Per raccontare Emma devo partire da un episodio che la dice lunga su di lei. Stavo facendo zapping tra i canali della TV come mio solito, quando incappo in uno spot di un’azienda locale di impianti (mi pare termoidraulici).Vedo una giovane donna che parla della sua azienda e dei suoi prodotti così bene e autorevolmente che resto incollato allo schermo. È convincente, brillante ed esaustiva. Mi faccio un’idea che sia proprio la titolare dell’azienda e le faccio virtualmente i complimenti. Finalmente, mi dico, una donna imprenditrice con “gli attributi”, come se ne vedono (ahimè) poche. Salvo scoprire successivamente che in realtà si trattava solo di una perfetta recitazione in uno spot realizzato altrettanto bene. Mi ripropongo comunque di conoscerla e farle i complimenti, perché se li meritava, per l’interpretazione assolutamente credibile e la sua professionalità. Aveva interpretato il ruolo da attrice navigata.
La cerco via Linkedin, mi risponde educatamente ed eccomi qui a presentarvela.
Ciao Emma, da professionista della sintesi ti devo mettere alla prova… se dovessi presentarti in due parole quali sceglieresti per definirti al meglio e raccontare in estrema sintesi il tuo personaggio, la tua figura e persona?
Mumblemumble… Poliedrica… e curiosa!
Tu riesci a conciliare in perfetta armonia e ad interpretare ruoli apparentemente opposti. Sei una ragazza “normale” nella vita quotidiana, ma poi diventi una conduttrice televisiva ricca di appeal e fascino. Come ci riesci? E come vivi questi sbalzi?
In realtà oggi cerco di fare più la giornalista che la soubrette… per quanto ovviamente non posso negare che se non fosse stato per l’aspetto estetico, non avrei potuto accedere a questo tipo di ruolo. Ma cerco di svolgerlo mettendoci un po’ di contenuto e provare a dimostrare che anche in un ambiente prettamente maschile qualcosina di giusto, o comunque qualche modo pertinente all’ambito trattato, riesco a dirlo anch’io, nonostante la limitata esperienza. Ma ci metto buona volontà… ecco ci riesco così.
Però c’è un cambio radicale in queste due modalità… passare da insegnante a giornalista televisiva, magari nello stesso giorno, non è cosa semplice né abituale. Sono due mondi…
Si può fare… non è semplice, ma si può fare. L’importante è organizzarsi bene e sacrificarsi, perché ogni scelta corrisponde ad una rinuncia… e io ho rinunciato e sto rinunciando ad abbastanza, soprattutto in ambito privato.
Insisto… ma come vivi il cambio… lo “switch”? Non c’è un “telecomando della vita” che possa farlo con un click… Quando vai in scena, anche come giornalista, lo fai in televisione… e ci sono dei fari… Quando si accendono i fari, si sa, si entra in una dimensione diversa da quella quotidiana. Ma quando si spengono tu torni la ragazza normale della porta accanto, così com’eri prima che si accendessero… Come ci riesci?
Guarda la settimana scorsa una mia collega mi ha riferito di avermi voluta seguire in una mia trasmissione in TV proprio per capire se fossi stata diversa da come lei mi vedeva tutti i giorni. Mi ha poi confessato di non aver notato differenze sostanziali. Anzi, mi ha detto “Anche in TV sei la Emma di sempre. Sei sempre tu.” In realtà quindi questo “switch” io non lo vivo.
Certo, mi pongo ovviamente in modo un po’ diverso in base alle persone e al contesto, perché è normale che sia così, però sono sempre io e non mi sento affatto come Superman che nega un’identità o l’altra. Io porto orgogliosamente avanti in contemporanea cose diverse fintanto che mi viene data la possibilità di farlo e anzi, mi piace il fatto di far vedere la possibilità di coesistenza fra identità “un po’ diverse”.
Come sei arrivata ad essere la persona che sei, nella vita e nella professione? Quanto ha influito la bellezza e quanto la tua intelligenza?
Sono una persona che un po’ per carattere e un po’ per formazione tiene i piedi per terra e quindi il mio approccio è sempre stato quello di costruirmi un futuro giorno dopo giorno, con impegno e dedizione. Non ho mai realmente pensato che la bellezza fosse un valore particolare su cui puntare, ma piuttosto una sorta di ciliegina che la vita mi ha donato e che se usata correttamente avrebbe potuto valorizzare la torta ed essermi quindi di aiuto. Anzi, ti dirò che in famiglia questo tema non è mai stato praticamente sfiorato durante la mia crescita e quindi la bellezza non l’ho mai messa al centro.
Quali sono le tappe che reputi più significative del tuo percorso e quali non rifaresti?
Una delle tappe più significative riguarda l’inizio della mia carriera come modella quando mia madre mi ha proposto di iscrivermi a un concorso di bellezza locale. Da notare che mia madre, come spiegavo prima, è il tipo di donna che non mi aveva mai fatto un complimento sul lato estetico… mai detto “sei bella” o qualcosa del genere… è proprio più forte di lei, non ce la fa e neanche ha mai provato a comunicarmelo in maniera subliminale… assolutamente niente… piuttosto “bene, brava, hai fatto bene, sono orgogliosa di te…”, ma “bella” mai.
Eppure quella volta è stata proprio la sua spinta ad instradarmi verso un contesto di tipo estetico che poi si è rivelato assolutamente promettente al punto che nel giro di pochissimo è diventato una fonte di reddito che per me, all’epoca ancora studentessa, era significativo e utile.
Un passaggio invece che non rifarei è quello di iscrivermi all’università in una facoltà diversa da quella per cui credo sarei stata più portata. Avrei dovuto fare Medicina. Ho a lungo ignorato dei segnali che mi dicevano che quella era la mia strada. La mia predisposizione ad aiutare gli altri, il fatto di non avere alcun timore di assistere persone che avevano, ad esempio, avuto un incidente, la mia non paura del sangue, avrebbe trovato il suo sbocco naturale in un corso di laurea in medicina, e comunque diverso da quello che ho fatto. E mi avrebbe portato ad uno sbocco professionale diverso. Anche con il mio lavoro attuale, quello di insegnante sostanzialmente mi “prendo cura” degli altri, ma la cura che avrei voluto dare al prossimo non era di tipo intellettuale ma salutistico. Ma è andata così e non posso che prenderne atto.
In questo periodo sei protagonista delle cronache televisive dedicate al Vicenza Calcio. Non ho potuto non notare la passione che traspare per i colori biancorossi, ma soprattutto l’impegno che metti nell’essere all’altezza degli argomenti tecnici. Come ci riesci?Come fai a essere così precisa e attendibile? Perché a vederti risulti proprio attendibile… sai nomi, sai i ruoli, ipotizzi i cambi da fare… sembri proprio una che mastica questa materia come suo mestiere… So che in parte lo è, ma in parte no, perché tu non sei esattamente una “giornalista sportiva”.
È una questione di metodo e di approccio… per dire cose attendibili bisogna documentarsi accuratamente, andare alla fonte, verificare le informazioni. Ma anche circondarsi di persone che realmente ne sanno, che sono realmente esperte e chiedere a loro, oppure utilizzare tutte le altre varie fonti e fare incetta di informazioni. Io tante volte vado, controllo, ascolto, rileggo chiedo conferma e poi scrivo o parlo.
Qui ti viene evidentemente utile la tua principale professione, l’insegnante, dove credo che il metodo e la meticolosità siano fondamentali.
Si, esatto… a me viene spontaneo prendere appunti e schematizzare. C’è chi sente o legge una volta e memorizza subito, ma io preferisco scrivere e crearmi un mio schema visivo. E mi preparo sempre prima di ogni partita. Devi sapere di cosa stai parlando… Se no non mi sentirei all’altezza di esprimere le mie opinioni pubblicamente. Inoltre penso che se hai la passione e l’interesse per una materia è quello che ti porta a memorizzare le cose altrimenti puoi applicarti quando vuoi ma non ti ricorderai mai niente.
Sei una persona che incarna a mio avviso perfettamente il carattere della città che rappresenti. Come Vicenza sei infatti capace di essere instancabilmente operosa dietro le quinte con la massima serenità e serietà, ma al momento opportuno sai trasformarti in una “star”. Esattamente come la nostra città che vive sobriamente la quotidianità, ma ad un certo punto sfodera eccellenze mondiali come le fiere dell’oreficeria o sfoggia le sue bellezze palladiane invidiate da tutto il mondo. Per inciso, a suo tempo ho creato un film d presentazione di Vicenza ed avevo appunto creato un parallelismo donna-città che stava perfettamente in piedi, e all’epoca questo ruolo era stato interpretato da Alba Parietti. Tu incarni perfettamente questo parallelismo.Alla luce di questa similitudine, che consiglio daresti alla tua città se fossi tu nella stanza dei bottoni? Come se fossi tu a consigliare te stessa.
Innanzitutto grazie perché questo parallelismo estremamente lusinghiero mi onora, dato che questa città mi piace e ci vivo bene. Tuttavia credo che Vicenza potrebbe fare di più. Molto di più soprattutto in termini di apertura… perché si colloca proprio in mezzo a Padova e Verona che comunque in qualche modo hanno un’apertura maggiore da tanti punti di vista. Probabilmente la causa risiede nel fatto che queste due città, che stringono “d’assedio” la nostra, sono due città universitarie di lunga storia, mentre a Vicenza questa straordinaria fonte di apertura e conoscenza è arrivata solo di recente e in maniera parziale. Questo non significa che in futuro non sia possibile un rilancio maggiore della città, anzi, lo auspico.
È difficile dare consigli “a se stessi”, però io penso che si debba partire dalla conoscenza e consapevolezza di quelli che sono i propri punti di forza, gli aspetti più peculiari e riconoscibili, per valorizzarli al massimo. Io partirei innanzitutto dalla riconoscibilità pubblica del luogo e delle sue tipicità. Nella fattispecie partirei dalla tradizione culinaria che va a mio avviso promossa e fatta conoscere di più. Ma naturalmente anche il patrimonio palladiano, che è un unicum. La Basilica, ad esempio, potrebbe ospitare tanta più arte, tanta più musica. Il centro potrebbe ospitare più eventi di quelli che vengono proposti. Ma se dovessi indicare la caratteristica più vincente di Vicenza direi senz’altro l’arte orafa, la sua tradizione di sapiente lavorazione dell’oro, l’operosità di un intero comparto che ha inciso così profondamente nella storia e nella crescita di Vicenza. Ci sono certamente anche altri settori dove Vicenza è protagonista assoluta, come il tessile o la conceria, ma l’oreficeria è a mio avviso l’eccellenza su cui punterei.
