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Cattedrale

La Cattedrale di Vicenza           www.chiese.vicenza.com

La torre campanaria è un’imponente costruzione in laterizio, che si erge tra gli edifici sul lato destro della cattedrale. Si tratta di un’architettura romanica poggiante su una costruzione massiccia a forma di parallelepipe-do. La base appartiene ad una torre di difesa ascrivibile al periodo alto-medievale (prima metà del sec. X) quando la Cattedrale ospitava il Consiglio comunale. Le struttura successiva è invece del XII secolo; le pareti sono ripartite da lesene e si concludono con la cella campanaria aperta sui quattro lati da altrettante bifore e sostenuta da una copertura quadrilobata in cotto.
La Cattedrale si presenta oggi al visitatore come un imponente edificio dalle forme tardo gotiche, risultato di una notevole opera di ricostruzione che, dopo il bombardamento del 1944, intervenne sulla struttura con l’intento di restituirle l’impianto del XV secolo. Ma la chiesa affonda le sue radici nella storia dell’impero romano, epoca in cui Vicenza, municipium già dal 49 a.C., aveva avuto un discreto sviluppo urbano. La zona della cripta, infatti (attualmente chiusa al pubblico), ha mostrato resti di edifici romani. Ad essi si sono poi sovrapposte nuove strutture murarie, la cui individuazione e interpretazione sono tuttora al vaglio degli studiosi. Queste le conclusioni - peraltro lungi dall’essere definitive - cui hanno condotto i lavori di scavo:
• la Cattedrale insiste su di un quartiere insediativo romano, caratterizzato da un’edilizia privata di un certo decoro (si veda la vicinanza del criptoportico) e servito da una strada lastricata a basoli, parallela al decumano principale, i cui resti, a circa 3 metri di profondità rispetto al piano di calpestio attuale, corrono sotto le fondazioni delle nuove sacrestie.
• I muri romani furono successivamente inglobati in un edificio mono-absidato in cui è da vedersi la cattedrale delle origini, inserita, presumibilmente dopo l’editto di Teodosio (380 d.C.), nell’area di una casa privata (probabile domus ecclesiae) della quale sfrutta parzialmente le strutture preesistenti.
• Tutte queste costruzioni furono rase alla stessa altezza e coperte dalla pavimentazione musiva, in una posteriore e più imponente basilica a tre navate e tre absidi. Il più importante lacerto musivo rinvenuto con l’iscrizione Carpilio sen<ior/ator> / cu<m> suis/ <ex> v<oto>, che segnala il nome del donatore di quella parte di pavimentazione, fa propendere gli studiosi per una datazione riferibile al V secolo avanzato. Fu verosimilmente questa basilica paleocristiana che visse per tutta l’epoca longobarda e carolingia.
• Una basilica successiva, di cui restano una doppia fila di pilastri sotto l’attuale pavimentazione, trova gli studiosi non concordi sulla datazione; per alcuni da anticipare all’VIII secolo, per altri da porre dopo il IX-X secolo, epoca in cui le devastazioni degli Ungari potevano aver reso necessario un intervento di riedificazione.
• Un ulteriore complesso architettonico, di cui sarebbe parte la porta sud dell’attuale edificio, dovrebbe risalire al XIII secolo.
Fra le ipotesi sulle titolazioni della prima Cattedrale compare il nome di S. Eufemia, martire particolarmente venerata, di cui la chiesa conserva tutt’oggi le reliquie. Nel VI secolo si può collocare il primo cambio di titolazione: ecclesia Sanctae Mariae. All'indomani del Concilio di Efeso (431 d.C.), infatti, con la definizione solenne del dogma della maternità divina di Maria, molte chiese ne assumevano il titolo; e in particolare alla Vergine che, come scriveva S. Agostino, aveva cooperato “con la sua carità alla nascita della Chiesa”, veniva intitolata la basilica più importante della comunità dei credenti: la Cattedrale. Successivamente, a Vicenza, il titolo si evolverà in Santa Maria Annunciata, probabilmente tra VII e VIII secolo, quando ormai anche in Occidente si era diffusa la festa dell'Annunciazione.
