Renato Casarotto
Renato Casarotto, di Arcugnano, si era innamorato dell’alpinismo durante
il servizio militare nel Cadore, quando nel 1968 aveva frequentato un corso
di “roccia”. Ma conobbe la potente energia, essenzialità per
la scalata solitaria. Un po’ solitario per vocazione e un po’ per
forza, era dotato di uno straordinario autocontrollo e si ostinava a temporeggiare
per settimane là chiunque altro sarebbe tornato indietro. Veniva da
una famiglia umile, all’antica, e aveva provato sulla sua pelle quanti
conti l’attesa nella vita di un uomo semplice.
Nel 1978 Casarotto raggiunse la California e salì da solo la storica
via di Yvon Chouinard sulla parete sud del monte Watkins. Nel 1979 volò in
Patagonia e salì senza compagni il fantastico pilastro nord del Fitz
Roy: una prua di granito alta 1500 mt.. Dedicò il pilastro a Goretta,
che lo aspettava alla base come sempre. Renato era il contrario di Messner
ed ebbe la sfortuna di emergere proprio quando la stella di Reinhold brillava
in cima al cielo. Messner, il divo, entrò in quella spirale un po’ perversa
che lo avrebbe portato sulle vette più alte della terra, dei sponsor,
dei giornali, mentre Casarotto, l’antidivo, si dedicò a un alpinismo
sempre più personale e impopolare.
Tra il 1° e il 15 febbraio del 1982 realizzò una delle più belle
imprese concepibili da un uomo solo: la trilogia del Freney. Senza contatti
con la valle e senza depositi di viveri intermedi, salì in successione
la parete ovest dell’Aiguille Noire de Peutèrey per la via Ratti-Vitali,
il pilastro del Pic Guglielmina per la via Gervasutti-Boccalatte e il pilone
centrale per la via Whillans-Bonington. La cosa più strabiliante è che
non conosceva nessuno dei tre itinerari e, dopo due interminabili settimane
bianche nel silenzio siderale del Monte Bianco, fu costretto a forzare l’uscita
dal Pilone nell’angoscia della tormenta di neve.
Alpinista completo e collaudato con l’arrampicata invernale Sali dal
30 dicembre al 9 gennaio 1983 con una solitaria ai limiti delle possibilità la
parete nord del Piccolo Mangart di Cortenza, nelle Alpi Giulie; la via del
temutisssimo Cozzolino, ben considerato dallo stesso Messner per le difficoltà delle
vie traccciate dal triestino “precursore del Settimo Grado”.
Metodico, posato, timido ma animato da un inesauribile fuoco interiore, è dotato
di resistenza, pazienza e costanza straordinarie. Ha al suo attivo notevoli
imprese sulle Dolomiti Orientali, ama le ascensioni in solitaria. Assistito
soltanto dalla moglie Goretta al campo base, il 21 giugno 1977, dopo 17 giorni
in parete, vince la nord dell’Huascaran, nel 1978 la sud del Mount
Watkins. Tenta e fallisce, (al seguito della Spedizione Messner) la “Magic
Line” del K2 e il Makalu nella stagione invernale. In seguito si trova
a risolvere problemi al limite delle possibilità umane, affronta la
roccia in ogni condizione, considerato un grande maestro “della stagione
fredda” vince pareti incrostate di ghiaccio in progressioni rischiose
ed esasperanti.
I suoi successi si susseguono, nelle Alpi, in Karakorum, in Alaska, fino
a ritornare nel 1986 al K2 nel tentativo di risolvere l’ambitissimo “problema
himalayano, la macic line”. Dopo vari tentativi, combattendo contro
vento, neve e ghiaccio a quote proibitive, a solo 300 metri dalla vetta (dev’essere
arrivato circa a quota 8300) decide di rinunciare definitivamente. E’ il
16 luglio 1986 quando Renato scompare in un crepaccio a soli 20 minuti dalla
tenda.
Il K2 ha restituito il corpo di Renato Casarotto il 2-10-2003. Dopo diciassette
anni, il corpo del fortissimo alpinista vicentino, morto il 16 luglio del
1986, durante il tentativo di scalata solitaria dello sperone sud ovest del
gigante del Karakorum, è stato rinvenuto da un gruppo di scalatori
kazakhi, che hanno provveduto a trasportarlo al Memorial Gilkey, il grande
tumulo di pietre che raccoglie le spoglie dei caduti del K2. Casarotto perse
la vita quando ormai il suo tentativo di scalata era giunto al termine e
l'alpinista stava rientrando per l'ultima volta al campo base, al sicuro
dalle maggiori difficoltà tecniche. Fu probabilmente il cedimento
di un ponte di neve a causare la fatale caduta di Casarotto in un crepaccio.
La moglie Goretta, avvertita da Renato via radio, e gli alpinisti delle
altre spedizioni intervennero immediatamente per recuperarlo. Furono gli
italiani del gruppo di Quota 8000 (Gianni Calcagno, Agostino Da Polenza e
compagni) i primi a raggiungerlo e a recuperarlo ancora vivo da crepaccio...
appena in tempo per vederlo spirare fra le braccia di Calcagno.Casarotto
fu tumulato in un crepaccio, restutiuto alla montagna che gli era stata fatale
e che oggi, nel lento ma inesauribile mutare dei suoi ghiacciai, ne ha lasciato
riemergere le spoglie.
Agostino Da Polenza, nel suo libro "Everest - K2 Montagne di sogno",
ricorda così il tragico e doloroso addio a Renato: "Lui ora era
lì sul ghiacciaio che lo aveva tradito, vegliato dagli amici che attenderanno
l'alba e per un atto di pietà restituiranno al mostro la sua vittima.
Passai la notte a vegliare su Julie e Goretta: prima del sorgere del sole,
risalii fino al ghiacciaio per l'ultimo saluto ad un amico"