
MARCELLA GABBIANI: ARCHITETTO NELLA CITTÀ DELL’ARCHITETTURA.
Marcella Gabbiani non è solo una bravissima professionista con alle spalle un’esperienza invidiabile nel complesso mondo dell’architettura, ma è anche una giovane donna che può ispirare gli altri. E soprattutto… ama Vicenza.
L’ho intervistata per voi.

Artista, Comunicatore, Naming Specialist.
Ideatore di VICENZA.COM
Marcella presentati sinteticamente.
Non so da dove cominciare. Forse dal gioco che facemmo un giorno io e una mia amica da ragazze. Una serata a disegnare l’intelligenza dei nostri amici e le nostre… La sua per me era una griglia a maglia quadrata con i bordi aperti e la mia per lei, una massa liquida in continuo movimento e cambiamento nello spazio vuoto.
Un naufragio continuo mi ero figurata subito! Ogni naufragio può essere la scoperta di un nuovo territorio anche inesplorato. Tante domande, tante risposte.
Forse per questo mi piace progettare. Progetto sempre. Qualsiasi cosa. Appena entro in un edificio devo figurarmi la pianta per starci bene e poi inizio a pensare piante alternative… Ricordo le piante delle case anche delle mie amiche da bambina. Le piante hanno una bellezza propria. Anche nelle città… inizio a gustarle solo quando capisco come funzionano, come sono orientate, dove è il fiume, dove il mare, un monte di riferimento sul quale la città si radica. E allora appena posso inizio a camminare, letteralmente in lungo e in largo per materializzare la pianta nel tempo. Camminare scandisce un tempo speciale alla città che è fatta di strade, edifici, dettagli, persone. Nelle grandi città quando ho potuto ho fatto oltre 20 km in un giorno.
Comunque ho uno studio di architettura in città e sono figlia d’arte. Ci occupiamo di restauro, progetto urbano, architettura e allestimenti di mostre. Abbiamo scelto di dotarci di diverse competenze interne piuttosto che specializzarci eccessivamente in un settore, perché ritengo che il valore della nostra professione sia anzitutto nella capacità di visione e nel metodo e che le specializzazioni possano essere integrate di volta in volta, a seconda della necessità.

“Architetto” o “architetta”?
Esiste la grammatica. Architetta ha un senso dal punto di vista della lingua, a quanto ho capito, e quindi mi va meglio di architetto. Le parole sono fondamentali e cambiano in continuazione. Io sono comunque i progetti che faccio con i colleghi e le colleghe del mio studio. Nel lavoro le persone valgono per quello che sanno dare in termini umani, di competenza, di passione, di creatività. Come in architettura comunque, la grammatica non si forza, ma si può piegare; deve valerne la pena, senza fanatismi.

Parlami del Premio Dedalo Minosse. Si tratta di una iniziativa che ormai ci invidiano nel mondo, soprattutto perchè l’unico che premia il committente, il che costituisce uno straordinario ribaltamento degli attuali modelli che danno sempre più risalto agli “archistar”…
Innianzitutto mi piace specificare che il Premio non l’ho inventato io, ma un gruppo geniale di amici architetti vicentini, che poi ha fondato anche ALA Assoarchitetti, l’Associazione Nazionale degli architetti e ingegneri italiani liberi professionisti. La coincidenza è che è nato l’anno della mia laurea e così me ne sono occupata sin dalla prima edizione. Quindi la mia carriera di architetta è andata di pari passo con questa meravigliosa iniziativa. Sto parlando di Dedalo Minosse, l’unico premio internazionale alla Committenza di Architettura, che da oltre 25 anni ogni due anni si svolge a Vicenza.
Il Premio serve ad avvicinare le persone all’architettura contemporanea e al patrimonio, raccontando le storie che stanno dietro alle opere di qualità. Molto spesso l’architettura è “venduta” come il gesto del creativo, ma è molto di più: è una disciplina che sta tra arte e tecnica, nella quale converge il mondo! Le idee e gli obiettivi del committente, l’interesse pubblico e quello privato, gli aspetti ambientali, le ricadute sociali ed economiche, la politica, la normativa, tutte premono sull’ideazione e plasmano il progetto nel bene e nel male.

