Passa al contenuto principale

LA GLOBALIZZAZIONE DISATTESA

Il nuovo libro di Tiziano Vescovi che analizza i nuovi scenari dell’economia mondiale da una prospettiva inedita. Ce lo racconta l’autore, vicentino e cittadino del mondo.

Tiziano, da autorevole professore universitario quale sei, naturalmente questo non è il tuo primo libro. Quando e come scatta in un professore la voglia o l’esigenza di “codificare” il suo processo formativo?

In realtà ci sono più motivi e tra loro piuttosto diversi.

  1. La necessità di produrre pubblicazioni derivate dalla ricerca, dove le pubblicazioni contano molto nei concorsi e sono fondamentali in ogni passaggio di carriera
  2. La volontà di predisporre un libro di testo per i propri studenti su di argomenti oggetto di insegnamento
  3. Il desiderio di rendere accessibile a un pubblico più vasto temi tecnici di solito discussi solo tra ricercatori, ma utili per comprendere meglio il nostro presente e il nostro futuro attraverso opere di diffusione scientifica

Come è facile comprendere i tre ambiti richiedono linguaggi, dimensioni, approfondimenti diversi, ma nascono sempre dalla stessa radice di ricerca scientifica.

Penso che questi obiettivi siano tutti importanti, ma con impatto sociale diverso. In realtà il terzo motivo è quello che fa uscire il pensiero dai confini riservati agli studiosi e agli studenti e lo propone a un uso sociale. Il libro di cui parliamo appartiene a questa categoria.

Quello del “cross cultural marketing” è un approccio che ti distingue. Nasce da una passione per il viaggio, per una forma di curiosità, per un ragionamento analitico?

Mi fai pensare che in fondo sta nel mio DNA. Mio padre era di Asiago e mia madre di un paesino dell’Aspromonte calabrese. Entrambi hanno saputo affrontare culture veramente diverse come erano negli anni ’50 e in famiglia la diversità culturale è sempre stata un elemento di quotidianità che mi ha arricchito. La curiosità per culture diverse mi ha sempre spinto a viaggiare e a cercare di capire i diversi valori che potevano rappresentare le varie civiltà. Ho trovato questo appassionante. Poi ci sono le coincidenze e gli eventi imprevisti che aprono certe finestre durante la nostra vita e che ci spingono in certe direzioni. La possibilità che il mio lavoro mi ha concesso di studiare i mercati internazionali ha reso tutto più semplice e irresistibile. Quando poi raccontavo quello che avevo scoperto viaggiando vedevo che interessava i miei studenti e i miei colleghi, i manager e gli imprenditori, e in genere molte altre persone. Poi ho sviluppato la convinzione che cercare di comprendere le diverse culture e le ragioni che ne sono motore sia una cosa importante per mille ragioni.

Il libro l’hai scritto a Vicenza, a Venezia o girando il mondo? Da che visuale geografica sei partito?

Il libro l’ho scritto durante il lockdown, quindi ero segregato in casa, ma in questo modo mi sono illuso di continuare a viaggiare. Ovviamente è il frutto dei miei studi, dei miei viaggi, dei miei incontri, delle belle discussioni che ho continuamente avuto con i colleghi con cui ho viaggiato ed esplorato l’oriente.

Il punto di partenza è stata la Cina, che ho visitato per la prima volta nel 2008, quando ancora era semisconosciuta agli studiosi delle materie aziendali e in pieno e tumultuoso sviluppo. L’impatto con una cultura così diversa è stato illuminante, gli effetti sulle opportunità economiche di quel mercato del tutto sorprendenti, gli errori compiuti da parte delle imprese occidentali per ignoranza culturale erano numerosi e imbarazzanti. Ho fatto oltre trenta viaggi in Cina da allora, e purtroppo ora sono tre anni che il Covid19 ha congelato ogni contatto. Poi ho studiato e visitato ovviamente altri paesi che presentano diversità culturali interessanti e sfidanti per le imprese.

Cosa bolle in pentola?

Non sono un mago, e ho la chiara convinzione che fare previsioni conduca in genere a solenni errori. Però la necessità di studiare sempre più le diverse culture appartiene ormai alla nostra normalità. Quando io ero studente di management negli anni ’80 eravamo tutti italiani e il 90% maschi. Ora io insegno management a Ca’ Foscari in una classe dove vi sono 34 nazionalità diverse e il 58% degli studenti è composto da ragazze. Mi sembra che quello che bolle in pentola sia un mondo diverso, in cui le nuove generazioni saranno un motore fortissimo di cambiamento.

