home webcam search forum guestbook e-cards oroscopo telefonino games
Vicenza.com home page
 
 « indietro
APPROFONDIMENTI
Monte Berico
S.S. Felice e Fortunato
Cattedrale
S. Giorgio
S. Agostino
S. Nicola
S.Maria dei Servi 
Gonfolane
S. Corona
Madonna di Chiampo
Orari e informazioni
S. Lorenzo
S. Rocco
Madonna Scaldaferro
Credits
Madonna di Lonigo
 S. Rocco   www.chiese.vicenza.com


Nell’aprile del 1485, la scoperta di alcuni casi di peste nel borgo di Portanova gettò la città di Vicenza nel panico.
Per contenere la tensione, dopo che si erano rivelate inefficaci tanto la disposizione di norme igieniche quanto iniziative eclatanti come la cacciata degli Ebrei, qui come in altri luoghi ridotti a capro espiatorio, si deliberò la fondazione di una chiesa intitolata a San Rocco, protettore degli appestati. Il 16 maggio, con il concorso del comune e delle fraglie, veniva posta la prima pietra. L’esecuzione si protrasse a lungo, ma le fasi di costruzione sono difficili da seguire; verso il 1530 la chiesa venne prolungata verso oriente e fu innalzata una nuova facciata.
La paternità del progetto viene convincentemente attribuita a Lorenzo da Bologna, anche se, lasciando Lorenzo la città nel 1489, la realizzazione fu portata a termine da altri, forse, fino al 1510, da Rocco da Vicenza.
La nuova chiesa veniva affidata ai Canonici Secolari di
San Giorgio in Alga, una congregazione sorta a Venezia alla fine del sec. XIV. Qui un gruppo di nobili, chierici con alcuni laici, facendosi portavoce delle istanze di rinnovamento allora particolarmente sentite nella crisi degli ordini tradizionali e senza essere vincolati ad alcuna regola (di qui l’epiteto di "secolari"), avevano portato nuova linfa nel mondo religioso. La loro spiritualità si fondava sulla meditazione, la vita comunitaria e la povertà: per queste caratteristiche erano subentrati spesso nella gestione di conventi e abbazie ormai in declino.
Presenti a Vicenza in
S. Agostino e a Lonigo, in
S. Fermo, i Celestini, così chiamati dal colore della tunica , si trasferirono a san Rocco nel maggio del 1486; due anni dopo ottennero la facoltà di annettervi un monastero, dove rimasero sino al 1668, quando, in un radicale riassetto delle istituzioni ecclesiastiche, l’ordine venne soppresso. A reggere la chiesa di San Rocco furono chiamate allora le Carmelitane di Santa Teresa, dette Teresine: appartenenti ad una congregazione di antichissima origine (i Carmelitani erano nati alla fine del XII secolo), ricordavano nel nome la figura di Santa Teresa d’Avila, autrice nel 1560 di un’ampia opera di riforma. Dai documenti risulta che il loro servizio in San Rocco fu sempre svolto con cura: più numerose dei Celestini, contarono tra loro esponenti delle più illustri famiglie vicentine.
Il convulso periodo della dominazione napoleonica non risparmiò nemmeno questa corporazione religiosa, che come tutte le altre venne soppressa. In tale occasione parte del patrimonio della chiesa andò disperso; ma soprattutto mutò la funzione del complesso, trasformato a sede dell’Istituto degli Esposti.
I neonati, di nascita illegittima o con handicap psicofisici o ancora appartenenti a famiglie non in grado di mantenerli, venivano lasciati presso la ruota dietro la porticina che si apriva lungo la parete sinistra della chiesa.
Oggi l’ex monastero è sede, intorno al suggestivo chiostro, di varie attività a carattere sociale e culturale, tra cui il Centro Studi sull’Impresa e il Patrimonio Industriale, la casa alloggio della Comunità terapeutica di san Gaetano e l’Istituto per le Ricerche di Storia Sociale e Religiosa. La chiesa, aperta per le funzioni liturgiche, è visitabile su appuntamento, ospita matrimoni e concerti del noto coro di San Rocco.
In campo liturgico col termine tabernacolo si indica l’edicola posta al centro dell’altare, dove si custodisce la Santissima Eucarestia. Il processo che portò alla definizione funzionale, formale e logistica del tabernacolo non fu né rapido né lineare, così che per lungo tempo la conservazione dell’ostia consacrata non seguì regole fisse.
