", derivato dalla cultura biblicopatriarcale, di connotazione maschilista, Giovanni Paolo I vedeva una lacuna, e suggeriva la parola "Madre".
Questo vale molto di più per i Bantu, di cultura matrileneare, per i quali la figura del padre è quasi assente. Alcuni uomini alle volte non sanno neppure quanti figli hanno; mentre lo sanno bene tutte le mamme, che vivono, si può dire, in simbiosi con i figli anche dopo il parto. che sposta il bambino di una spanna: dal ventre a dietro la schiena. Noi nella traduzione abbiamo mantenuto la parola "padre",affidando la comprensione alla esperienza personale di ciascuno. Già Tommaso d'Aquino diceva: "Quidquid recipitur, ab modum recipientis recipitur", che significa, grossomodo: ognuno intende secondo la sua capacità recettiva. Cioè per chi ha avuto una esperienza di amore da parte del padre, questa parola susciterà sentimenti di tenerezza e di affetto, a differenza di chi ha avuto un padre autoritario o possessivo. A questi bisognerà spiegare che Dio non è soltanto padre, ma anche madre. Dopo aver tradotto (tradito?) la Bibbia, mi accingo a tornare in Mozambico con questo "strumento di lavoro". La Bibbia non è tutto; può anche essere uno strumento di oppressione o di alienazione. In Sud Africa i neri dicono: Noi eravamo i padroni della terra; poi sono venuti i bianchi con la Bibbia; ci hanno dato la loro Bibbia.. E si son presi la nostra terra! Non vorrei ripetere lo stesso sbaglio.
Ora presenterò la traduzione alle comunità cattoliche e protestanti, questo ha anche un grande valore ecumenico. Non so se ho dato ai Va-ndau una moglie bella e fedele, come merita di essere presentato Gesù Cristo, ho solo tentato di aprire una strada per aiutare a incontrare Dio, a chi lo cerca con cuore sincero. E anche per aiutare Dio ad essere più vicino alla gente Ndau, che egli ama con tutto il cuore, tanto che ora ha imparato a parlare la loro lingua.

p. Giocondo Pendin

10/06/2003

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