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La chiesa fu edificata a partire dal 1280, sull’area di un preesistente oratorio dedicato a S.
Lorenzo nel quartiere di Porta Nuova. Secondo il Barbarano, che nel ‘600 scrisse la Histo-ria ecclesiastica
della città, territorio e diocesi di Vicenza, l’edificio originario esisteva già dal
1185 quando fu donato dal vescovo Pistore ai canonici della Cattedrale e questi nel 1280 lo permutarono
con i Minori per la chiesa di S. Francesco.
I frati francescani infatti, giunti a Vicenza tra il 1216 e il 1222, si erano insediati nell’ospedale
di S. Salvatore, dove prestavano servizio agli ammalati e officiavano la chiesetta omonima situata nei
pressi della Cattedrale, avendo però cambiato la titolazione in
S. Francesco. Il passaggio a S. Lorenzo permise loro la costruzione di una chiesa decentrata rispetto
al Duomo, cui afferivano gli abitanti di un borgo in particolare espansione com’era quello di Porta
Nuova e, nello stesso tempo, l’ordine religioso si prese cura delle importanti reliquie dei Ss.
Lorenzo, Quirico e Margherita, ivi rinvenute nel 1278. L’edificio dovette essere compiuto già dal
1300, anno in cui il Maggior Consiglio della città deliberava che il podestà, la Curia,
gli Anziani e le Arti visitassero il tempio.
Il Comune stesso aveva contribuito alla sua edificazione rinunciando, in favore della fabbrica, alla
terza parte del ricavato della vendita dei beni confiscati agli eretici dal Tribunale dell’Inquisizione
(officio affidato ai Francescani dal 1254). Dal 1290 si impegnava inoltre a versare delle ingenti quantità di
denaro pro constructione et edificatione dicte ecclesie.
Non mancò inoltre il concorso dei privati, che sostennero con legati e donazioni quello che si
avviava ad essere uno straordinario centro di cultura e di predicazione.
La chiesa gotica, con forti remine-scenze romaniche, si arricchì di altari e di straordinarie
opere d’arte che i Minori Conventuali custodirono per secoli. Nel XIV secolo fu addossato alla
parete laterale destra l’oratorio dell’Immacolata Concezione (demolito nel 1909) e nel sec.
XV quello di S. Bernardino, che si affacciava sulla piazza dal lato sinistro del Tempio (distrutto nel
1755). Nel 1796 le truppe napoleoniche devastarono la chiesa trasformandola in fienile e adibendo il
convento a caserma. Gli stessi frati Minori, prima trasferiti nella chiesa dei Servi, subirono nel 1810
la soppressione. Soltanto nel 1836 l’edificio divenne proprietà del Comune di Vicenza, e
dopo un primo restauro fu riaperto al culto trasportandovi sepolcri e monumenti da altre chiese nell’intento
di fare di S. Lorenzo un piccola S. Croce vicentina. L’urgenza di ulteriori restauri portò ad
una seconda chiusura, dal 1871 al 1911, finché nel 1927 fu riaffidata ai Minori Conventuali, che
nel frattempo avevano perso il diritto di proprietà e che a tutt’oggi officiano la chiesa.
Predicazione e Penitenza
La chiesa di S. Lorenzo, molto più ampia rispetto all’originaria sede in S. Francesco, rispondeva
alle esigenze di una città in espansione che la presenza degli ordini mendicanti (ricordiamo che è del
1260 anche la fondazione di S. Corona affidata ai Domenicani) contribuì a trasformare sia nella
vita religiosa che in quella socio-culturale, grazie ad un apostolato prevalentemente urbano.
Nella piazza di fronte alla chiesa confluivano "fedeli di ogni ceto per assistere, chiamati dalla
campana del chiostro… ai diversi uffici o alle prediche, per ricevere i sacramenti della confessione
e dell’eucarestia, per partecipare alle devozioni particolari… per dare sepoltura ai loro
defunti" (Dal Pino, 1984). Sull’esempio di S. Francesco, che rinunciava ai beni paterni per
vivere con i poveri comunicando con loro nella lingua del volgo, i Minori ritennero la predicazione ai
laici una delle missioni più importanti dell’Ordine.