Le testimonianze dei primi secoli confermano la prassi comune in Oriente e in Occidente di custodire l’eucaristia nelle case, per la comunione, anche quotidiana, dei fedeli, mentre nelle chiese la custodia avveniva principalmente per le necessità dei malati e dei morenti. In Occidente tale luogo prese il nome di secretarium o sacrarium, ove era collocato un armadio, il conditorium, in cui veniva riposta l’eucarestia della messa precedentemente celebrata. Con l’epoca Carolingia l’uso antico della custodia domestica venne meno; nelle chiese si continuò invece la tradizionale conservazione in un luogo separato, attiguo alla chiesa, la sacristia, e cominciò a diffondersi anche l’uso del propitiatorium, un cofanetto mobile ove riporre la pisside, o ancora dei tabernacoli murali situati nello spessore della parete accanto all’altare. I secoli XII-XIII videro la diffusione di edicole imponenti e ricche per l’esposizione del Santissimo, in legno o in marmo, assieme agli ostensori e ai tronetti, che accompagnarono la diffusione di un tale culto.
L’affermazione del tabernacolo e la sua collocazione sull’altare avvennero solo nel secolo XVI per poi essere ribadite da papa Paolo V nel 1614. Tale svolta va messa in relazione ai contrasti sorti, a partire dall’XI secolo con Berengario di Tours sino alla Riforma luterana, intorno al valore dell’Eucarestia e al problema della transustanziazione. In questo senso il tabernacolo esprime, dal punto di vista architettonico, la visione teologica sanzionata dal Concilio di Trento, che ribadiva solennemente la presenza reale e permanente del corpo e del sangue di Cristo crocifisso nel pane consacrato, sottolineandone particolarmente il valore sacrificale.
Il prezioso tabernacolo di S. Rocco si presenta come un tempietto a pianta poligonale, in oro e marmo grigio e nero. Fu realizzato verso il 1655 da Alessandro Biego, scultore non estraneo, come sostiene il Cevese, a conoscenze nell’arte architettonica. Sembra invece aggiunta ottocentesca, o frutto di un rifacimento di quell’epoca, la corona lignea sospesa, mentre la porticina è opera recentissima.
Tra l’autunno del Medioevo e l’avvento della civiltà umanistica e rinascimentale, mentre sorgevano le grandi ville e la riscoperta dei classici si accompagnava all’affermarsi di una nuova visione della vita, diversi fattori venivano a seminare inquietudine.
Più delle guerre, dell’assalto di mercenari, del pericolo dei Turchi, più terribile di tutto questo appariva un altro nemico: la peste.
Il morbo, che già nel 1348 aveva decimato i due terzi della popolazione europea, aveva ripetutamente mietuto vittime nel secolo successivo.
Di fronte ad esso la medicina si dichiarava impotente: “vedemo bene che questi mali pestilenziali mane (=mano) humane non li po guarire, e sel guarisce, è come morto resuscitato”, scriveva alla metà del ‘400 Michele Savonarola, medico alla corte degli Estensi.
La peste, la cui causa, un batterio, venne scoperta solo nell’Ottocento, appariva come “cosa a Dio riservata”.
È in questo clima di angoscia dilagante che nasce il culto di s. Rocco.
Secondo le leggende quattrocentesche, egli, nato verso il 1340 a Montpellier da nobile famiglia, avrebbe dedi-cato l’esistenza a curare gli appestati. Questo ne faceva l’intercessore ideale, contra pestes unica certa salus (unica speranza di salvezza contro la peste): di qui il favore di cui godette presso il popolo, in Francia come in Italia.
Non è un caso dunque che nel 1485 il governo di Venezia, città di mare e di traffici e dunque più esposta a contagi, avesse cercato di assicurarsi la protezione privilegiata del santo, trafugandone clamorosamente le reliquie custodite a Voghera. Poiché Vicenza da 16 lustri si trovava sotto il dominio della Serenis-sima, si può pensare, con G. Cracco, che l’adozione del Santo in città fosse suggerita dall’esempio veneziano.
Già da qualche tempo, in ogni caso, era sorta nel borgo di Portanova una cappella, edicola o oratorio che fosse, in onore del taumaturgo: segno evidente, sostiene
F. Lomastro, che egli, al di fuori delle iniziative istituzionali, era oggetto di devozione popolare.
Lo conferma la presenza nella sola diocesi di Vicenza di due parrocchie, tre chiese, 23 oratori, 44 cappelle e vari capitelli a lui dedicati.
Ma il potere taumaturgico non è il solo tratto distintivo di san Rocco. Infatti dalla sua biografia, misteriosissima e per molti aspetti priva di riscontri nella documentazione storica, emerge in modo significativo la dimensione del pellegrino. Rimasto orfano, a 15 anni Rocco abbandona la città natale e viaggia di città in città, scelta a quei tempi gravida di pericoli.