Un consiglio che daresti a Vicenza e ai vicentini nell’era del cross cultural marketing?

Semplicemente quello di incrociare costantemente altre culture e arricchirsi di questi contatti, arricchendo a loro volta chi si incontra con il racconto della nostra cultura, cercando i punti comuni. Le differenze incuriosiscono e sorprendono, ma ho sempre scoperto che in ogni rapporto tra culture diverse si trovano alcune radici comuni su cui si costruisce una collaborazione fruttuosa.


Tiziano Vescovi con Maurizio Sangineto



IL LIBRO

Il libro affronta il tema di come le diversità culturali continuino a influenzare i comportamenti di consumo e quindi le strategie di mercato delle imprese riducendo gli effetti della globalizzazione.

Ciò avviene più sottilmente nei paesi culturalmente simili e molto più pro­fondamente nei paesi culturalmente lontani, a dispetto delle teorie sulla glo­balizzazione che recitavano: tutti agiremo nello stesso modo, tutti comprere­mo le stesse cose.

Accanto a nuovi fenomeni di globalizzazione adattata, continua la forza di ogni cultura nel recepire elementi di altre culture, digerirli e renderli coerenti con il pensiero culturale locale.

In più, quelli che le teorie della globalizzazione consideravano paesi o cul­ture che avrebbero necessariamente adottato il modello globale, cioè quello definito dal Washington Consensus, dimostrano di essere la culla di feno­meni opposti, da dove partono addirittura modelli di consumo e prodotti a influenzare i paesi avanzati del Nord America e dell’Europa. Questi paesi agiscono nello stesso modo: accettano e modificano le proposte di prodotto secondo le proprie culture.

La Globalizzazione Disattesa è quindi un processo costantemente esistente nella storia economica, fin dai tempi più antichi, che assume velocità e ricchezze molto elevate per il vorticoso ritmo degli scambi e delle proposte che caratterizza il nostro tempo.

La Globalizzazione disattesa si insinua nella autoreferenzialità culturale che ha caratterizzato le imprese nei mercati internazionali, mettendola in profonda crisi. Il colonialismo economico, più o meno implicito, del secolo scorso si frantuma e segue nuovi modelli di internazionalizzazione.

Il libro parte dalla teoria della globalizzazione e dalla sua fortuna nel pensiero economico-aziendale, poi anche in quello sociale. Successivamente introdu­ce il pensiero cross-culturale e i suoi maggiori protagonisti. Segue la descri­zione dei motivi della globalizzazione disattesa e il nuovo contesto dei merca­ti internazionali, resi imprevedibili dallo sviluppo di economie non previste.

Il libro presenta numerosi esempi, paradossi, successi per caso e insuccessi per presunzione, correzioni, rese, sviluppo di conoscenza, stereotipi ingan­nevoli, rivoluzioni strategiche e apprendimenti inattesi da parte di imprese che si sono confrontate con la globalizzazione disattesa. Gli esempi riguarda­no molti mercati orientali, ma non solo. I mercati più lontani culturalmente offrono chiaramente gli esempi più evidenti.

Si incontrano successi straordinari per ragioni del tutto impreviste, insuc­cessi per tentativi di replicazione tout court di strategie vincenti sui mercati domestici, innovazioni strategiche spinte da culture diverse.

L’approccio utilizzato è quello dello studioso di management che si costrin­ge un po’ antropologo, sorpreso con ingenuità e ricondotto alla riflessione economico-aziendale.

L’autore ha frequentato a lungo i mercati dell’estremo oriente, degli Stati Uniti e dell’Europa per studiarne le caratteristiche cross-culturali.­

L’AUTORE

Tiziano Vescovi è professore ordinario di Economia e gestione delle Imprese nel Dipartimento di Management dell’Università Ca’ Foscari Venezia, dove insegna marketing internazionale: è Direttore della School of Management e Co-Direttore del laboratorio di ricerca International Management to Asia. Visiting Professor presso università europee, statunitensi e cinesi. Dal 2007 è direttore Scientifico della Scuola Librai Italiani di Roma. Suona i fiati in un gruppo progressive rock.

ROBERTO FLOREANI: IL GRANDE ASTRATTISTA “RESISTENTE”

Il celebre artista torna a cimentarsi con la scrittura e lo fa con un nuovo saggio, a tre anni dal precedente Umberto Boccioni. Arte-Vita, finalista al prestigioso Premio Acqui Storia del 2018. L’ho intervistato per voi.

Poche settimane fa hai presentato il tuo nuovo libro Astrazione come Resistenza in sala Palladio a Vicenza. Dopo Mondadori, pubblichi con De Piante, un nuovo editore che sembra avere idee chiare e alta progettualità. La collana I Talenti, inaugurata dal tuo nuovo saggio, così si presenta: Il coraggio di sorprendere.