Le cronache dell’epoca ricordano la presenza a Vicenza di straordinari oratori che durante l’Avvento
o la Quaresima venivano ascoltati da folle di fedeli: Bernardino da Siena predicò a S. Lorenzo
nel 1423 e nel 1443, mentre nel 1461 vi giunse Giovanni da Capestrano che vestì del habito di
S. Francesco molti giovani fra cittadini et artisti. È infatti con la predicazione che i frati
influivano sulla vita spirituale dei singoli e della comunità, ma anche sui pubblici costumi e
sulla gestione degli affari politici.
Dal pulpito si esortava all’imitazione di Cristo mostrando la via della croce. Quest’ultima,
particolarmente venerata dall’ordine francescano, veniva presentata nella sua realtà storica
e mistica come segno sacramentale e vera via di salvezza a cui i fedeli potevano accedere attraverso
il sacramento della penitenza. La confessione frequente su cui insisteva anche s. Bernardino, evidenziava
l’importanza che questo sacramento aveva assunto nella vita religiosa. Il confessore doveva essere
sufficientemente preparato per condurre il fedele nell’esame di coscienza, dalla diligenza del
quale dipendeva la salvezza dell’anima.
I frati si assunsero allora questo compito facendone uno strumento pastorale e, attraverso il rapporto
diretto tra confessore e penitente, diedero forma e contenuto cristiano alla coscienza dell’individuo.
Ancor oggi la chiesa presenta, addossati alle pareti laterali, i confessionali dove i padri conventuali
accolgono quotidianamente i fedeli che si accostano al sacramento.
La facciata della chiesa di S. Lorenzo è dominata dal magnifico portale di Andriolo De Santi,
opera eseguita tra il 1342-1344 sotto la direzione di fra Pace da Lugo, francescano, e per volontà del
cavaliere Pietro da Marano, consigliere di Cangrande della Scala. Questi nel suo ultimo testamento, oltre
a beneficiare alcune chiese a Verona, Venezia e Vicenza in riparazione del maltolto per usura, disponeva
che si spendesse tutto il necessario per innalzare onorevolmente le due porte della chiesa di S. Lorenzo.
Si trattava del portale maggiore e della porta laterale destra, chiusa nel ‘600 dall’altare
della famiglia Capra, e poi riaperta in epoca contemporanea. L’ideazione tematica dell’opera,
attribuita a fra Pace da Lugo e al suo ambiente, è particolarmente interessante e racchiude tutto
il significato simbolico assunto dal portale.
A esso si associa l’idea della frontiera, del limite tra il profano e il sacro, l’accesso
alla beatitudine eterna. Gesù stesso si autoproclama : “Io sono la porta: se uno entra attraverso
di me, sarà salvo” (Gv 10, 7). La sua immagine nei portali spesso evidenzia anche la giustizia
divina che tiene lontano chi non crede, mentre apre la via ai credenti. Nel portale di S. Lorenzo però siamo
di fronte ad un’idea moderna: “Ogni concetto di autorità e giudizio… è stata
allontanata per ospitare l’intercessione di Francesco, la protezione di Lorenzo, la supplica di
Pietro davanti alla Maternità di Maria” (Fra Ludovico, 1989).
Il programma iconografico è infatti attento alla storia della salvezza e sottolinea la certezza
dell’intercessione.
Il portale ogivale è strombato da colonne lisce e a torciglione, che terminano con capitelli a
fogliame folto. Le due colonne esterne poggiano su due leoni stilofori, posti a guardia dell’entrata,
sopra si apre l’arcata alla cui base la scultura dell’annunciazione è però un
rifacimento rinascimentale. Attorno alla lunetta si leggono le figure veterotestamentarie che attendono
il Messia: a sinistra cinque profeti e a destra cinque patriarchi; a queste rispondono i mezzi busti
di dieci apostoli della cornice esterna del portale, inquadrati dai simboli dei quattro evangelisti.