Tutti questi aspetti sono una guida per noi architetti, con committenti e decisori di alto profilo o una limitazione, con committenti e decisori incapaci.
Per questo abbiamo pensato di premiare i committenti e di farlo a Vicenza: perché riteniamo che senza Giangiorgio Trissino anche Andrea Palladio, non sarebbe stato ciò che è, uno dei grandi nomi della storia dell’architettura universalmente riconosciuti. Di contro il nome del Premio ci ricorda anche che un buon risultato è frutto di fatica e conflitti; è noto che in una versione del mito, Minosse, ultimato il labirinto di Creta, tentò di uccidere Dedalo…
Credo che il Premio racconti proprio di felici sintesi e capaci figure che sono riuscite a trovare obiettivi comuni, oltre i meri aspetti del ritorno economico.

Parlami del ruolo attuale di una donna che si occupa di architettura. Alla fine non è così comune e tendenzialmente sembra essere appannaggio dei tuoi colleghi maschi.
Non saprei. Credo sia importante cercare di fare del proprio meglio. Quando lavoro non mi ricordo se sono donna o uomo. Quando progetto penso piuttosto moltissimo alla differenza, cioè alla varietà di coloro che direttamente o indirettamente si troveranno ad avere a che fare con i nostri progetti. Cercare di ascoltare bisogni e aspirazioni delle persone: forse questo è un tratto femminile, che appartiene a donne e uomini. Sì ecco. È un’attitudine culturale e psicologica più che una questione di genere. Forse è un ruolo…
Sei da sempre impegnata su grandi progetti in Italia e all’estero, ma so che trovi sempre il tempo e le energie per la tua Vicenza. So ad esempio che stai lavorando da tempo alla rivalutazione del quartiere di Porta Nova…
Amo molto la mia Città, è naturale, no? Faccio quello che posso in base alle mie passioni e alla mia professione. Mi occupo del Premio e cerco attraverso di esso di portare da fuori dei contenuti culturali innovativi e di contribuire al prestigio internazionale della nostra Città.
Dal 2018 poi ho iniziato il Progetto Porta Nova a Vicenza, per valorizzare il quartiere bellissimo nel quale vivo e lavoro. Nel 2020 poi, in pieno isolamento COVID, ho avuto il tempo di approfondire un po’ la conoscenza di questo Borgo storico ricchissimo di storia, di attività, di arte. Mi sono domandata: cosa trovo nei famosi 200 metri nei quali il COVID ci ha confinati? La casa, il lavoro, i negozi, i locali, i servizi, il verde, il sole. Da lì ho iniziato a riflettere sui valori inespressi di un quartiere prevalentemente residenziale, ma ricco di funzioni. Perché Porta Nova con i suoi portici, le sue ampie strade, i suoi cortili, presentava un declino? Era possibile trovare la sua vocazione? Si poteva provare a fare una sorta di progetto pilota da ripetere negli altri quartieri della Città? Ci siamo attivati con lo Studio a tenere viva l’attenzione su questo quadrante della città posto dentro le mura a ovest del centro storico, tra il Teatro Comunale e Piazza San Lorenzo e affacciato su Giardino Salvi e Corso Fogazzaro, nella direttrice nord sud.
Qualche soddisfazione la stiamo avendo e forse qualche seme inizia a germogliare. Stiamo facendo un sondaggio online per raccogliere impressioni ed esigenze da chi vive o lavora nel quartiere o anche solo da chi transita qualche volta. Stiamo cercando di supportare per la parte che ci compete il Comune a altre Associazione, a promuovere eventi nelle Chiese e negli spazi pubblici, in continuità con quanto avevamo avviato anche con la precedente amministrazione, partecipando alla candidatura di Vicenza Capitale della Cultura. È una bella cosa sentire la continuità per noi cittadini.

Architettura antica VS moderna e contemporanea… Tu da che parte stai?
Per noi italiani croce e delizia. Credo che contino tantissimo i grandi monumenti, ma ciò che rende uniche le nostre città sia il tessuto storico di splendide opere “minori”. Senza le infilate di facciate e di portici, gli androni, gli interni, ma anche senza le pietre originali che contornano le finestre, senza i capitelli e i preziosi marmorini non esisterebbe Vicenza. Direi a me stessa due cose: non sostituire ma restaurare e nel nuovo essere contemporanea e rispettosa della fisionomia urbana: Vicenza è una città gentile nei suoi tratti architettonici.
Perché secondo te, nonstante il patrimonio di caratura inarrivabile che ci ha lasciato in eredità il buon Palladio, non c’è l’Università di Architettura a Vicenza?
Venezia è per architettura la sede ormai storica di riferimento anche per gli studenti vicentini, ma da poco è proprio nata una sede di Design in città. Mi pare inoltre che l’Università a Vicenza si stia delineando ormai da un po’ con una sua specificità di offerta e contenuti in tutti i settori rispetto a Verona, Padova e Venezia stessa. E poi ci sono alcune strutture internazionali come l’Università di Architettura della Florida, che testimoniano l’attenzione verso le opere di Palladio a Vicenza anche internazionalmente.

