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Santa Corona

La chiesa di S. Corona fu eretta per volontà del vescovo domenicano Bartolomeo, detto da Breganze, tra il 1260 e il 1270. La fondazione è tradizionalmente legata alla traslazione in città di alcune importanti reliquie delle croce e della corona di spine da parte dello stesso vescovo (vedi Approfondimento tematico). Essa vide una notevole partecipazione pubblica, in un clima di riconquistata libertà, dopo il periodo di sudditanza a Ezzelino III da Romano († 1259). Nel 1260 il Comune nominò un procuratore per l’acquisto della terra su cui sarebbe sorta la nuova chiesa e negli anni successivi offrì una cifra consistente per finanziarne la costruzione (Cracco, 1988). Titolari del Tempio furono da subito i frati domenicani fortemente impegnati in un’intensa opera di studio e di predicazione. Determinante fu il ruolo da essi assunto nella lotta all’eresia; Bonifacio VIII con la Bolla del 1303 trasferiva proprio a S. Corona il Tribunale dell’Inquisizione. La forte valenza civica oltre che religiosa di questa chiesa-simbolo della rinascita comunale vicentina (per quanto di breve durata visto il succedersi in poco più di un secolo di tre dominazioni), trova conferma negli Statuti del 1264 in cui ufficialmente veniva decretata come il luogo dove celebrare la festa della città.
La chiesa in stile romanico-ogivale, fu costruita per la maggior parte delle struttura (facciata, muri perimetrali e campanile) in mattoni rossi. Il presbiterio, che in origine era rettangolare, intorno al 1480 fu allungato e concluso da un’abside semicircolare, sotto la probabile guida di Lorenzo da Bologna.
Gli edifici conventuali semidistrutti dai bombardamenti del 1944, comprendevano il dormitorio, un’ampio chiostro e un refettorio del sec. XV e l’importante biblioteca, che si sviluppava in un grande salone a tre navate. Esisteva inoltre la foresteria e un secondo chiostro ascrivibili ai sec. XVII-XVIII. Particolarmente importante fu l’apostolato dei frati domenicani, impegnati anche nella diffusione di alcune devozioni tra cui, oltre alla S. Spina, vanno ricordate la Madonna della Neve, introdotta già dal sec. XIV, e la Vergine del Rosario a cui fu dedicata una cappella e successivamente un oratorio. Quest’ultimo, gestito dall’omonima confraternita, fu distrutto nel 1812 in seguito alla sovversione della stessa.
I Domenicani officiarono la chiesa fino al 1810, quando, per decreto napoleonico furono costretti a lasciare il convento, nonostante la presenza di 22 frati dimostrasse la piena attività della comunità vicentina. Oggi la chiesa, di proprietà comunale, è officiata dal clero diocesano. Tra i numerosi interventi di restauro, quello più radicale avvenne nella seconda metà dell’800 per opera dell’architetto Luigi Tognato, a cui si deve il rifacimento della facciata che conserva il duecentesco portale a sesto acuto e il rosone ad archetti trilobati.
La storia della S. Spina della corona di Cristo è narrata nei Monumenta Reli-quiarum, un trattato della seconda metà del XIV sec-olo, scritto da un frate domenicano a perenne memoria di uno degli eventi più importanti della storia religiosa della città. Esso riferisce di come nel corso dei secoli le reliquie della corona fossero state traspor-tate da Gerusalemme a Costantinopoli, e da qui a Parigi, presso il re di Francia Luigi IX, per dono dell'im-peratore latino d’Oriente, Baldovino, in cambio dell'aiuto prestatogli dallo stesso re. Sarebbe avvenuta allora un’ulteriore traslazione per opera del vescovo vicentino Bartolomeo da Breganze; questi, di ritorno da un viaggio in Inghilterra, si fermò a Parigi, ottenendo dal re ben tre spine della corona del Salvatore e un pezzo del legno della vera croce. Ciò avveniva, stando alla tradizione, nel 1259 anno in cui moriva Ezzelino III da Romano, signore indiscusso della Marca Trevigiana e fiero avversario della Chiesa. Il domenicano Bartolomeo si affrettava allora a rientrare in Italia per poter finalmente occupare la cattedra vescovile di Vicenza, dove, se pur nominato direttamente dal papa Alessandro IV nel 1255, poté insediarsi solo in seguito alla caduta del "tiranno". Lo attendeva però una situazione difficile, una città adespota, in cui la diffusione dell'eresia e le discordie tra famiglie mettevano a dura prova