Alla luce di questa tua visione di Vicenza, che consiglio daresti alle giovani vicentine, sulla base della tua esperienza di vita e di professione? Se tu potessi dare un consiglio oggi a Emma sedicenne, che consiglio le daresti?
Prima di tutto bisogna cercare di immaginare il futuro… Se io avessi 16 anni oggi, ci penserei parecchio ad esempio se studiare medicina, alla luce di quella che in futuro sarà sicuramente un’area dove le nuove tecnologie, come robotica e intelligenza artificiale, potrebbero (purtroppo) prendere il posto di numerose figure professionali. Bisogna immaginarsi il pianeta fra 10, 15, 20 anni e in base a questa visione fare delle scelte ponderate. Poi bisogna conoscere noi stessi prima di scegliere qualsiasi percorso metterlo a confronto con quelle che potrebbero essere le reali necessità future. Io suggerisco di viaggiare tanto, perché questo allarga la mente e favorisce una migliore crescita personale… ma anche secondo me di cambiare lavoro, anche spesso, di cogliere diverse opportunità, di diventare il più possibile poliedrici e flessibili, più di quanto non lo sia io. Ecco questo è il mio consiglio.
Di te, in versione pubblica, si coglie l’attenzione per l’eleganza. Si vede che sai scegliere gli abbinamenti, gli accessori, i colori, non trascuri i dettagli.Che ruolo ha secondo te l’eleganza nel valorizzare le persone?
(ride…) Notare gli accessori… (orecchino con il simbolo del Lanerossi).
Per me l’eleganza è innanzitutto un modo di fare, che mi piacerebbe mi appartenesse di più. Ma ne colgo l’importanza. È bello quando te lo dicono, ma secondo me l’eleganza è non mettere a disagio le altre persone soprattutto e trasmettere una buona sensazione di ordine di pulizia, di benessere e di armonia in generale. In questo la penso come Cocò Chanel che diceva che l’eleganza sta nella semplicità, nel togliere qualcosa piuttosto che aggiungere.
Io quando vado allo stadio mi vesto di biancorosso e risulto piuttosto appariscente, però in realtà nella mia quotidianità sono molto più essenziale, metto pochi gioielli pochi accessori cerco di essere molto sul sobrio sul semplice in generale perché secondo me sta qui la vera eleganza naturale, non costruita.
Sicuramente sbagli di meno… Ma ciò non toglie che se uno è estroso, ha una forte personalità, ama apparire, allora può osare tranquillamente. Tutto parte dalla personalità. È bello che ognuno possa sentirsi bene con se stesso senza dover necessariamente sottostare a delle regole di bon ton imposte. È bella anche la diversità.
Marcella Gabbiani non è solo una bravissima professionista con alle spalle un’esperienza invidiabile nel complesso mondo dell’architettura, ma è anche una giovane donna che può ispirare gli altri. E soprattutto… ama Vicenza.
Non so da dove cominciare. Forse dal gioco che facemmo un giorno io e una mia amica da ragazze. Una serata a disegnare l’intelligenza dei nostri amici e le nostre… La sua per me era una griglia a maglia quadrata con i bordi aperti e la mia per lei, una massa liquida in continuo movimento e cambiamento nello spazio vuoto.
Un naufragio continuo mi ero figurata subito! Ogni naufragio può essere la scoperta di un nuovo territorio anche inesplorato. Tante domande, tante risposte.
Forse per questo mi piace progettare. Progetto sempre. Qualsiasi cosa. Appena entro in un edificio devo figurarmi la pianta per starci bene e poi inizio a pensare piante alternative… Ricordo le piante delle case anche delle mie amiche da bambina. Le piante hanno una bellezza propria. Anche nelle città… inizio a gustarle solo quando capisco come funzionano, come sono orientate, dove è il fiume, dove il mare, un monte di riferimento sul quale la città si radica. E allora appena posso inizio a camminare, letteralmente in lungo e in largo per materializzare la pianta nel tempo. Camminare scandisce un tempo speciale alla città che è fatta di strade, edifici, dettagli, persone. Nelle grandi città quando ho potuto ho fatto oltre 20 km in un giorno.
Comunque ho uno studio di architettura in città e sono figlia d’arte. Ci occupiamo di restauro, progetto urbano, architettura e allestimenti di mostre. Abbiamo scelto di dotarci di diverse competenze interne piuttosto che specializzarci eccessivamente in un settore, perché ritengo che il valore della nostra professione sia anzitutto nella capacità di visione e nel metodo e che le specializzazioni possano essere integrate di volta in volta, a seconda della necessità.
“Architetto” o “architetta”?
Esiste la grammatica. Architetta ha un senso dal punto di vista della lingua, a quanto ho capito, e quindi mi va meglio di architetto. Le parole sono fondamentali e cambiano in continuazione. Io sono comunque i progetti che faccio con i colleghi e le colleghe del mio studio. Nel lavoro le persone valgono per quello che sanno dare in termini umani, di competenza, di passione, di creatività. Come in architettura comunque, la grammatica non si forza, ma si può piegare; deve valerne la pena, senza fanatismi.
Parlami del Premio Dedalo Minosse. Si tratta di una iniziativa che ormai ci invidiano nel mondo, soprattutto perchè l’unico che premia il committente, il che costituisce uno straordinario ribaltamento degli attuali modelli che danno sempre più risalto agli “archistar”…
Innianzitutto mi piace specificare che il Premio non l’ho inventato io, ma un gruppo geniale di amici architetti vicentini, che poi ha fondato anche ALA Assoarchitetti, l’Associazione Nazionale degli architetti e ingegneri italiani liberi professionisti. La coincidenza è che è nato l’anno della mia laurea e così me ne sono occupata sin dalla prima edizione. Quindi la mia carriera di architetta è andata di pari passo con questa meravigliosa iniziativa. Sto parlando di Dedalo Minosse, l’unico premio internazionale alla Committenza di Architettura, che da oltre 25 anni ogni due anni si svolge a Vicenza.
Il Premio serve ad avvicinare le persone all’architettura contemporanea e al patrimonio, raccontando le storie che stanno dietro alle opere di qualità. Molto spesso l’architettura è “venduta” come il gesto del creativo, ma è molto di più: è una disciplina che sta tra arte e tecnica, nella quale converge il mondo! Le idee e gli obiettivi del committente, l’interesse pubblico e quello privato, gli aspetti ambientali, le ricadute sociali ed economiche, la politica, la normativa, tutte premono sull’ideazione e plasmano il progetto nel bene e nel male.
Tutti questi aspetti sono una guida per noi architetti, con committenti e decisori di alto profilo o una limitazione, con committenti e decisori incapaci.
Per questo abbiamo pensato di premiare i committenti e di farlo a Vicenza: perché riteniamo che senza Giangiorgio Trissino anche Andrea Palladio, non sarebbe stato ciò che è, uno dei grandi nomi della storia dell’architettura universalmente riconosciuti. Di contro il nome del Premio ci ricorda anche che un buon risultato è frutto di fatica e conflitti; è noto che in una versione del mito, Minosse, ultimato il labirinto di Creta, tentò di uccidere Dedalo…
Credo che il Premio racconti proprio di felici sintesi e capaci figure che sono riuscite a trovare obiettivi comuni, oltre i meri aspetti del ritorno economico.
Parlami del ruolo attuale di una donna che si occupa di architettura. Alla fine non è così comune e tendenzialmente sembra essere appannaggio dei tuoi colleghi maschi.
Non saprei. Credo sia importante cercare di fare del proprio meglio. Quando lavoro non mi ricordo se sono donna o uomo. Quando progetto penso piuttosto moltissimo alla differenza, cioè alla varietà di coloro che direttamente o indirettamente si troveranno ad avere a che fare con i nostri progetti. Cercare di ascoltare bisogni e aspirazioni delle persone: forse questo è un tratto femminile, che appartiene a donne e uomini. Sì ecco. È un’attitudine culturale e psicologica più che una questione di genere. Forse è un ruolo…
Sei da sempre impegnata su grandi progetti in Italia e all’estero, ma so che trovi sempre il tempo e le energie per la tua Vicenza. So ad esempio che stai lavorando da tempo alla rivalutazione del quartiere di Porta Nova…
Amo molto la mia Città, è naturale, no? Faccio quello che posso in base alle mie passioni e alla mia professione. Mi occupo del Premio e cerco attraverso di esso di portare da fuori dei contenuti culturali innovativi e di contribuire al prestigio internazionale della nostra Città.
Dal 2018 poi ho iniziato il Progetto Porta Nova a Vicenza, per valorizzare il quartiere bellissimo nel quale vivo e lavoro. Nel 2020 poi, in pieno isolamento COVID, ho avuto il tempo di approfondire un po’ la conoscenza di questo Borgo storico ricchissimo di storia, di attività, di arte. Mi sono domandata: cosa trovo nei famosi 200 metri nei quali il COVID ci ha confinati? La casa, il lavoro, i negozi, i locali, i servizi, il verde, il sole. Da lì ho iniziato a riflettere sui valori inespressi di un quartiere prevalentemente residenziale, ma ricco di funzioni. Perché Porta Nova con i suoi portici, le sue ampie strade, i suoi cortili, presentava un declino? Era possibile trovare la sua vocazione? Si poteva provare a fare una sorta di progetto pilota da ripetere negli altri quartieri della Città? Ci siamo attivati con lo Studio a tenere viva l’attenzione su questo quadrante della città posto dentro le mura a ovest del centro storico, tra il Teatro Comunale e Piazza San Lorenzo e affacciato su Giardino Salvi e Corso Fogazzaro, nella direttrice nord sud.
Qualche soddisfazione la stiamo avendo e forse qualche seme inizia a germogliare. Stiamo facendo un sondaggio online per raccogliere impressioni ed esigenze da chi vive o lavora nel quartiere o anche solo da chi transita qualche volta. Stiamo cercando di supportare per la parte che ci compete il Comune a altre Associazione, a promuovere eventi nelle Chiese e negli spazi pubblici, in continuità con quanto avevamo avviato anche con la precedente amministrazione, partecipando alla candidatura di Vicenza Capitale della Cultura. È una bella cosa sentire la continuità per noi cittadini.
Architettura antica VS moderna e contemporanea… Tu da che parte stai?