Nella lunetta domina la Vergine con il Bambino tra i Santi Francesco, Lorenzo e il donatore Pietro da
Marano. Sull’architrave al centro è Cristo benedicente con a destra i Ss. Vincenzo, Lodo-vico,
Francesco e Giovanni Evange-lista e, a sinistra, Lorenzo, Antonio, Chiara e Stefano. Quattro santi ap-partengono
alla tradizione e quattro sono francescani; le loro immagini si offrono così a mo-dello per tutti
i cristiani, mentre la loro protezione è garanzia di salvezza.
L’interno, a croce latina, è a tre navate terminanti in altrettante absidi. Lo spazio è delimitato
da due fughe di pilastri circolari in pietra che reggono le volte a crociera a sesto acuto, mentre un’intelaiatura
a travi lega i punti di forza degli archi. Sui capitelli, a foglia di cardo, si impostano le lesene e
i costoloni illuminati dai rosoni che si aprono in ogni campata maggiore e minore.
La luce proviene anche da finestre in parte ridotte dalla costruzione degli altari laterali e, sul lato
sinistro, da quella del chiostro.
La chiesa è il prototipo grandioso dell’architettura veneta della seconda metà del
XIII secolo nella quale i motivi gotici si innestano su quelli romanici, in un grande equilibro di spinte
verticali e di linee orizzontali; la luce sfuma e dilata lo spazio con effetti di grande suggestione.
Iniziando il percorso dalla navata destra si incontra:
Altare Gualdo (sec. XVI), in pietra tenera di Vicenza, con marmi verde e nero. I pilastri che lo fiancheggiano
sono decorati a bassorilievo con elementi classicheggianti (clipei, vasi, bucrani). L’arcata centrale
incornicia la tela di Antonio Fumiani (1643-1710),
collocata sull’altare nel 1843 e proveniente dalla chiesa veneziana del Corpus Domini: S. Pio V
in preghiera implora dalla Vergine la vittoria sui Turchi.
Resti dell’altare fatto erigere da Odorico Capra (sec. XVII), dedicato dapprima alla Natività di
Cristo e nell’800 a s. Luigi Gonzaga. L’opera è attribuita a Giambattista Albanese,
del quale sono anche le statue di Adamo ed Eva. Oggi qui si apre la porta laterale.
La grande tela attribuita a Luca Giordano (1634-1705), raffigura la Deposizione. Una identica è conservata
alle Gallerie dell’Accademia di Venezia; secondo alcuni studiosi potrebbe essere stata, in parte,
opera di collaborazione con il pittore Antonio Triva (1626 ca.-1699).
Altare della SS. Trinità, della famiglia Pojana, completato nel 1474, in pietra policroma con
mensa a cassone del ‘900, costruita per collocarvi le spoglie di s. Liberato Martire. La parte
centrale è la più antica e consta di un trittico in pietra datato al 1456 con Cristo morto
sorretto da angeli, ai lati S. Francesco e S. Bernardino, scolpito in origine per l’oratorio di
S. Bernardino e qui collocato nel 1731-32. La parte superiore è invece un affresco databile tra
la fine del XV e l’inizio del XVI secolo: presenta tre angeli che reggono il calice, la tenaglia
e la lancia, due clipei con le figure di Abramo e Isacco e sopra la Crocifissione. Sulla parete sinistra è collocata
l’urna con le spoglie di Giacomo Zanella, e a destra il Monumento ai Caduti, opere del XX secolo.
Conclude la navata destra la cappella di S. Francesco d’Assisi, con un altare del sec. XVII, in
marmo, sormontato dalla statua del Santo di Zanetti (1928). Alle pareti il sarcofago di Guglielmo Pagello
(sec. XIV) e il sepolcro di Isabella Alidosio (sec. XVI).
