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San Rocco

Chiostro: da una porticina, quasi di fronte alla Cappella delle Anime del Purgatorio, si accede al chiostro. L’aura emiliana che lo contraddistingue porta ad assegnare la concezione del lavoro a Lorenzo da Bologna; nel ‘700 venne aggiunto, in corrispondenza di due lati, un terzo piano che ne compromise l’armonia delle proporzioni. Al centro una secentesca vera da pozzo.
Facciata: luminosamente sobria, intonacata di rosa con inserimenti in biancone e marmi colorati, la facciata è liscia ed equilibrata, conclusa in alto da un frontone triangolare. La scandiscono in senso verticale quattro lunghe lesene, adorne di patere in marmo rosso; in senso orizzontale una base bassa e articolata e una semplice trabeazione. Due finestre centinate negli intercolumni laterali, un portale quattrocentesco (in cui è inserita una porta lignea del ‘700) e un piccolo rosone costituiscono i quattro vuoti di una parete a larghi campi pieni (Cevese). È opera certamente eseguita nel terzo decennio del ‘500, quando la chiesa fu prolungata: il punto di sutura è visibile in prossimità della facciata.
Campanile: in mattoni a vista, ornato da paraste, pone seri problemi di interpretazione e di datazione (Cevese); probabilmente non era stato ancora iniziato (o completato?) nel 1525, quando i Canonici si rivolgono ai reggitori della città lamentandosi di questo fatto. Vi si trovano otto campane, azionate manualmente.
Nell’aprile del 1485, la scoperta di alcuni casi di peste nel borgo di Portanova gettò la città di Vicenza nel panico.
Per contenere la tensione, dopo che si erano rivelate inefficaci tanto la disposizione di norme igieniche quanto iniziative eclatanti come la cacciata degli Ebrei, qui come in altri luoghi ridotti a capro espiatorio, si deliberò la fondazione di una chiesa intitolata a San Rocco, protettore degli appestati. Il 16 maggio, con il concorso del comune e delle fraglie, veniva posta la prima pietra. L’esecuzione si protrasse a lungo, ma le fasi di costruzione sono difficili da seguire; verso il 1530 la chiesa venne prolungata verso oriente e fu innalzata una nuova facciata.
La paternità del progetto viene convincentemente attribuita a Lorenzo da Bologna, anche se, lasciando Lorenzo la città nel 1489, la realizzazione fu portata a termine da altri, forse, fino al 1510, da Rocco da Vicenza.
La nuova chiesa veniva affidata ai Canonici Secolari di
San Giorgio in Alga, una congregazione sorta a Venezia alla fine del sec. XIV. Qui un gruppo di nobili, chierici con alcuni laici, facendosi portavoce delle istanze di rinnovamento allora particolarmente sentite nella crisi degli ordini tradizionali e senza essere vincolati ad alcuna regola (di qui l’epiteto di "secolari"), avevano portato nuova linfa nel mondo religioso. La loro spiritualità si fondava sulla meditazione, la vita comunitaria e la povertà: per queste caratteristiche erano subentrati spesso nella gestione di conventi e abbazie ormai in declino.
Presenti a Vicenza in
S. Agostino e a Lonigo, in
S. Fermo, i Celestini, così chiamati dal colore della tunica , si trasferirono a san Rocco nel maggio del 1486; due anni dopo ottennero la facoltà di annettervi un monastero, dove rimasero sino al 1668, quando, in un radicale riassetto delle istituzioni ecclesiastiche, l’ordine venne soppresso. A reggere la chiesa di San Rocco furono chiamate allora le Carmelitane di Santa Teresa, dette Teresine: appartenenti ad una congregazione di antichissima origine (i Carmelitani erano nati alla fine del XII secolo), ricordavano nel nome la figura di Santa Teresa d’Avila, autrice nel 1560 di un’ampia opera di riforma. Dai documenti risulta che il loro servizio in San Rocco fu sempre svolto con cura: più numerose dei Celestini, contarono tra loro esponenti delle più illustri famiglie vicentine.
Il convulso periodo della dominazione napoleonica non risparmiò nemmeno questa corporazione religiosa, che come tutte le altre venne soppressa. In tale occasione parte del patrimonio della chiesa andò disperso; ma soprattutto mutò la funzione del complesso, trasformato a sede dell’Istituto degli Esposti.
I neonati, di nascita illegittima o con handicap psicofisici o ancora appartenenti a famiglie non in grado di mantenerli, venivano lasciati presso la ruota dietro la porticina che si apriva lungo la parete sinistra della chiesa.
Oggi l’ex monastero è sede, intorno al suggestivo chiostro, di varie attività a carattere sociale e culturale, tra cui il Centro Studi sull’Impresa e il Patrimonio Industriale, la casa alloggio della Comunità terapeutica di san Gaetano e l’Istituto per le Ricerche di Storia Sociale e Religiosa. La chiesa, aperta per le funzioni liturgiche, è visitabile su appuntamento, ospita matrimoni e concerti del noto coro di San Rocco.
Parete sinistra:
Altare di San Carlo: reca al centro l’immagine del santo e ai lati episodi della sua vita, in particolare miracoli legati alla sua capacità taumaturgica: per il quadro centrale si è avanzato il nome di Porfirio Moretto (XVI-XVII sec.). La doratura è opera recente come si legge nella scritta sotto il quadro centrale.
Madonna della Misericordia: convincentemente datato agli ultimi decenni del ‘400, non è originario di S. Rocco, poiché proviene dall’Oratorio di S. Maria e S. Cristoforo. Raffigura la Madonna della Misericordia sotto il cui manto trovano conforto i rettori della fraglia dei Battuti di S. Marcello, che si occupavano degli infanti abbandonati, ritratti come di consueto di più piccole proporzioni. Ai lati S. Giovanni Battista e
S. Cristoforo.
Altare di San Rocco: altare realizzato nel 1850, in forma neoquattrocentesca, da architetto e lapicida ignoti. La datazione delle tre statue oscilla tra la fine del ‘400 e la metà del ‘500: se si ammette con Cevese la datazione alta si può anche ipotizzare che il gruppo ligneo ornasse il tabernacolo dedicato a s. Rocco precedente alla chiesa. Si riconoscono s. Rocco al centro, che mostra il bubbone, s. Giovanni Battista con la croce di canna e l’Agnello sul libro, e s. Sebastiano, con le frecce ricordo della punizione inflittagli a causa della sua fede. Tutti e tre sono associati dall’essere protettori contro la peste.
2° altare: pala raffigurante La decollazione di S. Caterina, di paternità incerta, forse da attribuire al bresciano P. Moretto (1548-1625), il dipinto rievoca il momento drammatico del martirio di s. Caterina, in uno spazio urbano definito da incombenti architetture, forse risalente al 1572, a giudicare dall’iscrizione nell’angolo inferiore a destra.
1° altare: tela raffigurante L’invenzione della vera Croce, originariamente nella cappella delle Anime del Purgatorio, il dipinto fu spostato qui a sostituire la Probatica piscina, capolavoro di G. A. Fasolo ora al Museo Civico. Rimanda all’episodio del rinvenimento della croce di Gesù, perseguito con tenacia da Elena, madre dell’imperatore Costantino, ritratta con la corona sul capo; la figura di sacerdote è identificabile con s. Lorenzo Giustiniani, priore dei Canonici di S. Giorgio in Alga a S. Agostino. Lo realizzò G.B. Zelotti (1526-1578), probabilmente con la collaborazione di alcuni discepoli, intorno agli anni ’60 o ‘70.