Per noi italiani croce e delizia. Credo che contino tantissimo i grandi monumenti, ma ciò che rende uniche le nostre città sia il tessuto storico di splendide opere “minori”. Senza le infilate di facciate e di portici, gli androni, gli interni, ma anche senza le pietre originali che contornano le finestre, senza i capitelli e i preziosi marmorini non esisterebbe Vicenza. Direi a me stessa due cose: non sostituire ma restaurare e nel nuovo essere contemporanea e rispettosa della fisionomia urbana: Vicenza è una città gentile nei suoi tratti architettonici.
Perché secondo te, nonstante il patrimonio di caratura inarrivabile che ci ha lasciato in eredità il buon Palladio, non c’è l’Università di Architettura a Vicenza?
Venezia è per architettura la sede ormai storica di riferimento anche per gli studenti vicentini, ma da poco è proprio nata una sede di Design in città. Mi pare inoltre che l’Università a Vicenza si stia delineando ormai da un po’ con una sua specificità di offerta e contenuti in tutti i settori rispetto a Verona, Padova e Venezia stessa. E poi ci sono alcune strutture internazionali come l’Università di Architettura della Florida, che testimoniano l’attenzione verso le opere di Palladio a Vicenza anche internazionalmente.
Domanda secca: come vedi il futuro di Vicenza dal tuo osservatorio privilegiato?
Vicenza secondo me, come altre decine di città medio piccole italiane, è una sorta di potenziale “città ideale”. Non è troppo grande e quindi tutto è a portata di una semplice camminata o comunque di un breve percorso. Non è nemmeno troppo piccola e quindi può offrire servizi, opportunità di crescita culturale e di svago. È ben connessa a livello nazionale e internazionale, sulla A4 e A31, con l’alta velocità ferroviaria e con due aeroporti a meno di un’ora.
La sua unicità invece è sommare a queste caratteristiche l’unione di cultura e attività economica, due aspetti che la caratterizzano oggi e che sono forse l’eredità del suo passato rinascimentale. La città è ricca di tesori artistici e di offerta di attività culturali, oltre che di un tessuto economico produttivo diffuso, molto importante e di alto livello.
Il suo futuro lo vedo proprio in uno sforzo verso la creazione di un sistema culturale integrato con l’innovazione. La Città dovrebbe decidere cosa vuole essere con più chiarezza. Università, scuole in generale, musei, associazioni culturali, aziende, artigiani, industria, sono proprio per questa duplice natura della Città, intersecati gli uni con gli altri.
Il grande lavoro che sarebbe stupendo fare è proprio quello di creare una solida rete.
E qui Marcella si apre il vaso di Pandora…
Da un punto di vista dell’architettura e dell’urbanistica, si dovrebbe a mio avviso considerare la città come un unico organismo, i cui organi sono i quartieri e di cui il cuore (o il cervello?) è il centro storico. Ciascuno di essi va curato e sanato, recuperando le parti dismesse, eliminando le superfetazioni incongrue, ripensando i servizi, gli spazi abitativi e le aree pubbliche. Meno abitanti può comportare abbandono, ma anche l’opportunità di diradare e migliorare la qualità degli spazi. Ciascun quartiere poi ha una sua posizione e ruolo nell’insieme che va riconosciuto e valorizzato, favorendo quella ricchezza di funzioni che sono la vita delle città. Il tutto poi connesso, come nel corpo umano, attraverso il sistema nervoso e circolatorio, da un efficiente sistema di trasporti pubblici, di mobilità dolce e di parcheggi, ponendo una particolare attenzione all’accessibilità e considerando i nuovi abitanti stranieri. Se ogni quartiere può esprimere la sua utilità al sistema e si caratterizza, tutti ne giovano.
Anche il dialogo con il territorio provinciale, che è l’aria che respiriamo, andrebbe potenziato sia da un punto di vista logistico, che del sistema economico-culturale e del turismo locale, regionale, nazionale e internazionale.
E qui viene fuori la visione di chi è abituato per mestiere ad affrontare le cose partendo dalle fondamenta… Sembra scontato, ma non lo è affatto.
Sarebbe importante continuare a potenziare i centri di ricerca d’eccellenza connessi alle aziende che già ci sono, ma anche specializzare la città sui temi dell’inquinamento, della gestione delle risorse del suolo, dell’acqua e del clima, anche alla luce della critica situazione del nostro territorio. L’Università assume un ruolo sempre più fondamentale in tal senso.
Ogni scelta andrebbe quindi ponderata pensando alle ricadute verso l’interno e l’esterno.
In tal modo in un’Italia che invecchia si potrebbe avere una città per tutti, che integra e attira generazioni diverse, culture diverse. Una città che conserva la sua tradizionale misura umana, ma che dialoga con il mondo, in modo di essere propositiva in uno scambio continuo.
Vicenza dovrebbe forse voler davvero mettere a sistema i suoi valori e superare la sua ritrosia a porsi in luce con tutte le sue ricchezze.
Grazie Marcella. Interessante conversazione! Complimenti per la tua attività e la tua visione “progettuale”. Di questa Vicenza ne ha sempre bisogno.
Lui è Luca Rigoldi e di professione fa il pugile… anzi di più… il campione… e non solo sul ring, ma anche nella vita. Difficile incontrare un giovane così carrozzato, fisicamente e caratterialmente, per affrontare le complessità che determinati traguardi impongono. Anch’io, anche se solo a livello amatoriale, ho fatto boxe e so cosa voglia dire in termini di preparazione atletica e mentale. Per questo l’ho incontrato per voi e sono felice di poterlo raccontare come esempio vicentino (e italiano) virtuoso.
Domanda d’obbligo… Come hai iniziato la tua carriera nello sport e soprattutto nella boxe? Cosa scatta nella mente di un ragazzo per decidere che invece di dare un calcio al pallone come tutti sia meglio affrontare un avversario sul ring?
La mia vita è stata un percorso immerso nello sport fin dalla più tenera età. Ho sempre amato le sfide e le competizioni, e vincere è stata per me una gratificazione che, seppur fugace, ha rappresentato un passo importante nella mia crescita. Ho praticato vari sport, tra cui il calcio, ad alti livelli; giocavo in una squadra semiprofessionistica quando, a soli 15 anni, ho realizzato che per avere una reale opportunità nella vita dovevo puntare su di me. Ho scelto di dedicarmi a uno sport individuale, un percorso fatto di fatica e confronto diretto, dove le sconfitte sono esperite in modo più intenso, bisogna aver il coraggio di buttare il cuore oltre l’ostacolo. In queste discipline, non ci si può nascondere: si è soli con se stessi e con i propri limiti, mi piaceva il fatto che ogni piccolo successo rappresenta un importante traguardo nella mia vita.
Pensi di aver raggiunto i traguardi che ti eri prefisso nel pugilato?
Non ho mai puntato a risultati straordinari, eppure li ho raggiunti. Perché? Forse perché la mia ambizione e la mia volontà mi hanno spinto costantemente a dare il massimo. Ma la verità è che ho sempre vissuto per la passione, per fare ciò che amavo. Passare il tempo in palestra con persone che condividevano il mio desiderio di migliorarsi è stato il motore della mia carriera. Ho iniziato dal basso, pulendo i bagni del palazzetto dello sport, ma questo non mi ha fermato. Ho raggiunto il titolo di campione d’Europa, ma la mia vita non si è limitata allo sport. Ho sempre cercato di essere più di un atleta, di lasciare un’impronta come persona, non solo come campione. Il mio desiderio è che la gente mi ricordi per chi sono, non solo per i miei successi sportivi, ma per la mia umanità e il mio impegno in ogni aspetto della vita.
Il soprannome del pugilato quando è stato inventato era “The Noble Art”. Puoi spiegarci cosa si intende per “nobile arte” e come questa disciplina, apparentemente solo un violento scontro fisico, possa oggi essere ancora un esempio di rispetto e lealtà?
La boxe è stata definita la ‘Nobile Arte’ sin dai tempi in cui i nobili inglesi combattevano seguendo regole ben definite. Oggi, posso esprimere il mio personale pensiero su perché considero questo sport nobile nel contesto sociale attuale. La boxe è una scuola di vita: ti insegna a perdere senza scuse, ti mostra che anche quando tutto sembra perduto, puoi ancora trovare la forza per risollevarati. Ti insegna a non vivere secondo le aspettative degli altri, ma a seguire la tua strada con determinazione. Se essere nobili significa far parte di una cerchia ristretta di individui privilegiati, credo che coloro che praticano la boxe, con tutto ciò che comporta, possano essere considerati tra quei pochi eletti. La boxe ti mette alla prova, ti modella e ti trasforma, rendendoti un individuo sicuro di te, pronto ad affrontare qualsiasi sfida che la vita ti riservi.
La maturità che hai dimostrato sin da subito anche al di fuori del ring ti differenzia dalla stragrande maggioranza dei tuoi colleghi. Da cosa dipende? Carattere o educazione? Da cosa ti deriva questa grande consapevolezza d’insieme?
Credo fermamente che ogni individuo sia unico. Nella mia esperienza nello sport, ritengo che la mia unicità derivi dal mio approccio nei confronti della vittoria. Per me, vincere rappresenta semplicemente una gratificazione del mio duro lavoro. Sono orgoglioso dei miei successi, ma la mia identità va oltre il ring. Voglio costruire tanto altro nella mia vita, al di là del mio ruolo di pugile o di campione. Questo, credo, è ciò che mi differenzia dai miei colleghi. Sto lavorando per costruire qualcosa di utile e gratificante che vada oltre i miei successi sportivi, voglio essere una persona completa, non solo un atleta di successo.
Sei molto attivo in maniera trasversale nella formazione, passando da quella prettamente sportiva a quella professionale, manageriale e imprenditoriale. In che modo la lezione appresa sul ring può aiutare le persone ed in particolare manager e imprenditori ad affrontare le sfide quotidiane?