la possibilità di riuscita della sua pasto-rale. Le sue sole forze potevano non bastare e per questo “il servus Dei ricorse alle virtù ec-cezionali delle reliquie” (Lomastro, 1992). Per la custodia delle stesse fece costruire e affidò ai frati domenicani la chiesa di santa Corona. Il tempio veniva edi-ficato proprio nel luogo in cui molti eretici avevano trovato dimora e da qui ripartiva la conversione della città, almeno così si esprime il tractatus: “Dove infatti risiedevano i maestri dell'errore, oggi sono collocati i maestri della verità, dove un giorno il veleno, oggi la medicina, dove il fiele, oggi il miele”. La chiesa conserva ancora la preziosa reliquia della spina in uno splendido reliquiario del XIV secolo. Questo straordinario prodotto di oreficeria si compone di un basamento polilobato, di una parte centrale con la teca e la corona stilizzata e di una sovrastate struttura a rami di pruno. In esso sono chiaramente leggibili alcune figure che attengono sia alla storia della reliquia (Cristo, S. Luigi e il beato Bartolomeo) che a quella dell'ordine domenicano (S. Domenico, S. Pietro Martire e
S. Tommaso). I sei rami sono invece coronati dalle figura dei profeti (Zaccaria, Davide, Geremia, Ezechiele e Daniele) che nell’Antico Testamento annun-ciano la venuta di Cristo, mentre al centro si eleva la figura alata dell'angelo. È un oggetto parti-colarmente ricco e affascinante che tutt'oggi viene esposto ai fedeli la sera del Venerdì Santo.
L’interno, in stile gotico cistercense, è a tre navate, con transetto sporgente e sottile. La nave centrale si presenta ripartita in sei campate, che si dilatano progressivamente fino a giungere al profondo presbiterio; la quinta campata è quadrata e poggia, invece che su colonne, su pilastri ottagonali. Sul fianco destro si aprono le cappelle, mentre su quello sinistro gli altari sono addossati alla parete perimetrale che separa la chiesa dal chiostro.
Cappella di S. Domenico: nel XV secolo era tutta affrescata e dedicata a S. Vicenzo. Conserva l’altare del sec. XVII che incornicia la pala secentesca raffigurante il Santo in piedi sotto la Vergine che sorregge alle sue spalle un grande drappo in segno di omaggio. Ai lati le tele del sec. XVI con il Beato Isnardo da Chiampo e il Beato Giovanni da Schio. Ai lati una serie di tele attribuite a Costantino Pasqualotto (1681-1755), con le Storie di S. Domenico.
Sul pilastro è raffigurato il Beato Matteo Carrerio, frate predicatore, attibuito a F. Maffei (sec. XVII).
Cappella di S. Pietro Martire, fondata dalla congregazione omonima nel sec. XV, conserva l’altare proveniente dalla chiesa di S. Faustino con la pala del veronese D. Zorzi (1789) raffigurante la Vergine, S. Gioacchino e S. Anna. Ai lati vi sono due ritratti di papi domenicani.
Porta meridionale, opera del XIII secolo, sull’architrave è l’iscrizione: HEC PORTA CORONE CHRISTI IUSTI INTRABUNT IN EAM.
Cappella di S. Giuseppe: conserva un altare composito, con colonne scanellate e timpano triangolare del tardo ‘500, che incornicia la splendida Adorazione dei Magi di Paolo Veronese (1573), un raro notturno della maturità dell’artista.
Cappella della Vergine del Rosario, eretta tra il 1613 e il 1642 per l’omonima confraternita in luogo delle due precedenti cappelle di S. Caterina e di S. Tommaso. L’impianto architettonico e le sculture furono affidate a Giovanbattista e Girolamo Albanese, mentre il ricco programma pittorico (34 dipinti e 15 misteri del rosario) appartengono ai Maganza e scuola. Le composizioni esaltano le virtù di Maria, raccontano la Storie della Vergine, accompagnate da figure di santi, evangelisti e sibille. Ai lati della cappella vanno segnalati i due quadri “storici”: il Trionfo di Sebastiano Venier, firmato da Alessandro Maganza (1556-1630) e a sinistra la Conclusione della lega contro il Turco di Giambattista Maganza (1577-1617), con Filippo II, Pio V e Alvise Mocenigo I che sotto la protezione dello Spirito Santo s’impegnano nell’alleanza che porterà alla vittoria di Lepanto (1571).
Conclude il trasetto la cappella di S. Vincenzo, costruita per la famiglia Barbarano da Lorenzo da Bologna, era dedicata a
S. Girolamo (sec. XV). L’altare
è sormontato dalla pala raffigurante La Vergine adorata da S. Vincenzo Ferreri (sec. XVIII) opera di A. De Pieri e dell’allieva R. Pozzolo.
