Gigi Ghirotti
Giornalista e scrittore, morì nel 1974 dopo una lunga e coraggiosa
battaglia contro una malattia neoplastica del sangue combattuta con la stessa
fede nei valori umani e sociali che ispirarono la sua vita. Durante la malattia
visse a lungo nelle corsie dei nostri ospedali ove, tra la gente comune,
seppe cogliere gli aspetti veri di una umanità dolente nella situazione
reale della nostra assistenza sanitaria. Comunicò la sua esperienza
nel libro “Lungo viaggio nel tunnel della malattia”, oltre ai
numerosi articoli e servizi televisivi.Alla sua morte la moglie e un gruppo
di amici fondarono, per onorare la memoria, il Comitato Nazionale Gigi Ghirotti
finalizzato allo studio e alla terapia delle malattie neoplastiche del sangue,
nonché a contribuire alla formazione di una coscienza civile sulla
condizione dell’ammalato nelle strutture sanitarie del nostro Paese.L’Associazione
genovese, che ha assunto il nome di Gigi Ghirotti, come altre omonime sorte
in Italia, intende operare per trasmettere il suo messaggio di altruismo
e solidarietà.
Gigi Ghirotti nasce a Vicenza il 10 dicembre 1920. Gli anni della sua infanzia e giovinezza sono simili a quelle di molti alti ragazzi che nel Veneto tradizionalista e cattolico vivono quegli anni gravidi di oscure tensioni e di foschi avvenimenti. Dopo gli studi classici, entra alla Facoltà di Lettere.
La guerra interrompe i suoi studi. Si arruola volontario negli alpini: non perché sia succubo della propaganda fascista, ma perché deve seguire l'esempio, l'impegno morale di un amico: Cesare Bolognesi il quale gli aveva detto tempo prima: "Come studenti non abbiamo il diritto di separarci dal nostro popolo. Noi dobbiamo stare con l'operaio e con il contadino là dove l'operaio e il contadino sono chiamati a soffrire. E come Cesare anche Gigi va a fare il soldato semplice in mezzo alla gente semplice.
Nel settembre del 1943, prende la via della montagna e si aggrega alle formazioni partigiane. Su Epoca, Guido Gerosa scriveva: "A Vicenza il tenente Gigi Ghirotti, "caporale, prego" corregge lo stesso Ghirotti, dice ai partigiani: la mia coscienza civile è dalla vostra parte, ma siccome dopo tante sofferenze sono contro la guerra, per coerenza non posso più prendere in mano un mitra. Ho questa vanga però, e condividerò la vostra sorte impugnandola fino alla liberazione". I partigiani lo accettano con la sua vanga.
Ritornato borghese, inizia la sua carriera giornalistica al "Giornale di Vicenza", nel 1945, per poi passare a "La Stampa" di Torino e a l'Europeo poi di nuovo alla Stampa".
Sono sempre stato il giornalista dei poveri, commenta Ghirotti. Il suo direttore, Giulio De Benedetti, insisteva perché seguisse le cerimonie e i fatti mondani ma lui si è sempre tirato indietro. Il mio più bell'articolo, dice ancora Ghirotti, è un litigio con Don Milano. Diceva che i giornalisti non dicono mai la verità. Beh, io allora ho risposto e cedo che questa risposta sia la cosa più bella che abbia mai scritto.
Uomo colto ed intelligente, capace di captare i segnali provenienti dalla società civile, Ghirotti nella sua carriera, oltre che giornalista é stato anche scrittore e saggista.
Nel 1963 pubblica "Italia mia benché" (Ed. Comunità) che non è stata soltanto un'indagine molto acuta sulla realtà italiana negli anni del miracolo economico ma anche, uno sfogo di chi ama una terra e la vorrebbe migliore.
Nell'anno precedente aveva condotto un inchiesta sulla condizione del giudice in Italia, con i libro "Il Magistrato" (Vallecchi, 1962). Il successo fu immediato, generale. Rare volte infatti sono toccati a un libro i complimenti paralleli di un ministro cattolico e di un parlamentare comunista. Nel 1966 un'analisi sociologica sulla condizione del pastore e del bandito, pubblicata con il titolo "Mitra e Sardegna" (Longanesi, 1968).
Questi ed altri lavori, tutti severamente documentati e nello stesso tempo piacevolmente umani gli aveva fatto vincere una serie di premi giornalistici come il "Saint Vincent", il "Marzotto", il premio "Sardegna".
Nel 1970 sempre con Longanesi, pubblica "Rumor" nella collezione "Gente famosa" diretta da Giovanni Grazzini. Il libro è una fantastica occasione per compiere un viaggio nella memoria, nel ricorso degli anni più belli, della nostalgia evocativa di un mondo ormai scomparso. Dicono che per conoscere a fondo Gigi Ghirotti bisogna leggere questo libro, che Ghirotti ha scritto con l'anima e col cuore specchiandosi nei propri stati d'animo, nelle proprie radici, nella propria identità.
Nel 1972, a poco più di cinquant'anni, gli fu diagnosticato un linfoma maligno, il morbo di Hodgkin. Non si arrende e per due anni lotta con la malattia, sottoponendosi volontariamente (avrebbe potuto usufruire, come giornalista, di una assistenza sanitaria particolare) alla trafila dei ricoveri, delle lunghe degenze, delle attese nelle strutture pubbliche ospedaliere.
Lì si rende conto di essere un "malato tra i malati" e si ricorda che come giornalista ha il dovere di narrare agli altri la sua esperienza, di offrire alla lettura e alla riflessione episodi salienti e in alcuni casi tragici descrivendo tutti gli aspetti della propria esperienza di malato per il mondo dei sani: per questo, ad esempio, volle provare ciò che può accadere ad ogni persona "normale" che non abbia la possibilità di rifugiarsi al di dentro di costose strutture private. Il segreto era vivere con la gente e far parlare le persone.