Affrontare sfide quotidiane è parte integrante della vita di ognuno di noi. Le preferenze variano: alcuni amano le grandi sfide, altri preferiscono quelle a lungo termine. Alcuni si affidano alla fortuna, altri alla strategia. Ho imparato che per superare queste sfide è necessario coraggio, una strategia ben definita e persone capaci. Mike Tyson una volta disse che non c’è persona più sola di un pugile sul ring. Parlando con manager ed imprenditori, ho notato che molti di loro rivivono questa sensazione nell’ambiente aziendale. Le decisioni, che siano sul ring o in azienda, alla fine sono prese da una singola persona strategica. Richiede grande coraggio intraprendere azioni che altri non osano fare. Sto lavorando per portare questa consapevolezza nelle squadre aziendali, cercando di far capire l’importanza di un team solido nell’angolo, nella strategia di gara e nella pianificazione di carriera. Allo stesso tempo, sto promuovendo l’importanza della followership: spesso si pensa che un atleta debba solo essere un leader, ma la capacità di ascoltare e eseguire le indicazioni delle persone capaci è altrettanto fondamentale. Amo il mio lavoro e sono convinto che aiuterò numerosi imprenditori e team aziendali. Sto pianificando di fondare un’academy per formare e supportare gli sportivi che desiderano costruire un piano B per le loro carriere, preparandoli a fornire servizi preziosi alle aziende.
Sei anche molto attivo nel sociale. Raccontaci cosa fai in questo ambito e cosa ti motiva ad impegnarti a prescindere dal ritorno economico.
Non sono solito parlare delle mie attività sociali, preferisco agire nel silenzio lasciando poi spazio alle azioni. Attualmente, sto concentrando i miei sforzi nell’inserire numerose attività a sfondo sociale nella mia palestra. Il pugilato mi ha insegnato l’importanza di “dare” piuttosto che “ricevere”, e sto cercando di diffondere questa filosofia anche in altri contesti. Ritengo che la società abbia bisogno di persone che contribuiscano con entusiasmo al benessere di chi è in difficoltà. Ecco perché sto lavorando per creare un ambiente che promuova la solidarietà, lo sport non dimentichiamoci è questo.
Quali sono, se li hai, i tuoi modelli di riferimento, in ambito sportivo e non solo?
I miei modelli sono tutte persone rivoluzionarie, che hanno portato grandi novità e benessere, sempre di più sono interessato a persone Straordinarie che hanno avuto forza e capacità di rivoluzionare settori portando maggior beneficio alla società al di là del loro ritorno personale.
In base alla tua esperienza cosa pensi che si possa fare oggi per Vicenza? Sia in ambito strutturale che relazionale. Cosa dovrebbero fare le istituzioni secondo te?
Credo fermamente che dobbiamo mostrare maggiore fiducia nei confronti dei giovani e adottare un atteggiamento più positivo nei loro confronti. Viviamo in un’epoca in cui sembra che l’apparire sia diventato più importante dell’essere. Le foto che pubblichiamo sui social devono trasmettere una falsa sensazione di felicità, mentre nella realtà spesso non viviamo quella stessa gioia. Ritengo che sia fondamentale fornire ai giovani un’informazione più accurata e creare un sistema di relazioni sincere. Incontri faccia a faccia, discussioni approfondite e talvolta prendere posizioni serie per difendere le proprie idee possono contribuire a formare individui più forti, con valori solidi e un desiderio genuino di migliorare la nostra società. Dobbiamo incoraggiare i giovani a diventare ciò che desiderano, a esprimere le proprie opinioni e a contribuire attivamente alla crescita della nostra comunità. Solo così potremo costruire una generazione di persone impegnate e motivate a rendere il mondo un posto migliore per tutti.
Che consiglio ti senti di dare ai giovani, specie vicentini?
C’è una frase memorabile che il leggendario Rocky Balboa ci ha insegnato. Quando gli chiedono perché debba affrontare un altro round, anche quando sembra impossibile, la sua risposta è illuminante: ‘Perché fare un altro round è l’unica cosa che può cambiarti la vita’. Spesso ci troviamo di fronte a ostacoli apparentemente insormontabili, è fondamentale comprendere il valore della perseveranza. Affrontare un altro round, nonostante le difficoltà, non solo ci rende più forti, ma può effettivamente cambiare il corso delle nostre vite. Voglio che i giovani imparino questa semplice ma potente lezione. Voglio che capiscano che, anche quando sembra che tutto sia perduto, anche quando la fatica e lo scoraggiamento si fanno sentire, non bisogna mai arrendersi. È proprio in quei momenti che dobbiamo raccogliere tutte le nostre forze e andare avanti, perché è solo affrontando un altro round che possiamo veramente trasformare le nostre vite.
Quali sono i tuoi sogni nel cassetto?
Mi trovo in una fase della mia vita in cui i miei sogni sono già in corso di realizzazione. Ho capito che lasciare i sogni nel cassetto significa condannarli a prendere polvere, quindi, mi sto impegnando attivamente per trasformarli in realtà. Attualmente sto lavorando al mio piano B di carriera, costruendo una solida base per il mio futuro.
Nel cuore del Vicentino, sto dando vita a una realtà sportiva che va oltre i confini del ring. Sto creando un’Academy per sportivi, un luogo dove atleti di ogni disciplina possono trovare supporto e formazione per costruire un futuro solido al di fuori dell’ambito sportivo. L’obiettivo è quello di fornire loro gli strumenti necessari per affrontare le sfide della vita con determinazione e fiducia.
Ma non mi fermo qui. Sto anche lavorando per portare gli insegnamenti preziosi dello sport nel mondo aziendale. Sono convinto che le lezioni di teamwork, leadership e followership che si imparano sul campo possano essere applicate con successo anche nell’ambito lavorativo. In questo processo, gli sportivi che frequenteranno l’academy saranno una risorsa fondamentale, contribuendo con la loro esperienza e competenza.
Inoltre, mi impegno a contribuire al ritorno della boxe ai suoi tempi migliori. Questo sport ha una lunga storia di nobiltà e sfide, e credo che abbia molto da offrire ancora oggi. Sto lavorando per promuovere la boxe come una disciplina che va oltre il combattimento sul ring, ma che può insegnare importanti lezioni di vita a chiunque la pratichi.
Yasmin Naqvi è una stilista inglese di lunga esperienza, che ha da tempo scelto Vicenza come sua seconda città. Qui ha distribuito il suo talento collaborando con alcune delle più importanti realtà produttive Made in Vicenza. Oggi ha inventato la Holdster, un porta-smartphone ispirato alla fondina porta pistola di James Bond che sta facendo molto “rumour”… L’ho intervistata per voi.
Yasmin, raccontaci come sei arrivata a Vicenza e perché?
Avevo deciso da piccola che volevo intraprendere una strada artistica commerciale. Mia madre creava tanti vestiti per me a tempo perso perché ero alta e magra e non trovavo mai dei vestiti che mi vestivano bene, non nella media inglese. Poi c’era poco di bello per le ragazze all’epoca in Inghilterra. Inoltre, mia madre si divertiva e aveva buon gusto. Gli studi con un indirizzo di moda potevano essere una strada dove avrei potuto trovare uno spazio professionale nel settore. Non mi vedevo artista pura.
Da Londra sono finita, per mia fortuna, a Nottingham per puro caso (ho sbagliato il colloquio della prima scelta di università). Qui l’Università era piena di laboratori interessanti, la città era un’ora da Londra, si offrivano stage e c’era rimasto un posto al corso di moda e maglieria… mi sono detta “perché no?”. Sapevo creare capi con la macchina da cucire, ma vedere il design e la tecnologia delle macchine per la maglieria diventò una prospettiva diversa che mi incuriosiva sempre di più.
Da lì sono poi tornata a Londra per il mio primo stage presso il colosso Marks and Spencer. In seguito, ho fatto richiesta per andare in Italia, mi è sempre piaciuto viaggiare e Marzotto (all’epoca fornitore di M&S) mi ha selezionato per venire in Italia, proprio a Vicenza. E tutto è iniziato qui, tramite un parente austraico che mi ha introdotto ad una serie di persone con le quale sono ancora in amicizia. Qui ho trovato l’amore e via via, è passata una vita e sono ancora qui!
Yasmin, ma perchè hai scelto di restare a lavorare a Vicenza e non a Milano?
A Vicenza è da tempo presente un hub di eccellenze della fashion industry, tra cui Marzotto, Benetton e Diesel, solo per fare alcuni nomi. All’epoca venivano offerte tante opportunità, c’era un clima effervescente. A Milano c’erano solo gli studi di moda e così sono arrivata dove la moda si realizzava davvero, come a Nottingham. Qui, due colossi in particolare hanno definito la mia carriera: Marzotto e Benetton. Erano vere scuole di eccellenza e Vicenza era piena di talenti, gente simpatica e un territorio di grande bellezza. La scelta di rimanere qui non è stata quindi così difficile.
Che figure ti hanno maggiormente influenzato nella tua carriera e con chi hai lavorato?
Molti, ma in particolare Giuliana Benetton, Silvia Stein (Miles), Nino Cerruti, MFG, Mr. Muromotto Japan.
Giuliana era un figura importante, mi ricordo che lei ci diceva che chi creava capi con filati e stoffe costose creava una bellezza facile. La vera sfida era disegnare e creare prodotti belli a prezzi contenuti, molto più difficile. La più grande soddisfazione per lei era vedere le persone per strada, nel mondo, indossare il suo prodotto. Giuliana è stata una delle poche donne a suo tempo a dirigere il creative design e il marketing.
Nino Cerruti un’altra icona di stile. L’esperienza con Nino a Parigi è stata fantastica, come Armani e Brioni, il mondo maschile è molto disciplinato per la sua natura nei colori e nei dettagli; le finiture sono importantissime, si parla di classe e stile contemporaneo ma classici.
Quando sono entrata in Marzotto ero convinta che mi avessero scelta per disegnare la linea da donna, ma solo quando sono arrivata a Valdagno, a Maglio di Sopra per essere precisa, che mi hanno comunicato che dovevo disegnare l’abbigliamento e la maglieria nel campo maschile.
Per il business direi che mi ha ispirato il Dott. Muramotto in Giappone con Shima Seiki, il più importante produttore di telai per maglieria. Grazie ai loro macchinari è stato accelerato il successo di Benetton, tra i primi ad utilizzare questa tecnologia. Ho girato il mondo creando sfilate e conferenze di tendenza, facendo capire cos’era lo stile e come la tecnologia di Shima poteva creare prodotti di design.
Quali sono state le esperienze più creative durante la tua carriera?
Decisamente quella con Romeo Gigli, un creativo molto particolare. E poi sicuramente quella che è durata vent’anni, tra Parigi e Rimini, con Marithé e Francois Girbaud, il re e la regina dei jeans. Erano avanti di 20 anni con il loro stile e tanti concetti di vita.
Equali le più difficili?