Il grande crocifisso ligneo del XIV secolo.
Cappella dei Ss. Pietro e Paolo, costruita dalla
famiglia Thiene alla fine del XIV secolo è stata ampia-mente trasformata nel ‘700 da Francesco e Paolo
Muttoni. Conserva ai lati le arche di Marco e Giovanni Thiene, opere significative di scultura veneta, sopra le quali due lunette affrescate rappresentano i defunti inginocchiati di fronte alla Vergine in trono e santi, opere attribuite a Michelino da Bezozzo (ca. 1410). La pala d’altare è invece un capolavoro di G.B. Pittoni (1723) e raffigura La Vergine tra i
Ss. Pietro, Paolo e Pio V.
Il presbiterio è un’opera di fine ‘400 condotta pro-babilmente sotto la guida di Lorenzo da Bologna, in essa spicca lo splendido Altare Maggiore e il coro ligneo, intagliato e intarsiato, del XV secolo, opera di Pier Antonio dell’Abate. Esso consta di un doppio ordine di stalli con 33 pannelli dossali raffiguranti vedute di città e nature morte, assieme ai quattro stemmi della famiglia Da Sesso che finanziò l’opera. Sempre della stessa famiglia sono i monumenti murati alle pareti (sec. XVII) e l’arca del donatore Palmerio (sec. XIV). Le vetrate dell’abside provengono da Monaco di Baviera e sono della fine del XIX secolo. Sui pilasti che delimitano la tribuna absidale: due tavole raffiguranti S. Sebastiano e S. Martino, opera del sec. XV/XVI definita una filiazione del gotico internazionale.
La Cripta: vi si accede da due scalinate; è un ambiente ampio, rettangolare, con volta a padiglione. Conserva l’altare su cui poggiano tre statue (Redentore, Beato Bartolomeo e
S. Luigi), di Girolamo Pittoni (sec. XVI). Nel lato meridionale si apre la cappella di S. Giacinto, costruita per volontà di Leonardo Valmarana su progetto di Andrea Palladio come luogo di sepoltura dello stesso committente e della sua famiglia (ca. 1570-79).
A sinistra del presbiterio si apre la cappella della S. Spina che un tempo conservava il Reliquiario e il preziosissimo Piviale dei Pappagalli, opera del XII-XIII secolo che tradizione vuole dono S. Luigi al beato Bartolomeo. Un dipinto del De Pieri (1671-1651) rievoca L’ingresso del B. Bartolomeo a Vicenza con la preziosa reliquia.
In fondo al transetto l’altare di S. Raimondo del 1604, commissionato dalla famiglia Caldogno, con la pala raffigurante S. Raimondo che veleggia con il mantello; la tela è firmata da Alessandro Maganza (1556-1630). A lato il Cristo incoronato di spine di Giacomo Tintorello (1564).
Altare Garzadori del sec. XVI della bottega di Tommaso da Lugano e Bernardino da Como con apporti di Rocco da Vicenza. E’ in pietra gallina riccamente ornato, con colonne e paraste che reggono la cimasa arcuata. Sul cornicione si leggono figure di mostri marini, sirene e putti, mentre nel timpano è inserita la mezza figura a rilievo della Vergine col Bambino. Al centro la grande pala con Il battesimo di Cristo di Giovanni Bellini (1430-1516) che E. Arslan non esita a definire sublime.
Altare della Madonna delle stelle, realizzato nel XVI secolo in biancone di Pove, incornicia la pala attribuita ad Angelo da Bologna (sec. XIV) la Vergine con il mantello trapunto di stelle. Attorno gli angeli musicanti e sotto la veduta di Vicenza dipinti invece da Angelo da Foligno nei primi anni del ‘500. Ai lati due affreschi staccati del sec. XVI.
Altare di S. Antonio (1568) con la pala di S. Antonio e i poveri di Leandro Bassano (sec. XVI).
Altare di S. Maria Maddalena, iniziato nel sec. XIV per volontà di Pietra Porto-Pagello; è ornato dalla pala di Bartolomeo Montagna (1460-1523) raffigurante Maria Maddalena tra i Ss. Girolamo e Paola, Monica e Agostino, nella predella si leggono le Storie della Maddalena.
Altare della SS. Trinità (sec. XVI) in marmo bianco di Carrara, porfido e marmo grigio di G. B. Krone.
Sulla controfacciata è interessante l’affersco cinquecentesco raffigurante La Madonna dei Turchini: la Vergine in piedi nella raffigurazione tipica della Mater Misericordiae, allarga le braccia sui fedeli inginocchiati.