Uno dei settori tradizionali
e trainanti per l'industria vicentina, quello della conceria e delle pelli, vive
oggi un presente di grande slancio verso i mercati internazionali, essenziale
sbocco per la copiosa produzione, che però non abbandona un passato denso
di legami con la terminologia dialettale caratteristica dei luoghi in cui è nata
l'intera filiera. Arzignano è la città del "corame" per
eccellenza (cuoio in italiano...), un termine usato in passato dalla gente semplice
per definire l'industria che ha sfamato intere generazioni di abitanti di queste
vallate.
Anche se il nuovo avanza ovunque, e quindi anche nel settore conciario, e anche se la logica del mercato
e dell'omologazione travolgono le vecchie usanze e gli antichi retaggi, sopravvive ancora una tradizione
fatta di termini tecnici e di espressioni dialettali tipiche dell'ambiente conciario, una tradizione
fatta, come quasi sempre accade, di parole tramandate oralmente e quasi mai scritte sui libri di storia
ufficiali, quelli che si studiano a scuola.
Ecco allora che parole come "corame" assumono un valore ancor maggiore proprio oggi, periodo in
cui il vento dell'innovazione spira così forte e veloce da portar via tutto molto in fretta. Seguendo
un ordine alfabetico, e senza alcuna pretesa di completezza, ecco qui di seguito un elenco di
quelle parole dialettali che hanno segnato la storia, ancora attualissima, del settore conciario.
La "bota", ad esempio era il il bottale dentro il quale si conciavano le pelli leggere.
La "busa" invece era la vasca, la fossa scavata nel terreno utilizzata un tempo per la concia,
e rivestita di legno o di mattoni. Il "carnicio" E' il residuo carnoso presente sulla pelle dal
lato della carne (opposto al fiore), dopo la scuoiatura, ed era costituito in larga parte da sostanze
grasse. La "consa", termine dialettale per concia, è il procedimento che rende imputrescibile
la pelle grezza, oggi realizzato con sali di cromo e tannini.
La "grana", che non è il denaro, ma nel vocabolario della concia significa disegno superficiale
della pelle, segue il fiore caratteristico della pelle, che è determinato dai pori, visibile sulla
superficie esterna dopo l'eliminazione del pelo. Una pelle liscia è considerata senza grana.
La "grosta" è la parte che rimane dopo la spaccatura, cioè la divisione della pelle
in fiore e carne. Viene impiegata per diversi usi: come suoletta interna delle calzature o come pelle
per arredamento.
"Pele" è decisamente il termine più usato, per ovvi motivi. Quella grezza è la
materia prima delle concerie, il punto di partenza di tutte le lavorazioni. Si potrebbe fare tutta
una carrellata di termini dialettali di origine dei vari tipi di pelle: "vedeo, vaca, scoton,
cavalo, mascio". Una curiosità di questa parola è che non cambia se usata al plurale,
le "pele" infatti sono le pelli. Il termine poi rientra in tutta una serie di proverbi o modi
di dire caratteristici e molto usati tutt'ora. "spacare" è un altro procedimento tipico
dell'industria conciaria. Consiste nel tagliare longitudinalmente le pelli bovine per ricavarne più superfici.
La "steca" è un attrezzo costituito da un manico di legno a forma cilindrica dotato di
una lama che serve per stendere le pelli sulle piastre calde per l'essiccazione.
La "tripa" è la pelle depilata e scarnata prima di essere sottoposta alla concia: si presenta
al tatto e all'aspetto proprio come la trippa commestibile, vale a dire turgida e bianchiccia. La "vernisa",
o vernice, è il cuoio verniciato, di origine britannica e oggi particolarmente usato nell'industria
calzaturiera, nelle varie tonalità dal nero al colorato. Dagli anni '50 la verniciatura delle
pelli è passata dai processi artigianali a quelli chimici e sintetici.
|