Porta laterale sinistra. Aperta nel 1575 e secondo alcuni studiosi riferibile ad Andrea Palladio.
Cappella dell’Incoronata o del Gonfalone fatta costruire nel 1426 dall’antica fraglia (dal latino medievale fratalea, fratellanza) di S. Maria, trasformatasi intorno al 1591 nella Confraternita del Gonfalone. Fu probabilmente per l’altare di questa cappella che Antonino di Niccolò da Venezia scolpì la statua della Madonna con Bambino (oggi conservata nella cripta); questa fu rimossa appena vent’anni dopo in conseguenza ad un’imponente opera di restauro che dotava l’altare di una nuova pala: l’Incoronazione della Vergine (1448), sempre dello stesso artista. Si tratta di un rilievo policromo in pietra, che raffigura Cristo davanti all’Eterno nell’atto di incoronare la Madonna, inginocchiata a destra. Assistono al rito dieci angeli che srotolano due cartigli musicali. Il soggetto della pala offre ai fedeli l’immagine del trionfo di Maria che, assunta in cielo, viene accolta da regina. Va inoltre ricordato che fu realizzata in concomitanza di un altro evento importante per la devozione della confraternita: la traslazione, nella stessa cappella, del corpo del vescovo Cacciafronte (1441). Nella predella infatti, affiancata dai santi della tradizione: Leonzio, Carpoforo, Eufemia ed Innocenza, è rappresentata la sua uccisione, avvenuta in piazza del Duomo il 16 marzo 1184. Fa da altare un’urna di marmo con al centro il busto a tuttotondo del vescovo, che nel 1824 fu beatificato dalla Sacra Congregazione dei Riti.
Cappella di S. Caterina d’Alessandria. Al centro la pala raffigurante Maria Vergine col Bambino tra le sante Lucia e Maddalena, opera di Bartolomeo Montagna (1450 ca.-1523) e a destra quella della Vergine con Bambino di G. Carpioni
Porta laterale sinistra. Aperta nel 1575 e secondo alcuni studiosi riferibile ad Andrea Palladio.
Cappella dell’Incoronata o del Gonfalone fatta costruire nel 1426 dall’antica fraglia (dal latino medievale fratalea, fratellanza) di S. Maria, trasformatasi intorno al 1591 nella Confraternita del Gonfalone. Fu probabilmente per l’altare di questa cappella che Antonino di Niccolò da Venezia scolpì la statua della Madonna con Bambino (oggi conservata nella cripta); questa fu rimossa appena vent’anni dopo in conseguenza ad un’imponente opera di restauro che dotava l’altare di una nuova pala: l’Incoronazione della Vergine (1448), sempre dello stesso artista. Si tratta di un rilievo policromo in pietra, che raffigura Cristo davanti all’Eterno nell’atto di incoronare la Madonna, inginocchiata a destra. Assistono al rito dieci angeli che srotolano due cartigli musicali. Il soggetto della pala offre ai fedeli l’immagine del trionfo di Maria che, assunta in cielo, viene accolta da regina. Va inoltre ricordato che fu realizzata in concomitanza di un altro evento importante per la devozione della confraternita: la traslazione, nella stessa cappella, del corpo del vescovo Cacciafronte (1441). Nella predella infatti, affiancata dai santi della tradizione: Leonzio, Carpoforo, Eufemia ed Innocenza, è rappresentata la sua uccisione, avvenuta in piazza del Duomo il 16 marzo 1184. Fa da altare un’urna di marmo con al centro il busto a tuttotondo del vescovo, che nel 1824 fu beatificato dalla Sacra Congregazione dei Riti.