Tra le cose più difficili decisamente c’è la gestione dei problemi di comunicazione di design development, con le figure e la tecnologia, in tre lingue diverse. Tra l’inglese, l’italiano e il giapponese si creavano situazioni complicate e molto impegnative. Eravamo persone di tre continenti diversi, con abitudini ed esperienze diverse, ma allo stesso tempo era proprio quello che ci permetteva di “tirar fuori” un prodotto bello, in poco tempo, con la vestibilità corretta.
Ci sarebbero moltissime complessità nel percorso di creazione del prodotto, come sbagliare ad interpretare un disegno per una sfilata, gestire la produzione all’estero dove magari per una svista rimane bloccata in dogana per settimane, o ancora il campionario rubato, aaah!
E inoltre c’è la difficoltà di creare un prodotto che possa garantire vendite reinventandosi ogni stagione, che oggi si sono accorciate sempre più e con meno regole.
A cosa ti ispiri durante il processo creativo?
Film, viaggi, teatro, mostre e arte, non sottovalutando anche le situazioni geo-politiche. Quando i cinesi avevano deciso in comperare delle quantità di lana importanti, il prezzo del greggio in Italia è salito alla stelle e noi designer eravamo costretti ad utilizzare materiali meno pregiati per compensare. Il design è legato al mercato… L’ispirazione arriva quando si è aggiornati su tutto, per capire e creare le tendenze.
Esiste differenza tra fashion e stile?
Sì, la moda va presa seriamente ed è importantissima. Si tratta di un business che vale più di $1 trilione a livello globale. Ma lo stile è qualcosa di diverso, che ci rende unici e riconoscibili. Per questo ho dato il nome alla mia azienda The Style Factory, uno studio che negli anni ha sviluppato tanto know how. Dopo il covid mi sono dovuta reinventare, come sempre. Oggi offriamo servizi di rebranding valorizzando gli archivi, perché nella moda spesso lo stesso stile si ripresenta.
Che consiglio daresti ai giovani vicentini che volessero entrare nel mondo della moda al giorno d’oggi?
Oggi è più difficile perché le filiere sono frantumate e purtroppo spesso le aziende pretendono che uno nasca “imparato”. Inoltre, spesso i giovani non sono pagati adeguatamente. Il mondo esterno fa fatica ad immaginare i vari ingranaggi e complessità che ci sono nel nostro settore, le regole e non regole o perché un prodotto vende un altro no… Un giovane oggi deve prepararsi per affrontare ostacoli interminabili, come un videogame. Bisogna tenersi sempre pronti ad affrontare i problemi. C’è sempre qualcuno pronto a prendere il tuo posto, il mercato non ti aspetta, e sei solo “as good as your last collection”… bisogna guardare sempre avanti. Bisogna avere una grande resistenza alle pressioni, passione e competenze. Non basta un click, la moda è uno stile di vita in tutti sensi.
Vicenza è stato un punto in cui sei sempre tornata, nonostante tutte le esperienze fatte all’esterno e in Italia.
Oltre ad aver costruito una famiglia qui, credo che sia un territorio ricco di opportunità tutt’ora. Non solo, una città e una regione ricca di storia e cultura che dovremmo sfruttare e valorizzare ancora oggi. È una fusione tra cultura, storia e industria dove ho la mia famiglia e i miei amici. L’Italia e il suo stile di vita è ambito in tutto il mondo.
Ma veniamo ad oggi…so che stai lavorando ad un progetto molto particolare e di grande interesse ineternazionale, basato anche sulla sostenibilità…
Durante il Covid mi sono messa a studiare il mondo di digital marketing con un’azienda californiana, per capire come funziona questa nuova frontiera della tecnologia. Di conseguenza ho dato un nuovo look a The Style Factory, lavorando con dei giovani talenti e aggiungendo dei nuovi servizi basati sull’idea del re-branding. Oggi il mio stile è molto contemporaneo, grazie alle mie varie esperienze che si sono contaminate tra loro.
E inoltre sto lavorando al tema “Designing out of Waste” (“Design che nasce dai rifiuti”). Mi sto infatti dedicando al design sostenibile e sto cercando di consolidare un progetto importante. Il design sostenibile è molto più complesso di quanto si possa pensare.
Nel periodo in cui tutto il mondo era fermo, ho avuto modo di lavorare ad un progetto a cui tengo particolarmente. Ho voluto creare un prodotto autentico con gli scarti della pelle di alta gamma dell’industria automobilistica. L’ho vista come un’opportunità, per me non erano solo scarti, ma materiale prezioso da sfruttare. Il design consiste nel fare scelte e decidere i materiali, mettere insieme concetti di colore, combinare pezzi che funzionano insieme per creare stile.
Mi sono ispirata ai film di cowboy di Clint Eastwood degli anni ’80 e al mito di James Bond. I cowboy, così come gli agenti segreti, portano l’essenziale vicino al corpo. Ho voluto reinterpretare l’idea con un tocco di modernità e cambiare il focus originale facendo indossare l’essenziale di oggi: lo smartphone!
Ho quindi utilizzato le forme della borsa da sella per creare il marsupio per smartphone, il porta carte di credito combinato con l’imbracatura e ho creato la rivoluzionaria, indossabile, modulare e regolabile “Holdster“. Con la Holdster, si può portare l’accessorio più fondamentale dei nostri tempi indossandolo con stile e una grande sensazione di leggerezza. Si tratta di un prodotto unico, di qualità, realizzato interamente qui nella nostra provincia. La pelle proviene dagli scarti del settore automobilistico. Ha dei trattamenti particolari, che la rendono più difficile da riciclare, ma che allo stesso tempo la rendono molto duratura.
Infine, grazie alla mia esperienze di fashion designer sto lavorando da un po’ per lanciare un podcast “Why Fashion Matters” per comunicare il dietro le quinte della fashion industry e la costruzione dello stile. Sono ancora all’inizio ma credo possa essere un progetto davvero interessante.
Il fashion è la forma di espressione personale più immediata. Si parla molto di diversità oggi ma vedo solo tanti aggregamenti di stile grazie al fast fashion, con poca individualità. Vedo giovani ragazze intrappolate in vestiti più o meno uguali, senza un’identità. Lo stile è ciò che ci rende unici e riconoscibili per la nostra irripetibilità, per essere ricordato bisogna avere un abbigliamento vincente. Lo stile innanzitutto!
“You gotta have style. It helps you get down the stairs. It helps you get up in the morning. It’s a way of life. Without it, you’re nobody. I’m not talking about lots of clothes.”
Federico Politi è una persona speciale che ha dedicato la vita a salvare vite, realizzando un sogno coltivato sin da bambino. A lui si deve molto dell’attuale organizzazione del SUEM Vicenza, da lui diretta, che giorno e notte assiste chi ha bisogno cure mediche e soccorso per emerenze.
L’ho intervistato per raccontarvi la sua incredibile storia.
Federico, intanto grazie per essere per essere qui con me a raccontare la tua esperienza che reputo davvero significativa. Io e te ci conosciamo da tempo, ma mi piace divulgare quelle informazioni che non tutti conoscono. Vorrei sapere innanzitutto perché una persona arriva a fare quello che fai tu, cioè un lavoro davvero così complicato ma così straordinario…
Sono nato a Vicenza nel ’58, da mamma torinese e padre dell’Oltre Pò Pavese. Ho fatto le scuole a Vicenza e su scelta quasi imposta dai miei dopo le medie scelsi il Liceo classico Pigafetta. Ancora li ringrazio per aver insistito perché quella parte di “humanitas” che ho potuto apprendere in quella scuola è unica e quasi irripetibile. Ed è proprio in quella scuola che ci siamo conosciuti io e te, come ben ricordi. Dopodiché ho intrapreso gli studi universitari per diventare quello che fin da bambino desideravo: il medico.
Un giorno però incontrai un cugino che aveva scelto di arruolarsi nei Vigili del Fuoco e rimasi incantato dalla sua divisa. Cominciai ad avere qualche tentennamento. Vigile del fuoco o medico ? Ma no, mi dissi, il medico mi piace ed è quello che voglio fare! Però a ben guardare, piano piano la vita mi ha portato a fare tutti e due i mestieri: sono diventato un dottore che si occupa di emergenze.
Essendo una persona estremamente curiosa, ero appassionato tra l’altro anche di fotografia. Lavoravo alla redazione cronaca del Giornale di Vicenza andando a fotografare gli incidenti appena successi. E lì c’è stato l’altro impatto estremamente forte che ho avuto. Quello con le persone che si trovavano in estrema difficoltà. Quella sofferenza umana, a volte sfociata in tragedia, mi ha spinto ancora di più a voler fare quello che sono andato a fare. La mia idea iniziale nell’approccio alla medicina era stata però quella di studiare psichiatra perché mi ero messo in testa che dovevo capire le persone per poter entrare in sintonia con loro. Il background di psichiatria, dove ho avuto la fortuna di esse esser preso inizialmente sotto l’ala del celebre Vittorino Andreoli, mi è effettivamente servito, ma un giorno ho vissuto un evento molto particolare. Durante un convegno proprio di psichiatria uno dei relatori ebbe un malore e partì il classico appello se in sala ci fosse un medico. C’era bisogno di un intervento immediato per soccorrere una persona tra la vita e la morte, ma io mi resi conto che quei “medici” al convegno erano talmente impreparati ad affrontare quel tipo di situazione. “Eh no – mi dissi – forse è meglio che io faccia qualcosa di più concreto della psichiatria”. Decisi quindi di studiare anestesia e rianimazione perché all’epoca erano gli unici ambiti che si occupavano veramente di emergenza. Per farmi un po’ di esperienza pratica e capire le varie patologie iniziai a frequentare il Pronto Soccorso di Verona, città dove studiavo. Ricordo che avevo un professore che continuava a dirmi “Ma cosa ci fai qui tu che sei al quinto anno di medicina? Vai a divertirti!” “Ma no – gli risposi – io voglio imparare”. “Imparerai più avanti “. “Io voglio imparare adesso, non più avanti!”