Domanda secca: come vedi il futuro di Vicenza dal tuo osservatorio privilegiato?
Vicenza secondo me, come altre decine di città medio piccole italiane, è una sorta di potenziale “città ideale”. Non è troppo grande e quindi tutto è a portata di una semplice camminata o comunque di un breve percorso. Non è nemmeno troppo piccola e quindi può offrire servizi, opportunità di crescita culturale e di svago. È ben connessa a livello nazionale e internazionale, sulla A4 e A31, con l’alta velocità ferroviaria e con due aeroporti a meno di un’ora.
La sua unicità invece è sommare a queste caratteristiche l’unione di cultura e attività economica, due aspetti che la caratterizzano oggi e che sono forse l’eredità del suo passato rinascimentale. La città è ricca di tesori artistici e di offerta di attività culturali, oltre che di un tessuto economico produttivo diffuso, molto importante e di alto livello.
Il suo futuro lo vedo proprio in uno sforzo verso la creazione di un sistema culturale integrato con l’innovazione. La Città dovrebbe decidere cosa vuole essere con più chiarezza. Università, scuole in generale, musei, associazioni culturali, aziende, artigiani, industria, sono proprio per questa duplice natura della Città, intersecati gli uni con gli altri.
Il grande lavoro che sarebbe stupendo fare è proprio quello di creare una solida rete.

E qui Marcella si apre il vaso di Pandora…
Da un punto di vista dell’architettura e dell’urbanistica, si dovrebbe a mio avviso considerare la città come un unico organismo, i cui organi sono i quartieri e di cui il cuore (o il cervello?) è il centro storico. Ciascuno di essi va curato e sanato, recuperando le parti dismesse, eliminando le superfetazioni incongrue, ripensando i servizi, gli spazi abitativi e le aree pubbliche. Meno abitanti può comportare abbandono, ma anche l’opportunità di diradare e migliorare la qualità degli spazi. Ciascun quartiere poi ha una sua posizione e ruolo nell’insieme che va riconosciuto e valorizzato, favorendo quella ricchezza di funzioni che sono la vita delle città. Il tutto poi connesso, come nel corpo umano, attraverso il sistema nervoso e circolatorio, da un efficiente sistema di trasporti pubblici, di mobilità dolce e di parcheggi, ponendo una particolare attenzione all’accessibilità e considerando i nuovi abitanti stranieri. Se ogni quartiere può esprimere la sua utilità al sistema e si caratterizza, tutti ne giovano.
Anche il dialogo con il territorio provinciale, che è l’aria che respiriamo, andrebbe potenziato sia da un punto di vista logistico, che del sistema economico-culturale e del turismo locale, regionale, nazionale e internazionale.

E qui viene fuori la visione di chi è abituato per mestiere ad affrontare le cose partendo dalle fondamenta… Sembra scontato, ma non lo è affatto.
Sarebbe importante continuare a potenziare i centri di ricerca d’eccellenza connessi alle aziende che già ci sono, ma anche specializzare la città sui temi dell’inquinamento, della gestione delle risorse del suolo, dell’acqua e del clima, anche alla luce della critica situazione del nostro territorio. L’Università assume un ruolo sempre più fondamentale in tal senso.
Ogni scelta andrebbe quindi ponderata pensando alle ricadute verso l’interno e l’esterno.
In tal modo in un’Italia che invecchia si potrebbe avere una città per tutti, che integra e attira generazioni diverse, culture diverse. Una città che conserva la sua tradizionale misura umana, ma che dialoga con il mondo, in modo di essere propositiva in uno scambio continuo.
Vicenza dovrebbe forse voler davvero mettere a sistema i suoi valori e superare la sua ritrosia a porsi in luce con tutte le sue ricchezze.

Grazie Marcella. Interessante conversazione! Complimenti per la tua attività e la tua visione “progettuale”. Di questa Vicenza ne ha sempre bisogno.