Cappella di S. Caterina d’Alessandria. Al centro la pala raffigurante Maria Vergine col Bambino tra le sante Lucia e Maddalena, opera di Bartolomeo Montagna (1450 ca.-1523) e a destra quella della Vergine con Bambino di G. Carpioni
(1611-1674).
Cappella di S. Antonio di Padova. Lungo le pareti sono riunite lapidi e monumenti tombali della nobile famiglia vicentina Loschi.
Cappella della Madonna Pellegrina. Accoglie il secondo altare del Pittoni con la statua della Vergine; l’altare originario era però dedicato alla Trasfigurazione di Cristo e recava una pala di Giovanni Bellini. Sulla parete di destra è collocata la pala dell’Assunta, opera di A. Maganza.
Cappella del Crocefisso. Sopra la mensa dell’altare si innalza un crocifisso ligneo del vicentino Lucchetta (sec. XIX), ai lati due monumenti funebri di casa Thiene, opere del sec. XVI.

Corrono sotto le fondazioni delle nuove sacrestie.
• I muri romani furono successivamente inglobati in un edificio mono-absidato in cui è da vedersi la cattedrale delle origini, inserita, presumibilmente dopo l’editto di Teodosio (380 d.C.), nell’area di una casa privata (probabile domus ecclesiae) della quale sfrutta parzialmente le strutture preesistenti.
• Tutte queste costruzioni furono rase alla stessa altezza e coperte dalla pavimentazione musiva, in una posteriore e più imponente basilica a tre navate e tre absidi. Il più importante lacerto musivo rinvenuto con l’iscrizione Carpilio sen<ior/ator> / cu<m> suis/ <ex> v<oto>, che segnala il nome del donatore di quella parte di pavimentazione, fa propendere gli studiosi per una datazione riferibile al V secolo avanzato. Fu verosimilmente questa basilica paleocristiana che visse per tutta l’epoca longobarda e carolingia.
• Una basilica successiva, di cui restano una doppia fila di pilastri sotto l’attuale pavimentazione, trova gli studiosi non concordi sulla datazione; per alcuni da anticipare all’VIII secolo, per altri da porre dopo il IX-X secolo, epoca in cui le devastazioni degli Ungari potevano aver reso necessario un intervento di riedificazione.
• Un ulteriore complesso architettonico, di cui sarebbe parte la porta sud dell’attuale edificio, dovrebbe risalire al XIII secolo.
Fra le ipotesi sulle titolazioni della prima Cattedrale compare il nome di S. Eufemia, martire particolarmente venerata, di cui la chiesa conserva tutt’oggi le reliquie. Nel VI secolo si può collocare il primo cambio di titolazione: ecclesia Sanctae Mariae. All'indomani del Concilio di Efeso (431 d.C.), infatti, con la definizione solenne del dogma della maternità divina di Maria, molte chiese ne assumevano il titolo; e in particolare alla Vergine che, come scriveva S. Agostino, aveva cooperato “con la sua carità alla nascita della Chiesa”, veniva intitolata la basilica più importante della comunità dei credenti: la Cattedrale. Successivamente, a Vicenza, il titolo si evolverà in Santa Maria Annunciata, probabilmente tra VII e VIII secolo, quando ormai anche in Occidente si era diffusa la festa dell'Annunciazione.
La chiesa cattedrale prende il suo nome dall’essere sede della cattedra episcopale. Per Vicenza il primo vescovo storicamente attestato è Oronzio, che nel
589-591 d.C., partecipò al Concilio di Marano. È da ritenere comunque che un vescovo, nella cui diocesi esistevano due importanti basiliche, non poteva assentarsi senza essere nelle condizioni di farle officiare e gestire da qualcuno; ciò indica la presenza di un corpo ecclesiastico regolarmente costituito almeno dal IV secolo e presuppone che la città fosse sede episcopale già da tempo.