Ti parlo degli anni 80, dove tieni presente che all’epoca il servizio di soccorso pubblico era molto basico. L’ambulanza era gestita da degli enti di volontariato e non c’era un vero servizio gestito da medici o da infermieri. Non c’era il 118 quindi le chiamate ci arrivavano attraverso il 113 quindi in maniera assolutamente priva di una sequenza logica. E così succedeva che ci trovavamo magari in tre ambulanze ad intervenire sullo stesso ferito. Non c’era una struttura ad hoc. Io però avevo un carissimo amico tedesco e fu così che appresi come in Germania sulle loro ambulanze ci fosse sempre a bordo anche un medico. Oggi è scontato ma all’epoca l’ambulanza aveva solo “barellieri” nel vero senso della parola perché il loro compito era solo quello di caricare e portare via il malcapitato. In dotazione una barella di tela, i sacchetti di sabbia per immobilizzare le fratture degli arti, la padella e il pappagallo e basta. Questo era il concetto del soccorso ed è stato così per parecchi anni. Poi però abbiamo cominciato a pensare diversamente prendendo spunto un po’ dalla Germania e un po’ dalla Francia alla Francia, dove i vigili del fuoco intervenivano con un’ambulanza e un medico a bordo per poter dare immediatamente le prime terapie efficaci. Inizialmente ci poteva essere il medico laureato in anestesia, come quello in ortopedia, perché i primi anni di questa specialità erano svolti presso il pronto soccorso e quindi avevano una certa dimestichezza con la traumatologia. Nell’83 ho lanciato l’idea di mettere in ambulanza una borsa con dentro qualcosa di più, come il pallone di ventilazione, i tubi endotracheali, il laringoscopio e quelli che potevano essere i sistemi per bloccare un’emorragia grave o per immobilizzare una frattura. Eravamo stati tra i primi, inoltre, a portare in ambulanza un materasso a depressione, ovvero un materasso al quale si estrae l’aria e diventa un calco del corpo umano come una sorta di gesso momentaneo.
La centrale operativa del Suem di Vicenza negli anni ’90
In questa fase eri già nell’orbita operativa dell’Ospedale di Vicenza?
No no, ero ancora studente di medicina a Verona. Lo facevo assolutamente come volontario. Ricordo che era stabilito un turno ogni 13 giorni, ma siccome a me piaceva tantissimo facevo anche due o tre turni alla settimana, non badando se si trattasse di domenica o notturni perché ero spinto dalla voglia di praticare, imparare e sentirmi utile a qualcuno in quei momenti drammatici. Una spinta emotiva enorme al punto tale che gli amici mi rimproveravamo di star tralasciando gli esami di medicina, ovvero un apparente controsenso. E fu così che ripresi in maniera ferrea gli studi. Ma ti dirò che aver fatto quel periodo di volontariato “duro”, mi ha aiutato tantissimo perché quelle che ho visto in strada sono state poi le patologie che sono andato studiare sui testi di patologia medica e chirurgica. Quindi se è vero che avevo perso magari un anno nel dedicarmi in maniera assidua al volontariato, poi ho recuperato alla grande perché in strada francamente le avevo viste tutte.
Ma qui allora ti faccio una domanda che mi sono posto spesso immaginando di essere al tuo posto. Non hai un senso di paura o addirittura di orrore verso una situazione cruenta come quella di un incidente grave?
Altroché se l’avevo e se l’ho avuta! Mi ricordo benissimo un episodio della mia vita di studente di medicina a Padova dove seguivo le lezioni del professor Austoni di Semeiotica Medica. Durante quel corso ricordo che entrammo in una stanza buia con due pazienti. Eravamo circa una ventina di studenti. Il professore estrasse una siringa enorme e introdusse l’ago nella parete toracica del pazienti che faceva fatica a respirare, estraendo una mega quantità di liquido pleurico che andava tolto d’urgenza. La cosa mi impressionò al punto tale che svenni e caddi come un pero in mezzo alla stanza. Mi risvegliai con questo professore che in maniera molto blanda mi stava schiaffeggiando. Aprii gli occhi guardai e gli dissi: “ho capito… non farò mai il medico”. “Ma lei sta scherzando? – rispose lui – guardi che è normale sa. Chi non ha paura non è normale”. Questa sua frase mi confortò così tanto che mi convinsi di poterla superare. Non è stato facile. Per superare lo shock ho cominciato a frequentare le sale operatorie. Cominciavo da una sbirciatina… poi mettevo il camice con la mascherina, entravo stando un po’ dietro le quinte per non vedere troppo da vicino le scene più cruente. Finché un giorno mi ricordo che un professore di chirurgia d’urgenza mi disse: “lei cosa fa lì impalato? Venga qua e mi porti la spatola!” E io, presa la spatola, fui costretto a tornare lì e tenere col divaricatore i visceri separati dall’area chirurgica in modo che lui potesse vedere e operare. Beh, ti confesso che mi tremavano le mani e le gambe. Però poi piano piano ho vinto questa paura.
Un giorno poi ricordo che un chirurgo mi chiese se avessi mai provato a dare i punti di sutura. Lo guardai e gli spiegai che io avevo fatto medicina ma non ero un chirurgo. E lui “Dai vieni qua che ti insegno”. E si mise ad insegnarmi anche quell’attività. Vedere che qualcuno fosse disposto a insegnarti era un qualcosa che mi riempiva di gioia ed anche questo dal punto di vista professionale è stato molto costruttivo.
Federico Politi durante un’uscita d’emergenza
Poi un altro episodio intervenuto nella mia crescita culturale è stato negli Stati Uniti dove verso la fine degli anni ‘80 ero andato a titolo personale. Grazie a mio padre e a un suo caro amico americano fui proiettato addirittura al Thomas Jefferson University Hospital. Ero già medico uscito da Verona e avevo fatto un po’ di guardia medica a Vicenza. Tuttavia, negli Stati Uniti non puoi toccare neanche un ago senza adeguato titolo. Quando arrivai in questo ospedale di dodici piani, dove ogni piano era dedicato alla chirurgia tranne l’ultimo dove c’era il Trauma Center, ricordo che vidi i primi trapianti di fegato che per noi erano ancora fantascienza ma lì invece venivano fatti praticamente ogni giorno. Tieni presente che in sala operatoria avevano già tutto… ma quando tu dici “tutto” è veramente tutto. Noi avevamo sennò un monitor, loro ne avevano quattro, uno per ogni parete. Noi avevamo un ventilatore e loro ne avevano due, uno di riserva. Noi avevamo una macchina per l’elettrocardiogramma e loro ne avevano una in più. Faceva quasi paura da quante attrezzature tecnologiche di avanguardia avevano. Durante un trapianto loro usavano un’apparecchiatura di precisione che misurava la pressione venosa centrale, un dato molto importante per l’intervento. Ad un certo punto la macchina andò in tilt e non misurava più. Paura, panico… non ne avevano un’altra perché all’epoca non c’erano molte in giro e costava tantissimo, quindi ne avevano una sola. Io abituato all’Università a Verona dove quando dovevamo misurare la pressione venosa centrale anche in sala operatoria prendevamo la classica boccetta di fisiologica da 100 ml, mettevamo il classico tubicino collegato alla via venosa centrale e lì con un rubinetto riproducevamo il classico sistema dei vasi comunicanti riuscendo in maniera empirica ma funzionale ad ottenere la misurazione. Io per risolvere quella situazione di emergenza, bypassando i limiti formali previsti, feci la stessa cosa per loro ottenendo il controllo della pressione venosa. Mi guardarono tutti esterrefatti, come si guarda un mago, uno stregone. Ma io dissi “Guardate che è banalissima fisica!”. Ricordo ancora la frase del medico principale: “Ma lei mi vuol dire che con un con 1 dollaro di tubicino e un po’ di fisiologia si può fare la stessa cosa di questa macchina che costa 80.000 dollari?” Io stavo quasi per ridere, ma fortunatamente avevo la mascherina e non se ne accorsero. Io credo che questa capacità di ingegnarsi sia uno dei punti di forza che ci distingue.
Ma diciamo mi sono trovato nel posto giusto al momento giusto e qualche volta la fortuna ti aiuta.
Federico Politi durante un’emrgenza di carattere internazionale
Bravissimo! Ma come hai iniziato a fare sul serio, passando dalla fase di volontariato a quella professionale?
In quegli anni il professor Remigio Verlato stava lavorando per creare un vero servizio strutturato di emergenza medica che doveva essere istituito come centro pilota a Vicenza. Tant’è che nacque una piccola centrale, poco più che una stanzetta con un tavolo, due infermieri, un computer e due telefoni. Pochi ci chiamavano perché questo concetto dell’emergenza nessuno lo conosceva ancora e non era stato neanche tanto propagandato a Vicenza perché si trattava ancora di un timido esperimento. Morale il 10 ottobre dell’88 parte il Suem. Io mi trovo lì come guardia medica perché la guardia medica di Vicenza aveva la sede proprio a fianco a questa mini-struttura. Ci misi il naso e cominciai un po’ a curiosare, come del resto è nella mia natura. Parlai con gli infermieri che c’erano e con delle infermiere che poi sono state le colonne del nostro successivo servizio di urgenza emergenza medica. Cominciai a fare domande per capirne di più, offrendo la mia disponibilità ad unirmi a loro dopo il turno come guardia medica. Inoltre all’epoca ero riuscito a far installare pionieristicamente nella mia auto una radio ricetrasmittente e quindi quando io uscivo ero in grado di mettermi immediatamente in contatto con l’ospedale se c’era bisogno di un’ambulanza. In sostanza ero perennemente in contatto con loro.
Devo dire che all’inizio mi guardavano un po’ così così… della serie “cosa vuole questo medico in erba che si sente Rambo?” Ma il mio spirito è sempre stato volto a dare il meglio per il paziente e per me ogni occasione era buona per imparare dagli altri. Inoltre, investivo quei quattro soldi che guadagnavo per comprare la valigia dell’ultimo modello per il soccorso o altre attrezzature utili. Dopodiché pian piano ho cominciato a farmi conoscere ed apprezzare dato che in fondo ero un anestesista e loro stavano cercando proprio anestesisti. Da lì è iniziato un percorso di specializzazione altamente qualificato e verticale. Dopo l’anestesia mi sono specializzato in rianimazione, poi in fisiopatologia e terapia del dolore; quindi, ho conseguito un master in medicina d’emergenza e urgenza per quanto riguarda le catastrofi presso l’Università di San Marino e l’Università del Belgio. In seguito, ho conseguito un master per il trauma in situazioni terroristiche in Israele. Ho un livello 4 americano di risposta al terrorismo e attacchi di massa e poi molti corsi, convegni e seminari, sempre però nell’ambito della maxi-emergenza dove mi sono sempre focalizzato.
Federico Politi durante una riunione operativa
Avevo infatti notato che dare il meglio di fronte alle emergenze con grandi numeri era un punto dolente del settore, perché anche l’anestesista più preparato, anche il più bravo medico ospedaliero di solito si focalizza sul singolo paziente perdendo di vista che in quella situazione ci possono essere altri pazienti che non possono attendere neanche un minuto. Non riconoscere questo ordine di priorità comportava la possibilità di perdere parecchie vite per salvarne una che magari si sarebbe salvata comunque.