Per questo l’iconografia lo rappresenta, al di là del bubbone sulla coscia, con il cappuccio, il bastone e la borsa del viandante.
Guardando a tale immagine, il pellegrino di oggi può comprendere il vero significato di questa forma di penitenza: nell’abbandono di ogni legame e certezza materiale, essa riflette l’affidarsi fiducioso a Dio e, nel contempo, simboleggia la condizione del cristiano, esule dalla patria celeste, in continua ricerca, in perenne cammino.
Interno: A navata unica coperta da volta a padiglione con lunette laterali (ora aperte da oculi, ora affrescate con figure di Apostoli e Profeti), si conclude con un presbiterio con volta a crociera e abside pentagonale. Unica cappella laterale quella delle Anime del Purgatorio nella parete destra della navata. Il coro centrale scandisce lo spazio in due momenti, senza compromettere la continuità e l’unità dell’insieme, caratterizzato da armoniche proporzioni. Il paramento a finte crustae marmoree conferisce all’ambiente una calda tonalità (restaurato da ultimo nel 1985); lungo il registro inferiore corre un rivestimento ligneo, presumibilmente applicato nel XVIII secolo, epoca a cui risalgono anche i banchi. Prezioso il pavimento in marmo, rifatto nel 1914 a sostituzione di quello originario in cotto.
Coro: Doveva consentire ai religiosi di seguire le funzioni senza mescolarsi tra la folla.
È costituito da una duplice fila di archi a tutto sesto, che sorreggono un doppio parapetto in muratura concluso, da una parte e dall’altra, da una grata atta a porre al riparo da occhi indiscreti. Il lato rivolto all’ingresso è elegantemente decorato con motivi a cartoccio, inframmezzati da monocromi e da due riquadri raffiguranti S. Giorgio.
Al centro si stacca un bel crocifisso ligneo della prima metà del ‘400, cui fa da sfondo una tela di ignoto autore, attivo tra la fine del ‘600 e l’inizio del secolo successivo, con S. Giovanni e la Madonna.
La fronte verso il presbiterio invece è lignea e sporgente (probabilmente modificata nel ‘600 quando si ingrandì l’organo e aumentò il numero delle suore succedute ai Celestini); nei pannelli modeste figure di profeti e apostoli.
Altari: L’uso di altari laterali cominciò a diffondersi in Occidente fin dal tempo di papa Simmaco (inizio V sec.). Motivi di diversa natura, devozione, ansia per i defunti, penitenza, ragioni di prestigio, spinsero committenti privati, congregazioni e corporazioni laiche a erigere ciascuno una propria mensa.
Data l’origine occasionale, esse non sempre si inserivano nell’ambiente in maniera armonica; nel caso di
S. Rocco invece gli altari, simmetricamente disposti, si presentano identici nella struttura e negli elementi formali, lasciando intravvedere un progetto unitario, comprendente anche l’altare presbiteriale. La paternità di tale progetto, concepito verosimilmente dopo l’allungamento della chiesa che comportò una ristrutturazione dello spazio tra il coro e la nuova facciata, rimanda alla cultura extravicentina e sanmicheliana degli anni ’30 (Cevese) o ’60 (Arslan): più precisamente, a guardare le affinità con opere come il portale di S. Maria dei Servi, il monumento sepolcrale di Leo-nardo da Porto in San Lorenzo e l’altare maggiore della cattedrale, sembra rimandare ai maestri di Pedemuro, presso i quali lavorò fino al 1540 lo stesso Palladio.
Parete destra:
Porta cinquecentesca che immette nella sagrestia.
1° altare: sopra la mensa è collocato un dipinto, la Pentecoste, attribuito al veronese G.B. Zelotti (1526-1578), che pare averlo realizzato nella seconda metà del ‘500 per l’Oratorio dei Turchini, poi soppresso.
È un’equilibrata composizione che trova il suo perno ideale e fisico nella figura della Madonna in asse con la mistica Colomba; nella parte inferiore gli Undici assistono sgomenti e meravigliati al prodigio.
2° altare: reca una pala del bresciano Agostino Galeazzi (1523-ant.1588), l’Adorazione dei Magi eseguita nel 1559.
La tela La Vergine offre lo scapolare a S. Simone Stock, attribuita al padovano F. Zanella, attivo tra XVII e XVIII secolo, va ricondotta al periodo carmelitano di S. Rocco: S. Simeone infatti fu generale dei Carmelitani. La Vergine in sogno gli avrebbe annunciato la salvezza per chi fosse morto con l’abito e lo scapolare carmelitani.