In origine la definizione di chiesa come cattedrale si riferiva anche e necessariamente alla presenza di un battistero: un luogo apposita-mente costruito, dove il vescovo amministrava il sacramento del battesimo, rito che nei primi tempi del Cristianesimo era di sua esclusiva pertinenza. All’incirca per tutto l’alto medioevo nell’ambito cittadino la cattedrale era l’unica “ecclesia baptismatis”, cui dovevano fare riferimento anche tutti gli abitanti delle chiese rurali. La celebrazione battesimale, sostenuta da una lunga preparazione intensificata e solennizzata nei quaranta giorni precedenti l’ammissione al sacramento, era seguita dal breve rito della confermazione e quindi dalla comunione. I due poli liturgici erano perciò il battistero e l’altare della chiesa, luoghi separati che permettevano al neofita adulto di ricevere la catechesi e il battesimo nel primo e poi, in processione, essere accolto nell’ecclesia per la celebrazione eucaristica. Soltanto con il passaggio al battesimo dei bambini, che non potevano seguire la catechesi, l’esigenza del battistero come luogo separato decade e il fonte battesimale diventa parte della basilica, collocato in un ambiente laterale rispetto alla navata centrale.
Per l’originaria Cattedrale vicentina non si può affermare con certezza che vi sia stato un edificio con tale funzione. Solo nel 1264 i documenti danno notizia di un progetto cittadino relativo ad un battistero, per la cui costruzione il Comune di Vicenza, col consenso
del suo vescovo, stabiliva
di rendere disponibile l’area attigua alla Cattedrale. L’iniziativa nasceva nel periodo immediatamente successivo alla cessata tirannide di Ezzelino III
da Romano († 1259), nel contesto di un fervore cittadino ispirato dalla riacquistata libertà. Sotto
la guida del vescovo dome-nicano Bartolomeo detto
da Breganze la città risorgeva sia dal punto di vista edilizio che religioso e nello stesso anno venivano gettate le fondamenta di un altro importantissimo tempio cristiano: la chiesa di Santa Corona. Il battistero però non fu realizzato, anche per la repentina perdita di autonomia di Vicenza, caduta alla fine del XIII secolo sotto la dominazione padovana dei Carraresi.
Sembra che i Vicentini abbiano supplito a questa mancanza adottando come fonte battesimale un manufatto d’epoca longobarda, una vasca lapidea di abbeveraggio (“lavellum”) dotata di una sponda da pozzo, fatta costruire dal gastaldo “Radoald”. Essa fu collocata nella cappella di S. Giovanni Battista e servì da fonte almeno fino al sec. XIX. Giudicato indecoroso, nel 1824 il fonte fu sostituito da un nuovo manufatto, opera dei fratelli tagliapietre Sguarise su disegno del bassanese Antonio Bernati. Sul coperchio presenta una piccola statua del Battiasta di Girolamo Albanese (sec. XVII). Successivamente il battistero fu spostato nella cappella di
S. Giustina o Da Schio e qui
fu collocato as-sieme al fonte progenitore.
Negli anni 1675-1682 l’altare maggiore della Cattedrale fu affiancato e solennizzato dalle ali del grande Paramento Civran, la splendida fascia architettonica in stucco e marmorino, commissionata dal vescovo Giuseppe Civran a Bernardino Belladonna a incorniciare dodici grandi tele di sette artisti fra i più rappresentativi maestri della seconda metà del Seicento Veneto. Dopo i gravi danneggiamenti subiti durante la seconda guerra mondiale e una prima parziale ricostruzione, esso risulta oggi integralmente ripristinato nella sua originaria fisionomia, lungo tutta la parete dell’abside. I dipinti si ispirano alla Storia della vera Croce in onore del frammento del santo legno custodito in un prezioso reliquiario d’argento al centro dell’altare.