È quindi quella che oggi viene chiamata “triage” un termine usato da Napoleone che in battaglia portava persino il chirurgo e il farmacista già nel 1800 per le emergenze collettive. Il farmacista doveva infatti togliere il dolore perché all’epoca non esisteva l’anestesista e soprattutto non certo per salvare i soldati, ma per rimandarli subito in battaglia. Non per niente il servizio sanitario francese ha radici storiche veramente importanti e poi è stato copiato un po’ da tutti.
Ma a mio avviso non si tratta di copiare, bensì di imparare dai migliori. Nell’arco degli anni ho infatti avuto la fortuna di avere maestri veramente importanti che avevano voglia di passarti il loro sapere. Oggi non è più così ed è forse uno dei degli errori più grossi che stiamo facendo.
Avere attorno gente anche più preparata di me lo ritengo un privilegio perché apprendo anch’io qualcosa.
La Centrale operativa del Suem Vicenza
Condivido pienamente. Una cosa che mi manca in questo percorso è come sia avvenuta la tua entrata ufficiale nell’ospedale di Vicenza, cioè il luogo dove hai poi potuto maggiormente esprimere la tua professionalità e il tuo impegno personale.
Anche qui mi sono trovato al posto giusto nel momento giusto. C’era un anestesista che aveva dovuto andare in missione in Africa e doveva essere sostituito. Io, che ero lì vicino come guardia medica fui chiamato dal professor Berlato per un colloquio. Dopo aver appreso che già da otto anni ero attivo a vario titolo sul fronte dell’assistenza medica in caso di emergenze, mi propose di partecipare al concorso indetto per sostituire quel medico. Fatalità nessuno si propose per cui fui chiamato subito. Ho quindi iniziato a fare tantissimi turni in questa struttura che già nell’88 chiamava appunto Suem Vicenza, ovvero Servizio Urgenza Emergenza Medica.
Poi con l’avvento del 118 si trasformò in centrale operativa Suem 118 Vicenza quindi diventò quella struttura oggi molto apprezzata dove tutti sono professionalmente ben preparati.
Suem e Pronto Soccorso non sono tendenzialmente la stessa cosa ma in certi frangenti coincidono. Oggi a Vicenza il Suem è allocato presso una sede meravigliosa rispetto a quelle precedenti e abbiamo fatto passi notevoli dal punto di vista funzionale e strumentale e finalmente siamo in grado di erogare certe attività che solo fino a poco tempo fa ci erano impossibili.
Federico Politi durante un intervento d’emergenza medica
Questo ci sta portando anche a una continua crescita e ottimizzazione dei servizi erogati. Ne abbiamo avuto la riprova nel terribile periodo del Covid.
In un certo senso per noi è stata una situazione che tutto sommato rientrava esattamente in quello che era la gestione delle problematiche emergenziali collettive. Tra l’altro quando ho fatto i corsi di addestramento sia con gli americani sia quelli con gli israeliani, la gestione dell’evento biologico era assolutamente prevista come conseguenza di un ipotetico attacco terroristico. Inquadrato come pandemia quindi l’approccio non cambiava, se non nelle avvisaglie. Mentre nell’evento terroristico non c’è nessun preavviso e devi rispondere nell’arco di pochissimi minuti, qui c’era più di qualche segnale che sarebbe potuta accadere. Quando ho cominciato a sentire quello che stava succedendo in Cina, la prima cosa che ho fatto è stata chiamare l’economato per ordinare una dotazione supplementare di mascherine per tutto il mio personale e altre dotazioni di supporto per una possibile emergenza pandemica.
Non è stata preveggenza ma nient’altro che abitudine mentale a reagire di fronte a una situazione studiata nei corsi professionali. Diventa istintivo come quando arriviamo su un incidente e sappiamo già quello che dobbiamo fare. Per prima cosa dobbiamo mettere noi stessi in sicurezza perché se si vai dritti sul ferito a volte ci si lasciano le penne e non si può più nemmeno soccorrere il paziente.
Altrettanto in quella situazione. Quando ha cominciato ad aumentare la diffusione la prima cosa che è venuta spontanea è stata quindi quella di dotare i miei di ulteriori mascherine e indumenti protettivi. Eravamo già preparati a eventi di questo tipo, data la vicinanza con la base Nato, ma è chiaro che non avevamo quantitativi tali da poter sopportare mesi o anni di emergenza.
Tirar fuori il problema e proteggere la squadra è stato un tutt’uno. Tra l’altro avevamo tutti seguito corsi di addestramento in occasione dell’Ebola, altro terribile virus e ad un certo punto la nostra risposta è stata quella di comportarsi come se fosse la cosa peggiore che potesse capitarci, cioè con il massimo delle precauzioni. Tant’è che durante la prima ondata nessuno dei miei è rimasto contagiato.
Ma anche la Regione Veneto si è mossa immediatamente in maniera molto molto capillare e di conseguenza ci siamo trovati pian piano a dare una risposta efficace anche alla popolazione.
In realtà il momento peggiore per noi è stata la seconda ondata perché si pensava che il virus fosse un po’ più attenuato e c’eravamo un pochino più scoperti. Non ci aspettavamo una recrudescenza quale quella che si è poi verificata, tant’è che molti del mio personale se lo presero non tanto sul posto di lavoro ma quando si tornava a casa e si frequentavano familiari magari asintomatici.
Insomma, la seconda ondata è quella che veramente ci ha colpito duramente, anche dal punto di vista psicologico perché c’era la paura che le conseguenze fossero importanti
però per fortuna ce la siamo cavata abbastanza bene e nessuno di noi è finito in rianimazione.
Un’immagine della Centrale operativa del Suem Vicenza
Ma in questa tua lunga esperienza di totale dedizione verso il prossimo, ricordi un caso in particolare ti ha colpito e che tu possa raccontarci?
Si ce l’ho e quando ci penso mi vengono ancora le lacrime. Ero ancora gli albori della mia attività quindi ti sto parlando dei primi anni ’90. Verso la fine del turno a un certo punto veniamo contattati perché proprio vicino all’ospedale nel Parco Querini un uomo che stava correndo con la propria compagna era stramazzato al suolo. Io corsi lì con l’ambulanza e trovai questa persona priva di coscienza, ovviamente in arresto cardiaco, con la compagna in lacrime… ti lascio immaginare la scena. Insieme all’infermiera che era con me facemmo di tutto, ma proprio tutto e di più per ridare una speranza di vita a quel signore. Dopo un intenso massaggio cardiaco e la defibrillazione a più riprese il cuore miracolosamente ripartì. Il paziente era rimasto in coma e non rispondeva, però con il cuore ripartito lo portammo in rianimazione. Il giorno dopo si era ripreso completamente e non aveva avuto nessun deficit. Gli era stato diagnosticato un problema cardiaco per cui poi ha subito l’intervento cardiochirurgico eseguito poi perfettamente. La cosa sembrava finita qui. Nei giorni successivi mi recai a Firenze per esporre alcune mie relazioni ad un convegno sull’emergenza. Una volta arrivato in stazione presi un taxi. Scambiando due chiacchiere di rito con il tassista gli dissi che ero di Vicenza. E lui: “ah… pensi, mio cugino abita proprio a Vicenza e mentre stava correndo con la compagna è stramazzato al suolo. Un medico l’soccorso e l’ha salvato.”
E io gli dissi: “Suo cugino si chiama così… così…”. Lui ferma immediatamente la macchina, si gira verso di me e mi fa: “Ma lei come lo sa?” “Ecco – risposi- lo so perché io sono quel medico”. Silenzio di stupore. “Però a questo punto – dissi – lei tolga a me una curiosità. Quanti taxi ci sono qui a Firenze?” “Circa 500” rispose lui. E io “Con 500 taxi che ci sono a Firenze sono salito proprio su quello del cugino del mio assistito… non può essere un caso!” E infatti non finisce qui… il Natale successivo mi arriva un bellissimo biglietto d’auguri da parte dell’uomo a cui avevo salvato la vita, con una fotografia della sua bambina neonata, in cui era scritto “Grazie a lei oggi c’è anche lei”… Insomma, una cosa che mi emoziona ancora come fosse oggi.
Ecco è quello che volevo sentire e ti ringrazio perché ha emozionato anche me.Ti faccio una domanda legata alla nostra città. Ci sono alcune azioni che mancano secondo te e che bisogna fare a Vicenza?
Sai Vicenza ha enormi qualità e ancora grandi potenzialità. Per inciso, lo sapevi che siamo una delle province con il più alto tasso di sopravvivenza post arresto cardiaco del Veneto? Ma per arrivare a questi risultati bisogna far crescere tutti, cittadini compresi, bisogna che tutti abbiano l’umiltà di analizzare le problematiche con una visione di insieme, non devono sussistere delle idee di tipo preconcette o peggio di stampo corporativistico. Il SUEM 118 è un bene di tutti, tutti bene o male ne facciamo parte. Fare squadra secondo me è la cosa più importante. Io ho visto che il Covid l’abbiamo superato perché abbiamo fatto gruppo. La squadra non la fai solo di fronte a una malattia. La si deve fare in tutto. Significa collaborare tra di noi per agevolare tutti noi. Il San Bortolo è realmente un ospedale di eccellenza quantomeno nazionale, ma bisogna tenere presente che la medicina è fatta dai medici, dagli infermieri, dal personale e non è fatto dai macchinari, per quanto all’avanguardia come quelli che oggi abbiamo finalmente in dotazione.
Probabilmente questo è il momento più elevato nella storia del Suem di Vicenza, perché a parte la sede nuova che è veramente fantastica, a parte i mezzi che finalmente abbiamo la cosa di cui vado più fiero è il gruppo che si è creato e che ho la fortuna di dirigere.
Mio nonno diceva sempre che si guadagna quando nessuno dei due ci rimette e se vuoi avere una buona squadra nessuno ci deve rimettere.
Federico Politi
Oddio, sinceramente non lo so.
Mi basta un ordine di grandezza.
Ma sai, non è che le ho salvate solo io… cioè io ho dato il “la” poi è chiaro che se io ho fatto un buon lavoro ho permesso ad altri di fare un altro buon lavoro. Se non ci fossero delle ottime attività consequenziali di rianimazione, chirurgia, cardiochirurgia, chirurgia toracica, se non ci fosse tutta una serie di passaggi di eccellenza, il mio lavoro sarebbe stato assolutamente inutile.