Da quel momento lo scapolare - una striscia di stoffa rettangolare pendente sul petto e sulle spalle con cappuccio - divenne simbolo dell’ordine e del suo rapporto privilegiato con Maria.
Cappella delle Anime del Purgatorio: ospitava la pala dell’Invenzione della croce, poi trasportata nel 1° altare a sinistra e sostituita da una tela secentesca raffigurante la Deposizione.
Altare della Madonna: l’altare ligneo ospita, entro una nicchia circondata da tele secentesche, la statua di una Madonna con il Bambino, attribuita ad Antonino da Venezia (sec. XV).
Presbiterio: alla prima parte coperta da volta a crociera segue l’abside pentagonale. Nel registro inferiore, sopra stalli lignei, due tele di Alessandro Maganza e bottega, rappresentanti il Paradiso e l’Inferno, che denotano un’influenza tintorettesca.
La lunetta centrale del catino absidale reca lo stemma della città di Vicenza, croce bianca in campo rosso; ai lati gli scudi araldici di quattro famiglie vicentine. Alla catena metallica che lega l’arco presbiteriale è appeso un elegante crocifisso ligneo, probabilmente della prima metà del ‘500.
Altare maggiore: l’altare di ordine ionico si differenzia dagli altari nel primo spazio della chiesa, per l’aggiunta di due colonne che consentono un migliore inserimento nello spazio poligonale. Tra le colonne l’immagine di S. Rocco tra gli appestati è una copia, eseguita nel 1912 da G. Faccin, dell’originaria tela dipinta tra il 1568 e il 1575/6 da Jacopo da Ponte, portata a Milano dopo la soppressione degli ordini monastici imposta dai decreti napoleonici e sostituita temporaneamente da un pregevole dipinto di Giovanni Buonconsiglio (1460-1535/7) con Madonna e Santi, oggi al Museo Civico di Vicenza.
Sul paliotto della mensa poggia un prezioso tabernacolo secentesco (vedi Approfondimento liturgico).
Parete sinistra:
Altare di San Carlo: reca al centro l’immagine del santo e ai lati episodi della sua vita, in particolare miracoli legati alla sua capacità taumaturgica: per il quadro centrale si è avanzato il nome di Porfirio Moretto (XVI-XVII sec.). La doratura è opera recente come si legge nella scritta sotto il quadro centrale.
Madonna della Misericordia: convincentemente datato agli ultimi decenni del ‘400, non è originario di S. Rocco, poiché proviene dall’Oratorio di S. Maria e S. Cristoforo. Raffigura la Madonna della Misericordia sotto il cui manto trovano conforto i rettori della fraglia dei Battuti di S. Marcello, che si occupavano degli infanti abbandonati, ritratti come di consueto di più piccole proporzioni. Ai lati S. Giovanni Battista e
S. Cristoforo.
Altare di San Rocco: altare realizzato nel 1850, in forma neoquattrocentesca, da architetto e lapicida ignoti. La datazione delle tre statue oscilla tra la fine del ‘400 e la metà del ‘500: se si ammette con Cevese la datazione alta si può anche ipotizzare che il gruppo ligneo ornasse il tabernacolo dedicato a s. Rocco precedente alla chiesa. Si riconoscono s. Rocco al centro, che mostra il bubbone, s. Giovanni Battista con la croce di canna e l’Agnello sul libro, e s. Sebastiano, con le frecce ricordo della punizione inflittagli a causa della sua fede. Tutti e tre sono associati dall’essere protettori contro la peste.
2° altare: pala raffigurante La decollazione di S. Caterina, di paternità incerta, forse da attribuire al bresciano P. Moretto (1548-1625), il dipinto rievoca il momento drammatico del martirio di s. Caterina, in uno spazio urbano definito da incombenti architetture, forse risalente al 1572, a giudicare dall’iscrizione nell’angolo inferiore a destra.
1° altare: tela raffigurante L’invenzione della vera Croce, originariamente nella cappella delle Anime del Purgatorio, il dipinto fu spostato qui a sostituire la Probatica piscina, capolavoro di G. A. Fasolo ora al Museo Civico. Rimanda all’episodio del rinvenimento della croce di Gesù, perseguito con tenacia da Elena, madre dell’imperatore Costantino, ritratta con la corona sul capo; la figura di sacerdote è identificabile con s. Lorenzo Giustiniani, priore dei Canonici di S. Giorgio in Alga a S. Agostino. Lo realizzò G.B. Zelotti (1526-1578), probabilmente con la collaborazione di alcuni discepoli, intorno agli anni ’60 o ‘70.

«  indietro / back

 



 


© copyright SANGY srl / riproduzione vietata


home pubblicità contattaci registrati modifica i tuoi dati
Powered by
   
Developed by  
Eulogika SH