Tema dominante è il trionfo della croce che guida l’uomo alla salvezza. Il percorso si articola in tre momenti: inizia dalla Croce “attesa” nell’Antico Testamento, cinque episodi che prefigurano il segno salvifico, culmina con le due tele dell’Annunciazione, poste ai lati dell’altare, che raccordano il tema veterotestamentario della salvezza “figurata” con quello della salvezza realizzata, annunciata ed incarnata in Maria, per proseguire con gli episodi della Legenda della vera Croce, narrati da Jacopo da Varagine e reinterpretati dal gusto e dalla sensibilità barocca.
Procedendo da sinistra a destra, s’incontrano: Mosè sostenuto nella preghiera, attribuita a G. B. Minorelli pittore padovano del sec. XVII; Il serpente di bronzo, di Bartolomeo Cittadella (1636-1709), in cui il segno salvifico del serpente che libera gli Ebrei dalla peste, richiama la Croce di Cristo che libera dal peccato; il Sacrificio di Noè, di Pietro Liberi (1614-1687); rappresenta l’ira divina placata e prefigura la nuova alleanza che il sacrificio di Cristo andrà a sigillare; il Sogno di Giacobbe, attribuito a Gianbattista Volpato (1633-1707), interpreta la scala su cui salivano e scendevano gli angeli come simbolo della Croce, ponte gettato tra cielo e terra dal Verbo incarnato; il Passaggio del Mar Rosso, di Antonio Zanchi (1631-1722), ove si legge la salvezza di Israele guidato da Mosè con il bastone alzato e la gloria del Signore, contro il faraone, i suoi carri e i suoi guerrieri. Al centro le due tele dell’Annunciazione, sempre dello Zanchi.
A destra: l’Apparizione della Croce a Costantino, ancora di Zanchi, perde la dimensione tradizionale del sogno e diventa miracolo a cui l’imperatore assiste assieme ai soldati; la Vittoria su Massenzio, opera di Bartolomeo Cittadella (1636-1709), sottolinea il valore del segno crociato in nome del quale combatte Costantino; il Miracolo della vera Croce, attribuito al Minorelli, che narra il rinvenimento del santo legno da parte di Elena; Eraclio si accinge a portare la Croce, di Andrea Celesti (1637-1706), rappresenta l’imperatore diventato poi il custode delle sacre reliquie; San Luigi, re di Francia, dona la reliquia al vescovo Bartolomeo da Breganze, di Giovanni Carboncino (attestato tra il 1672 e il 1692), conclude il racconto con la traslazione della reliquia dalla Francia, ove era giunta proprio grazie all’imperatore d’Oriente, a Vicenza, portata per mano del vescovo Bartolomeo.
Il paramento è coronato e impreziosito da una balaustra con sopra dieci angeli lignei, alcuni di Orazio Marinali e bottega, recanti gli strumenti della Passione.
La chiesa al suo interno si presenta a navata unica divisa in cinque campate con volte a crociera su pilastri polistili addossati alle pareti nelle quali si aprono le cappelle: quelle di destra sono a pianta rettangolare, mentre quelle di sinistra sono chiuse da un’abside poligonale. Sul fondo la cappella maggiore, il coro, che si innesta sulla cripta e si conclude con la cupola del 1574, il cui cantiere fu diretto, sembra, da Andrea Palladio. La costruzione delle cappelle è stata compiuta tra il XIV e il XVI secolo grazie ai lasciti testamentari delle famiglie nobili vicentine (Loschi; Barbarano; de’ Proti; Thiene), o anche per iniziativa di alcune confraternite (Santa Maria; S. Giuseppe; Santissimo Sacramento). L’importanza che rivestono dal punto di vista devozionale è chiaramente espressa dalle titolazioni che testimoniano il culto per i santi legati alla città, o per i santi eponimi degli stessi donatori. Le famiglie nobili lasciavano così un segno tangibile del loro potere nella chiesa “cittadina per eccellenza” dove chiedevano di trovare sepoltura e dove il loro prestigio si traduceva nella commissione di importanti decori e opere d’arte tuttora visibili.
Cappella - battistero, già dedicata a S. Giustina e ai Santi Pietro e Paolo (vedi Approfondimento liturgico).
