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San Giorgio

La figura di s. Giorgio, cavaliere di Lydda, veniva venerata presso il suo sepolcro in Palestina, ove oggi i resti di una costruzione costantiniana conservano un’epigrafe del 368 d.C.; le opere agiografiche che lo riguardano sono state abbellite, nel corso dei secoli, da alcuni episodi tra cui spicca quello famoso della fanciulla salvata dal drago. La prima leggenda, narra di un giovane, educato ai valori cristiani e avviato alla carriera militare, prodigarsi per il servizio agli indifesi e ai poveri; durante la persecuzione di Daciano, imperatore dei Persiani, trasformato nelle leggende tardive in Diocleziano imperatore dei Romani, fu martirizzato per essersi rifiutato di sacrificare agli dei. Fiero ed eroico professò il suo credo di fronte alla croce, convertì i pagani e fu decapitato. Il suo culto si diffuse rapidamente, a lui dedicarono chiese i Bizantini e successivamente i Longobardi, sensibili alla figura del santo guerriero, come a quella dell’angelo armato: s. Michele.
Protettore dei cavalieri e degli indifesi, invocato anche per i morsi di serpente e la peste, fu particolarmente venerato dai benedettini e successivamente dagli Ordini cavallereschi, legati all’esperienza delle crociate.
Fu sullo scudo del re longobardo Cuniperto alla fine del sec. VII, che, per la prima volta, si raffigurò il ritratto di s. Giorgio cavaliere di Lydda, onorato in Oriente, divenuto simbolo della conversione al cristianesimo dei longobardi.
Alla diffusione del suo culto va riferita l’origine storica di molte antiche chiesette vicentine a lui dedicate, prima fra tutte quella qui presentata.
È possibile che la titolazione della chiesa di S. Giorgio derivi da un sacello longobardo dell’VIII secolo, che fornì anche parte del materiale con il quale è costruita, nonché i frammenti di scultura, oggi castoni preziosi delle solide ma povere mura.
L’ipotesi che sul luogo di S. Giorgio, posto su un importante asse romano che conduce da Vicenza a Lonigo, fosse presente nell’antichità un tempio dedicato a Diana, è solo notizia tramandata da qualche scrittore vicentino.
È comunque noto come il Cristianesimo sostituisse edifici e culti pagani con i propri, volendo proporre una religione non solo nuova ma unica.
Il più antico documento conosciuto che si riferisce a questa chiesa è databile, secondo il Mantese, al 983. Con esso il vescovo vicentino Rodolfo, nel riconoscere ai benedettini del monastero dei Ss. Felice e Fortunato la proprietà di estesi territori nella diocesi di Vicenza, restituiva loro il Vantium Sancti Georgi cum capella (era detto vantium un terreno paludoso).
A questo atto seguì l’insediamento di una comunità di benedettini impegnati a bonificare la zona. In seguito la chiesa conobbe molteplici utilizzi, indicati talvolta nel nome: dopo la metà del XIII secolo divenne un lazzaretto fino all’ultima grave peste del 1630, da cui forse il nome dato alla chiesa di "Gesù di Nazaret" (probabile corruzione di Lazaretto), con cui viene indicata anche nella Pianta Angelica del 1580 (la più antica di Vicenza).
Fu poi prigione, da cui l’appellativo moderno in Gogna, e addirittura canile fino al recente restauro ed erezione a parrocchia (1963).
L’origine della fabbrica va posta prima del Mille e ancor oggi, dopo il rifacimento seguito alla quasi distruzione causata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, rivela almeno due fasi di edificazione.
Le massicce murature meritano un’attenta osservazione soprattutto all’esterno che, privo di intonaco, evidenzia la costruzione con materiali di spoglio e pietrame calcareo del luogo. Si veda in particolare:
Il lato settentrionale, visibile dalla strada d’arrivo, palesa le due fasi costruttive: a sinistra in basso si leggono tratti a spina di pesce, riferibili ad un’epoca anteriore al Mille; a destra, l’opus incertum alternato a tre liste sovrapposte di mattoni a intervalli regolari richiama le murature di tipo difensivo, di epoca scaligera (sec XIV). Degni di nota i frammenti decorativi incastonati nella spessa muratura, che colpiscono per la loro preziosità, evidenziando l’utilizzo nella fabbrica di materiale di recupero proveniente da edifici di pregio.
L’abside stupisce per bellezza e semplicità il visitatore; presenta nella parte inferiore, più spessa, la costruzione originaria. Salendo si legge una sagoma sfacettata con sette lati di un poligono di sedici; si tratta di una forma rara nel Veneto, che riduce i valori di massa con chiaroscuri di superficie al modo ravennate.
La policromia si risolve nel coronamento di una complessa cornice laterizia con due fregi a denti di sega.
La figura poligonale richiama direttamente quella del sacello di S. Maria Mater Domini della basilica dei Ss. Felice e Fortunato.
Lo stesso sacello avrebbe fatto da modello per le sagome delle due monofore di tipo romanico che le danno luce.
L’interno è costituito da un’unica navata, coperta da un tetto a travature che assicura il sobrio effetto romanico. Priva di altari, la chiesa si presenta piuttosto austera convogliando lo sguardo del visitatore alla zona sacra per eccelenza: l’abside.
Il giro absidale interno è semicircolare coperto da una semitazza piuttosto depressa: il vortice creato dalla disposizione dei laterizi crea un effetto d’ascesa ed è ancora una ripresa del sacello sanfeliciano. I piloni di sostegno sono tozzi e nudi, con basi e capitelli appena squadrati. Ai suoi lati due nicchie ricavate nello spessore del muro (largo fino ad un metro), con piccola apertura centrale, completano la chiusura della navata. Sulla controfacciata è collocata la pala di Alessandro Maganza (1556-1630), che raffigura l’Apparizione della Vergine a Vincenza Pasini (vedi Approfondimento Tematico).
La chiesa posta alle pendici di Monte Berico è una tappa "naturale" nella via del pellegrinaggio che conduce al Santuario mariano. Proprio in questa chiesa si può ammirare la pala, datata 1600 e dipinta da Alessandro Maganza, rela-tiva all’Apparizione della Vergine a Vincenza Pasini. Il dipinto presenta tre scene dell’evento miracoloso, così come descritto dal processo sulla veridicità del miracolo conservato in un prezioso manoscritto del 1430. Vincenza Pasini era un’incolta popolana, che si recava a portar cibo al marito sulla collina berica; era il 1426 e su Vicenza incombeva la peste.
La pia donna invocò allora la protezione della Madonna (come si vede nella parte alta della pala).
La Vergine rispose all’appello manifestandosi una prima volta a Vincenza e chiedendo che le fosse costruita una chiesa; quindi la seconda apparizione con la Madonna che indica alla sua devota la pianta della chiesa che, secondo la tradizione, lei stessa disegnò con una piccola croce d’ulivo. Particolarmente interessante è lo sfondo con la città di Vicenza, subito riconoscibile dal torrione di Porta Castello e dalla Basilica, esattamente orientata rispetto al luogo dell’apparizione.
Più in primo piano è la veduta del Campo Marzo, allora luogo di raccolta degli appestati, brulicante di morenti, visitatori e monatti.