| ANon c'erano pessimismo e tristezza il 27 marzo scorso al Mission Day. Quel pomeriggio ho respirato una boccata d'ossigeno quasi esagerata, tanto che la commozione ha fatto salire qualche lacrima agli occhi. C'erano più di 200 giovani - dai 18 ai 30 anni - che ascoltavano con interesse ed emozione le esperienze di alcuni amici che dopo l'anno di preparazione avevano fatto un periodo nelle Missioni. La comunicazione così sincera e profonda degli incontri avuti nelle Missioni, dei sentimenti generati e delle scelte che stanno facendo al ritorno, hanno lasciato trasparire la realtà di una coscienza nuova. Non è mancata la testimonianza di una ritrovata e consapevole fede in Gesù presente nei poveri e per questo un richiamo a vivere il vangelo con radicalità. La vita delle giovani chiese, espressa anche nelle liturgie gioiose e partecipate, è una seria provocazione - è stato detto - per le nostre chiese d'antica tradizione che incarnano spesso un cristianesimo come religione di maniera, con un vangelo che è astratto e moralistico, mentre dovrebbe generare consapevolezza per creare modelli nuovi di umanità. Al Mission Day è venuto anche il vescovo Cesare, che ha incoraggiato quei giovani ad infiammare della loro passione altri giovani e le nostre comunità perché diventino sempre più missionarie. Al Mission day ero andato con una certa curiosità per vedere che genere di giovani fosse attirata da tale iniziativa. Non ho tardato a darmi una risposta molto semplice: sono giovani, assolutamente non diversi da quelli che incontriamo tutti i giorni, ma che alla loro sete di autenticità, di pace e di giustizia, hanno congiunto il volto dei poveri che hanno "visto e toccato" nell'esperienza. Don Gianantonio Allegri | |