Cappella di S. Gaetano (già dedicata ai Ss. Tommaso e Pietro). L’altare è del sec. XVII, con tabernacolo di linee barocche. La pala raffigurante San Gaetano in estasi visitato dall’angelo, è stata attribuita da F. Barbieri a Pietro Dalla Vecchia (1603-1678). L’apparato ornamentale della cappella sembra riferibile agli Albanese.
Cappella di S. Giu-seppe o della Sacra Famiglia (già dedicata a S. Agostino). Dalla fine del sec. XV ospita la Confraternita di S. Giu-seppe. Gli stucchi e le statue (S. Gioacchino,
S. Elisabetta, S. Anna e
S. Zaccaria) sono della bottega dei fratelli Albanese (1640-1650); conserva i dipinti: l’Ado-razione dei pastori, forse di Alessandro Maganza, e la splendida Adorazione dei magi dell’artista vicentino Francesco Maffei (1600 ca.-1660). La fascia superiore è tutta dedicata alle Storie di S. Giuseppe, opere dello stesso artista. Di difficile attribuzione è invece la pala della Sacra Famiglia col Croce-fisso collocata sull’altare degli Albanese.
Cappella di S. Vincenzo (già dedicata a S. Teobaldo). Della decorazione si conservano: la pala con S. Teobaldo, la Trasfigurazione sul monte Tabor e al centro l’altare del Pittoni, qui trasportato dalla collocazione originaria del 1562 quando assieme a quello gemello era stato posto ai lati della porta principale per sostenere le pale dello Zelotti (La pesca miracolosa e La conversione di S. Paolo); sopra la pala dei
SS. Vincenzo e Marco che presentano alla Madonna la città di Vicenza, opera commissionata dal Comune nel sec. XVI.
Cappella dei SS. Giacomo e Antonio Abate. Fu ordinata da Giampietro de’ Proti con testamento del 1412, quando anche a Vicenza si erano diffusi i pellegrinaggi a S. Giacomo di Compostela e a S. Antonio di Vienna. Conserva il capo-lavoro di Lorenzo Veneziano: la Dormitio Virginis (1366), 36 tavole che rappresentano al centro il trapasso della Vergine circondata dagli Apostoli con l’animula che Cristo accoglie per condurla in cielo; sopra la Crocefissione e ai lati i santi con accanto, inginocchiati, i due donatori Tommaso e Giampietro de’ Proti, le spoglie dei quali sono racchiuse nell’arca gotica della stessa cappella.
Porta laterale destra. È incorniciata da quella del 1290, come attesta l’iscrizione verso l’esterno.
Cappella di S. Paolo e di S. Gregorio, interamente ricostruita, conserva un altare del sec. XVIII, con la pala di
G. Pittoni (1687-1767) raffigurante la Vergine onorata dai Santi Nicola da Tolentino e Nicola da Bari.
Cappella dedicata a S. Giovanni Battista, recentemente vi è stato collocato l’Organo.
Ingressi alla Cripta. Vi si trova l’altare in onore di
S. Dionisio, fatto costruire nei primi anni del XVII secolo dal vescovo Dionisio Dolfin (la cui lapide tombale è al centro del pavimento), probabilmente con materiale proveniente dai ruderi del Teatro Berga. Sull’altare poggia un gruppo scultoreo in pietra dipinta raffigurante la Madonna con bambino detta anche Madonna Mora tra i santi Pietro e Paolo, attribuita ad Antonino da Venezia (prima metà del XV secolo).
Abside. Al centro del presbiterio, si erge l’altar maggiore, ripristinato in occasione dei recenti restauri nell’originaria posizione arretrata, eseguito nel 1535, su commissione del ricco giureconsulto vicentino Aurelio Dall’Acqua, da due artisti della locale ed affermata Bottega di Pedemuro; essi espressero la propria bravura anche nell’impiego attento e sapiente di una quantità di pietre dure e marmi pregiati raccolti per anni dal Dall’Acqua a questo scopo. Negli anni 1675-1682 l’altare fu affiancato e solennizzato dalle ali del grande Paramento Civran (vedi Approfondimento tematico).