Presbiterio: ha l’altare settecentesco che conserva sul retro la mensa del 1289, è in marmo
con tabernacolo in breccia violacea che riproduce le forme di un tempietto. Sopra l’altare è sospeso
un crocifisso ligneo del XV secolo. Qui era collocato il Polittico (1333) di Paolo Veneziano raffigurante
la Dormitio Virginis, oggi conservato, nelle sue parti principali, al Museo Civico di Vicenza. Alla parete
destra le due tele di Francesco Pittoni (1654-1718): La presentazione al Tempio di Maria e Il Risorto
che appare alla Madonna. Di fronte i due monumenti ai nobili Da Porto che avevano il giuspatronato della
cappella: quello dei fratelli Leonardo, Ludovico e Pietro è attribuito al Palladio (1555).
Cappella della Madonna: fatta costruire dalla famiglia Da Porto ha un altare settecentesco su cui poggia
il gruppo scultoreo che raffigura la Vergine fra i Ss. Pietro e Paolo, opera firmata da Antonino Veneziano
(1443). Sulla parete destra l’affresco riportato su tela con la Decollazione di
S. Paolo, di fine Quattrocento, che secondo F. Barbieri è attribuibile a Giovanni Buonconsiglio,
secondo altri a
B. Montagna. A sinistra il monumento funebre di Bartolomeo da Porto (sec. XV/XVI).
In fondo al transetto sinistro si giunge alla sacrestia: l’ingresso è ricavato entro l’inquadratura
di un altare del sec. XVI, ai lati due dipinti del sec. XVII, con Lo sposalizio della Vergine e Gesù ritrovato
nel tempio, secondo alcuni attribuibili a F. Pittoni, secondo altri di autore anonimo. Sopra la Vocazione
di
S. Chiara, di I. Barbieri (1935).
Accesso al chiostro, opera del sec. XV, impreziosita al centro da una vera da pozzo del ‘300. Le
arcate sono sostenute da pilastri quadrati di calcare bianco e rosa, alternati.
Sul lato settentrionale si apre la porta della sala del capitolo tra due bifore della seconda metà del
Duecento.
Altare di
S. Antonio (sec, XV), riferibile probabilmente alla bottega dei maestri di Pe-demuro, anche se alcuni
studiosi lo attribuiscono ad Alvise Lamberti o Ramberti da Montagnana. Al centro la pala di G. Carpioni
(1613-1679) con La Vergine, S. Antonio e S. Gaetano.
Altare di S. Lorenzo, del sec. XV/XVI (anche se più volte rimaneggiato nelle epoche successive),
con la pala di
S. Lorenzo appoggiato alla graticola del martirio di A. Vassillachi (1556-1629).
La terza campata di sinistra conserva un affresco del ‘300 con il Pianto delle Marie, la tela con
S. Giuseppe da Copertino di F. Boscarato (sec. XVII) e sulla sinistra la statua di S. Massimiliano Kolbe,
martire ad Auswitz, opera di N. Quagliato del 1983.
Altare della famiglia Piovene, costruito nel sec. XV e ampiamente rimaneggiato, era originariamente dedicato
a S. Bonaventura con una pala raffigurante il Santo di A. Maganza, oggi al Museo Civico. Conserva la
tela di M. Ingoli (1581-1631) raffigurante L’Eterno Padre tra gli angeli, adattata per questo altare
nel sec. XIX e proveniente dalla chiesa veneziana del Corpus Domini.
Sopra la porta maggiore è il monumento del conte
G. Battista da Porto del sec. XVIII.
Sul lato sinistro della controfacciata è il cenotafio con il busto dell’architetto Vincenzo
Scamozzi (sec. XVII).
Sul lato destro si ammira il rilievo con tracce di policromia del sec. XV, raffigurante la Vergine con
il Bambino tra i Ss. Sebastiano e Antonio Abate, originariamente inserito nell’altare Pojana.
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