Dai, “stampa” un numero!
Ok… allora ti rispondo… almeno un migliaio… ma sto sparando più basso possibile…
Complimenti sinceri! Fai la professione più “bella” del mondo. Ma senti, un’ultima cosa… parliamo di solidarietà a Vicenza. Come forse sai ho supportato con il mio lavoro di comunicatore la Fondazione San Bortolo, che ha svolto un’azione straordinaria di sostegno al nostro ospedale. Come vedi il ruolo della solidarietà “privata” a supporto delle istituzioni sanitarie pubbliche?
Lo vedo fondamentale, prima di tutto perché ho avuto modo di conoscere personalmente Gian Carlo Ferretto, persona straordinaria, che ha dato un contributo strategico al mio servizio. Ma della Fondazione non posso non citare il compianto Nicola Amenduni, anche lui tra i fondatori, così come l’attivissimo Franco Scanagatta, solo per fare alcuni nomi.
Gian Carlo Ferretto (ex Pres. Fondazione San Bortolo) con Federico Politi
Non che l’amministrazione pubblica non si sia dedicata, perché ultimamente devo dire che hanno fatto veramente cose eccelse, ma se non avessimo avuto anche questi contributi esterni di certo non avremmo potuto essere quello che siamo oggi.
Il ruolo della solidarietà lo trovo fondamentale e non per niente, come ti ho raccontato, io stesso l’ho sempre applicato in termini di lavoro, facendo volontariato per anni e anni.
Ho partecipato a molte missioni umanitarie, sono stato in Ecuador come anestesista ed ho svolto parecchie attività solidale che ritengo stupende perché poi in realtà arricchiscono interiormente chi dona.
Un’ultima curiosità personale. Quando nell’arco di tutti questi interventi emergenziali ti sei trovato davanti a dei bambini, qual è la differenza di reazione e di gestione di un bambino in emergenza rispetto ad un adulto?
L’ho vissuta tante volte purtroppo. Ed ho imparato che quando sei in emergenza guai se ti fai prendere anche per un attimo dalla parte emotiva. L’approccio verso un bambino per me è prima di tutto professionale perché parto dal presupposto che solo se io metto in atto la mia massima professionalità potrò salvare quell’essere umano. Quindi in quel momento io riesco a proprio estraniarmi da quella che può essere la parte empatica per dare rilievo alla parte professionale e questo mi ha permesso di venire a capo di tante situazioni ai limiti.
Tuttavia, se parliamo di emergenza estrema, il bambino è sempre il primo che si va a soccorrere. Ma non perché bambino, bensì perché è quello che ha meno tempo di sopravvivenza. Se un adulto ha una possibilità di sopravvivenza di dieci minuti, il bambino ce l’ha di uno. Se un adulto perde perde un litro di sangue questo è compatibile con la sua sopravvivenza. Se un litro lo perde un bambino non ha possibilità di scampo. Inoltre, in questo tipo di frangenti il bambino ha la priorità anche perché va incontro a ipotermia in tempi molto più brevi.
Proprio per questo motivo non si può avere un approccio emotivo, perché l’emotività bloccherebbe la lucidità in quegli istanti che consentono di poterlo salvare.
E con gli anziani come funziona? Come gestisci le emergenze della terza età?
Tolte le situazioni di massima emergenza, dove sono le specifiche circostanze a dettare le priorità, l’anziano secondo me ha bisogno soprattutto di rispetto. Se riesci ad entrare nella sua sfera emotiva, se hai un profondo rispetto della sua persona, allora ci sono buone speranze di trasformare l’intervento in un successo. Il rispetto ci vuole con tutti, ma loro lo sentono di più. Hanno bisogno di sentirsi protetti e non presi in giro.
Ti ringrazio moltissimo Federico anche a nome di tutta Vicenza! È stato davvero un piacere sentire il racconto della tua vita che coincide con quello della tua professione e che sono così strettamente connessi con la vita dei vicentini.
Ugo, io e te ci conosciamo da vecchia data, ma presentati al pubblico di VICENZA.COM.
Mi chiamo Ugo Bianco e sono nato a Vicenza nel 1958. Di professione Direttore Artistico e pubblicitario. Diplomato in Grafica, Pubblicità e Fotografia, trascorro gli anni della formazione in Agenzie di pubblicità con il ruolo di visualizer e Junior Art Director.
Ho fondato e diretto per oltre 25 anni la mia realtà Studio Bianco Srl sviluppando corporate e brand identity per notissimi nomi nazionali. Già Presidente di Confcommercio Vicenza per la categoria Agenzie e Studi Pubblicitari, medaglia d’oro della CCIAA Vicenza (1995) per i risultati raggiunti nella professione. Dal 1990 al Duemila creo e sviluppo progetti di marketing turistico e territoriale. Nel 2017 sono stato curatore di “The Glasses Hype”, l’occhiale da ausilio medico ad accessorio fashion; 2018 curatore del “Vintage Eyewear Space” presso la fiera Mido a Milano e del restyling dello storico punto di ristoro dello stadio Menti a Vicenza.
Come esperto di marketing, immagine e comunicazione pubblicitaria, specializzato nella Company heritage di identità visiva e pubblicitaria, nel 2019 sono tra i selezionati per il progetto europeo “Interreg / Artistic” con l’obiettivo di considerare la pubblicità delle aziende venete un Intangible Cultural Heritage (ICH) e così recuperare le pubblicità storiche per nuovi progetti di racconto e comunicazione digitale legati al territorio regionale.
Di recente hai dato vita ad una bella iniziativa che celebra la pubblicità Made in Vicenza. Come ti è venuta l’idea?
Come sai, avendo a lungo collaborato su molti importanti progetti, e come si può leggere dalle note biografiche, sono molti anni che mi interfaccio con aziende private ed enti pubblici sempre con l’intento di essere un cuscinetto in grado di permettere il dialogo costruttivo a mondi per certi versi distantissimi ma che collaborando proficuamente possono liberare energie da spendere per attirare interesse anche turistico ma non solo verso il territorio.
Applico una teoria tipicamente USA dove la presentazione culturale e artistica diventa informazione “spettacolare”. Così ad esempio abbiamo sviluppato la Mostra itinerante “Live! Gli occhiali di Elton John“, o quella non meno interessante dei “Presepi” dove un presepe veniva realizzato in diretta davanti agli occhi dei visitatori da Maestri napoletani o per raccontare i giochi di inizio secolo feci nascere “Giocatolando” coinvolgendo tutto il territorio cadorino con una serie di sfide incociate tra i vari paesi rimettendo in vita giochi dimenticati.. voglio dirti che come è stato detto durante la presentazione di “Dire fare mostrare” questo è nel mio DNA.
Quali sono secondo te le pubblicità vicentine che hanno realmente fatto scuola?
Vicentine non è il termine corretto per catalogarle. Lanerossi, Marzotto e molte altre aziende erano già proiettate in una dimensione internazionale e attiravano i migliori cervelli creativi dell’epoca. Da queste esperienze anche aziende più piccole e locali hanno potuto ispirarsi per migliorare il livello della loro comunicazione, penso alla Boschetti, alla Recoaro, alla Rossi di Asiago, alla Carlotto e molte altre…
E tra i pubblicitari, chi secondo te (esclusi i presenti 🙂 ha inciso più di altri nel tessuto sociale vicentino?
Mi fai una domanda difficile perché ogni professionista deve essere valutato nel contesto anche economico in cui si è trovato ad operare. Qui sono passati i più grandi artisti e cartellonisti italiani e ricordo i vicentini immensi come Achille Beltrame e Otello De Maria poi in tempi più recenti Carlo Geminiani, Gabriele Rossi Molinari e il poliedrico Franco Chiani.
Franco Chiani, pubblicitario e artista (ph. Paola Rosa)
Particolarmente degno di nota (anche se è interista!) Giuliano Caratti che ha sempre mantenuto una potente carica creativa e uno stile rispettoso verso il prodotto da rappresentare.
Che importanza e ruolo ha la pubblicità nel percorso evolutivo di una città?
La gente non ci fa caso ma la pubblicità è uno dei “decori urbani” che ci accompagnano dai muri, ai mezzi pubblici e sbuca nei posti più impensati a volte in maniera invadente e in base alle inserzioni ci fa divertire o irritare comunque contribuendo ad una certa “ aria di casa”. Girando il mondo e osservando le pubblicità riesci a capire il livello culturale del posto: mi ha colpito in Canada a Toronto una serie immensa di pubblicità realizzate con aiuole fiorite, un tempo ne avevamo due proprio di fronte alla stazione, era un bel modo per accogliere il visitatore, un messaggio che va oltre alla semplice rappresentazione di un marchio aziendale.
Se dovessi dare un consiglio da pubblicitario alla tua città, cosa suggeriresti?
Da tempo cerco di suggerire alla Amministrazione di applicare le formule del marketing e della pubblicità al “prodotto Vicenza” come tu stesso hai fatto credo trent’anni fa con un bellissimo video in cui la nostra città era una bellissima donna bisognosa di mettersi davanti allo specchio per osservarsi e rendersi nuovamente attraente.
Detto che l’iniziativa “Dire, Fare, Mostrare” è a mio avvisospettacolare, cosa bolle in pentola? A che sviluppi stai pensando?
In genere mi piace utilizzare la pubblicità che in pochi secondi ti porta in un’ambiente e in periodo storico per raccontare le evoluzioni socio economiche di prodotti e territori utilizzando questa chiave di lettura per realizzare ricerche, libri e mostre anche digitali. Il fine di “Dire fare mostrare” è di creare un data base il più possibile completo e ricco di immagini per un applicativo informatico che stiamo realizzando da oltre tre anni e che ha come finalità di utilizzare la notorietà di un brand o di un imprenditore per attirare interesse e visite del cosiddetto “turista d’impresa” colui che ama andare all’origine di prodotti e produzioni per poi guidarlo verso i numerosi Musei d’impresa e gli Outlet interni delle aziende del territorio. In questo caso l’acquisto e la visita estesa anche al territorio che ospita l’azienda con le sue piccole peculiarità culturali ed enogastronomiche rendono la giornata vicentina del turista d’impresa un’esperienza forte e indimenticabile perché unica.
Grazie Ugo! La tua attività è fondamentale per mantenere una memoria storica di una materia che incide nel tessuto sociale molto più di quanto si possa immaginare... Alle prossime!
Ugo Bianco e Maurizio Sangineto
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