Cappella di S. Girolamo, è la più antica, fondata nel 1383 dal vescovo Giovanni de Surdis, fu poi più volte rimaneggiata, conserva oggi i due monumenti funebri a Girolamo e Giovanni Battista Gualdo (sec. XVI) con i busti dei due defunti attribuiti ad Alessandro Vittoria.
Sacrestia. Sopra la porta è collocato il monumento al Vescovo Civran morto nel 1679.
Cappella del SS.mo Sacramento. Di proprietà dal 1580 della confraternita del Santissimo che collocò sull’altare la Gloria di angeli di A. Maganza (1556-1660) e alle pareti i dipinti con gli episodi della Passione di Gesù del medesimo artista, datati intorno al 1600 e incorniciati da stucchi del sec. XVIII. Conserva inoltre il Tabernacolo ligneo del 1607 di
G. Montecchio, impreziosito da piccoli dipinti del Maganza che raffigurano il Risorto, l’Eterno Padre e le allegorie di Fede, Speranza, Carità e Temperanza (copia degli originali).
Porta laterale sinistra. Aperta nel 1575 e secondo alcuni studiosi riferibile ad Andrea Palladio.
Cappella dell’Incoronata o del Gonfalone fatta costruire nel 1426 dall’antica fraglia (dal latino medievale fratalea, fratellanza) di S. Maria, trasformatasi intorno al 1591 nella Confraternita del Gonfalone. Fu probabilmente per l’altare di questa cappella che Antonino di Niccolò da Venezia scolpì la statua della Madonna con Bambino (oggi conservata nella cripta); questa fu rimossa appena vent’anni dopo in conseguenza ad un’imponente opera di restauro che dotava l’altare di una nuova pala: l’Incoronazione della Vergine (1448), sempre dello stesso artista. Si tratta di un rilievo policromo in pietra, che raffigura Cristo davanti all’Eterno nell’atto di incoronare la Madonna, inginocchiata a destra. Assistono al rito dieci angeli che srotolano due cartigli musicali. Il soggetto della pala offre ai fedeli l’immagine del trionfo di Maria che, assunta in cielo, viene accolta da regina. Va inoltre ricordato che fu realizzata in concomitanza di un altro evento importante per la devozione della confraternita: la traslazione, nella stessa cappella, del corpo del vescovo Cacciafronte (1441). Nella predella infatti, affiancata dai santi della tradizione: Leonzio, Carpoforo, Eufemia ed Innocenza, è rappresentata la sua uccisione, avvenuta in piazza del Duomo il 16 marzo 1184. Fa da altare un’urna di marmo che con al centro il busto a tuttotondo del vescovo, che nel 1824 fu beatificato dalla Sacra Congregazione dei Riti.
Cappella di S. Caterina d’Alessandria. Al centro la pala raffigurante Maria Vergine col Bambino tra le sante Lucia e Maddalena, opera di Bartolomeo Montagna (1450 ca.-1523) e a destra quella della Vergine con Bambino di G. Carpioni
(1611-1674).
Cappella di S. Antonio di Padova. Lungo le pareti sono riunite lapidi e monumenti tombali della nobile famiglia vicentina Loschi.
Cappella della Madonna Pellegrina. Accoglie il secondo altare del Pittoni con la statua della Vergine; l’altare originario era però dedicato alla Trasfigurazione di Cristo e recava una pala di Giovanni Bellini. Sulla parete di destra è collocata la pala dell’Assunta, opera di A. Maganza.
Cappella del Crocefisso. Sopra la mensa dell’altare si innalza un crocifisso ligneo del vicentino Lucchetta (sec. XIX), ai lati due monumenti funebri di casa Thiene, opere del sec. XVI.