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L'oro di Vicenza

L'oro di Vicenza

Se lo stile architettonico di Vicenza è legato al nome di Andrea Palladio, la sua economia non può prescindere dall'arte orafa.

L' oro vicentino ha infatti conquistato e affascinato il mondo intero per raffinatezza ed eleganza nel design. Una tradizione secolare che si esprime sia nelle piccole botteghe artigiane che nelle grandi industrie e che trova la sua vetrina ideale nelle importanti manifestazioni fieristiche, meta obbligata per gli addetti ai lavori di tutti i paesi del mondo. Da sempre simbolo di potenza e di ricchezza, l'oro ha rappresentato nei secoli una risorsa da conservare e tramandare nelle sue forme più preziose e ricercate. A Vicenza il prezioso metallo ha trovato, sin dal trecento, terra fertile per realizzazioni di grandissimo prestigio, in cui arte e commercio si uniscono assieme. Novemila miliardi di export, fanno oggi di Vicenza la capitale italiana incontrastata della produzione orafa, e uno dei centri mondiali più importanti. Leggiamo come Virgilio Scapin, vicentino Doc e illustre rappresentante della vita culturale cittadina, racconta nelle sue pagine la tradizione berica della "Fraglia dell'oro". "La processione usciva trionfalmente dal Duomo, arrivava a Porta Castello, si immetteva nel Corso, arrivava fino all'attuale Santa Barbara, entrava nella Piazza Maggiore, imboccava via Muscheria, per rientrare nella cattedrale. Le varie confraternite, l'enorme folla che componeva questa processione, non sempre assumevano comportamenti devoti in sintonia con la santita' della cerimonia, gli intervenuti erano addirittura turbolenti, le autorita' dovevano usare la forza per rappacificare gli animi. Il tabernacolo o cirio piu' imponente che segue la processione del Corpus Domini, appartiene ai Collegia Iudicum et Notariorum.

Ha la forma di una alta ed elegante piramide, per sessanta piedi vicentini. Un'ampia scalinata guardata da due cavalli con i loro cavalieri e da alcuni fanti in abiti eroici, apre nobilmente l'ingresso a un grande atrio formato da due colonne o cariatidi con i corrispondenti pilastrini e terminato da una nobile cornice corinzia. Dentro il detto arco a volta si osserva una rotonda macchina, dove in mobili cune si trovano collocati vari fanciulli elegantemente vestiti; questi girano all'intorno al girare di detta ruota, restando, pero', sempre con la testa in posizione naturale. Al di sopra poi la gran macchina va gradatamente restringendosi, fino a prendere una forma ad angolo acuto.

Dopo alcuni ornamenti architettonici fra cui lo Stemma della Citta' a tutto rilievo, si apre una ampia loggia sostenuta da vari ordini di colonne e in mezzo a queste si scorge un fanciullo rappresentante la Giustizia con la bilancia e la spada tra le mani. Indossa un manto reale pendente e un'aurea corona al capo. Al di sopra, si ammirano le insegne del Principe Sovrano e dopo alcuni piedi di altezza si vede sulla sommita' della gran macchina un piccolo garzone, ma di grande ardire, che agitando tra le mani una rossa bandiera, eccita la sottostante moltitudine alla festa e agli evviva. Altri fanciulli e altri ornamenti abbeliscono e animano la macchina, sulla cui sommita' campeggia la Rua, simbolo della fraglia dei nodari.

Circa cento possenti facchini, vestiti in uniforme e con un colorato berretto calcato in testa, trascinano la Rua al seguito della sacra processione. Intanto degli inservienti bagnano la strada, perche' la Rua strascinata, scorra con minore fatica. Intorno al tabernacolo profano si accalca la folla, spettatori nazionali e forestieri si agitano, applaudono, incitano i facchini affaticati, grondanti sudore che si danno il cambio davanti ai palazzi che si allineano lungo il Corso. I nobili inquilini si sporgono dalle finestre e dalle balconate delle dimore patrizie, gettano confetti alla folla, i servitori servono vino ai facchini accalorati, lo spirito religioso della processione e' compromesso.

Nella confusione nascono tafferugli, chi di dovere, deve intervenire. Per contrastare questo spirito paganeggiante, le autorita' impediranno al cirio dei nodari di unirsi alla processione, rimandandone l'uscita a dopo la cerimonia religiosa. La Rua avra' cosi' festeggiamenti tutti suoi e al suo seguito la gente forestiera e nostrana si scatenera' in baccanali a stento arginati dalle forze dell'ordine. Sempre nella medesima giornata si svolgeva la corsa dei cavalli berberi. La mattina della gara, i cavalli prescelti, da sei a dodici, erano imprigionati dentro casselloni di legno fino al momento della gara, annunciata con un colpo di fucile.

Sotto le gualdrappe che ornavano i cavalli, erano infilati degli aculei, che durante la corsa si piantavano crudelmente nella carne dei gareggianti. I cavalli impazziti dal dolore, si scatenavano in una corsa selvaggia e giungevano al traguardo grondanti sangue. Durante il percorso, si partiva da San Lazzaro e si arrivava davanti alla chiesa dei Teatini, alcuni spettatori armati di bastone, si accanivano sulle bestie inferocite.Per tale usanza barbara, il popolo aveva battezzata la crudele esibizione la corsa dei barbari. Circa una trentina erano le confraternite che uscivano in processione con gli iscritti che stringevano in mano un cero acceso. La confraternita degli orefici e' la sedicesima, i fratres si stringono attorno al loro vessillo, seguono una statua della Madonna, in argento, opera loro.

Tratto da "L'oro a Vicenza" breve storia della tradizione orafa nella città e provincia di Vicenza -Virgilio Scapin. (OroBase International, 1994).