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L'area tra la strada da Porta Pusterla a S. Bortolo e il retrostante Astichello era tradizionalmente
sede di attività “industriali”.
L’“Estimo” 1563-1564 (Battilotti, 1980,186) vi registra case con tintoria e "filatoio",
situazione verificabile nella Pianta Angelica del 1580 (Barbieri 1973) e, ugualmente ma meno bene, in
quella di Vicenza del Monticolo, al 1611 (Vicenza città bellissima, 61).
Delle mappe esibite dalla Kamm-Kiburs, di particolare importanza è quella del 1760 in cui vi appaiono
chiaramente le case dei fratelli Giovanni e GirolamoFranceschini, i famosi setaioli vicentini dell'epoca,
che vollero sostituire le vecchie costruzioni con una medesima e più imponente.
Tuttavia la filanda rimase in sito ed il progettista (Ottavio Bertotti Scamozzi 1770) dovette quindi
tener conto di prevedere un organismo che fosse insieme abitazione grandiosa, seppur non nobiliare, fondaco
ed uffici mercantili, collegati sul retro con l’opificio che usufruiva, per le sue macchine, delle
acque dell’Astichello.
Abbiamo così un alto piano terra adattabile a magazzino, un ammezzato soprastante non più come
semplice stesura di riquadri con bassorilievi, come negli ordini inferiori dei palazzi palladiani, ma
praticabile da commessi ed impiegati, con un accesso diretto allo stesso scalone principale.
Le misure dei vani si fanno più raccolte, adattate ad un tenore di vita signorile senza essere
aulico; dall’atrio e dal salone due ali si protendono verso la parte riservata ai servizi di filanda.
Il palazzo resta una della imprese più significative dell'architetto Ottavio Bertotti Scamozzi,
anche e soprattutto per la specifica funzione che doveva rivestire e cioè di palazzo domenicale,
oltre che di opificio e di filanda.
Incalzando i contraccolpi della crisi economica conseguente alle burrascose vicende della prima coalizione
antifrancese (1793) al trattato di Campoformio (1796) fino all’avvento del Regno d’Italia
(1805), i Franceschini cedono il palazzo a Francesco Folco di Schio il 30 Dicembre 1806.
La fabbrica risultava però incompiuta, mancando dell'avancorpo, un lieve aggetto all’estremità settentrionale
della facciata e dell’ala corrispondente.
Il completamento sarà colto in atto dal Berti nel 1830 (Berti, 1822,61,62; 1830,56); l’aggiunta è ancora
registrata con un diverso numero rispetto al corpo principale nella mappa catastale austriaca del 1841.
Ultimi interventi al palazzo si ebbero nel 1847, per le nozze di Matteo Folco con Ghellina Branzo Loschi.
Nel frattempo, sposandosi (Febbraio 1822) Ludovico Folco con Matilde Priuli Zambelli, tra il 1821 e il
1822, Sebastiano Santi aveva affrescato allegorie nel soffitto e nelle pareti del salone, entro inquadrature
architettoniche di Giovanni Picuti, e Giovanni Denin le allegorie nel soffitto dello scalone e nelle
tre stanze del primo piano, allora esistenti verso la strada, entro stucchi di Antonio Bagutti.
CRONOSTORIA DI PALAZZO FRANCESCHINI FOLCO
1770 - Anno di costruzione - architetto Ottavio Bertotti Scamozzi
1806 - 30 Dicembre- vendita del palazzo alla famiglia Folco di Schio
1830 - completamento dell’etremo settore a sinistra del prospetto
1821 / 1822 - Equipe di decoratori entrava nell'edifìcio:
il Veneziano Sebastiano Santi affrescava nel soffitto del salonel’allegoria dell’Aurora ed
altre figure alle pareti, inquadrature architettoniche nel vicentino Picuti.
Giovanni Denin. bellunese, cura il soffitto dello scalone con l’Ospitalità e tre scale del
piano nobile verso strada 1° e 2° stanza a sud del salone, due soffitti con le storie di Prometeo
e Psiche presentata ad Amore circondato dalle Grazie 1° stanza a nord Allegorie delle Arti alle pareti
in alto Apollo, Minerva e Venere con l'Arte e la Grazia.
Stucchi del luganese Antonio Bugatti.
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