Credo che un editore di prestigio come Mondadori, per molti versi rilevante anche come penetrazione commerciale, possa essere una conferma all’attendibilità propria ricerca, ma presenta dei limiti nel rispondere con rapidità alle sollecitazioni dall’esterno. De Piante ha tutta l’energia della novità, muovendosi con estrema agilità e offrendo, ad oggi, quattro collane tematiche che coprono esigenze differenti, ma tutte all’insegna dell’estrema qualità di contenuto. Sempre con la prossima iniziativa già nel cassetto.  De Piante sta lanciando inoltre il progetto di Brand Activism Culturale, attivismo che rende la cultura operativa sul territorio, per contrastare l’appiattimento e l’omologazione del pensiero unico; intendendo la cultura in un modo più attivo che mi somiglia molto. La nuova collana che inauguro proporrà in seguito autori molto interessanti, caratterizzati dal desiderio di uscire dal convenzionale, con l’intento di costruire un modo diverso di avvicinarsi alla contemporaneità, evitando di adagiarsi nell’ovvietà del politicamente corretto.

“Astrazione come Resistenza”, sala Palladio – Pal. Bonin Longare, Vicenza

Come hai vissuto la preparazione di Astrazione come Resistenza?

Il saggio dedicato a Boccioni già sapevo che mi sarebbe servito per calarmi poi nella materia più vicina alla mia ricerca pittorica, consapevole anche di quello che questo avrebbe comportato a livello teorico. Non dico che quest’ultimo saggio fosse già previsto, ma sicuramente realizzo oggi un progetto che tengo in serbo da molti anni e di cui il precedente è stato una felice anticipazione, con argomenti comuni ad entrambi.

Il saggio, con un corpus che sfiora le 400 pagine, contiene analisi storiche ma è anche di grande attualità: passi con facilità dalla complessità dei Movimenti del Novecento alla spiritualità, dalla filosofia al sociale; dal mercato dorato degli stilisti, alla riscoperta di artiste determinanti oscurate dalla storia, citando aneddoti insoliti e divertenti. Quando scrivi che l’opera d’arte può veicolare anche un messaggio di natura spirituale, lanci un messaggio importante

Lo sviluppo del testo è chiaro fin dall’indice, dove ogni singolo argomento è ben definito, pur essendo collegato agli altri: connessioni che si scoprono con la lettura. Effettivamente c’è un capitolo, il più esteso del saggio, dedicato proprio alla spiritualità, presente in pressoché tutti i grandi astrattisti, declinata nella Teosofia, nell’Antroposofia, nella Teologia cristiana e anche nella Cabala ebraica. Questo perché credo sia nella natura dell’uomo cercare un nome anche agli argomenti o alle sensazioni che superano la realtà quotidiana e l’Astrazione, in questo, ricopre un ruolo di assoluto rilievo.

Cosa intendi per ruolo sociale dell’artista? È un punto chiave…

L’artista penso debba intendere l’opera come un atto di responsabilità, un crinale che divide il tempo del prima da quello del poi, una testimonianza che l’artista lascia di sé allo scorrere del tempo.

Nell’opera l’artista non mente, mettendosi semplicemente al servizio del mercato come un artigiano, non asseconda la sirena che la cronaca comunica ogni giorno, ossessivamente, con il politicamente corretto. L’artista è il Ribelle di Jünger, l’Indocile di Baudrillard, l’Intempestivo di Nietzsche, l’Uomo differenziato di Evola, l’arte ha sempre guardato al non convenzionale, spesso precorrendo i tempi, risultando il più delle volte scomoda, corrosiva: oggi, in tempi di materialismo sfrenato, dov’è il prezzo a contare e non il valore di quel che si offre, si assiste ad un’improbabile, artificiale  Avanguardia di consenso pilotata dai media e l’artista non può che promuovere una resistenza, auspicando maggiore attenzione all’aspetto interiore, alla qualità, all’autenticità, all’onestà intellettuale. L’Astrazione ha in sé gli anticorpi naturali per resistere, declinati sul versante della spiritualità.

Per l’uscita del libro sono già apparse importanti interviste: in una di queste, su Artribune, Stefano Piantini ti definisce “colto saggista… artista che studia” e posiziona il tuo saggio nel nobile solco degli scritti sull’arte elaborati dagli artisti stessi, per citare i grandissimi Boccioni e Malevič, Kandinskij, fino a Josef Albers, Dorfles, Peter Halley, Anselm Kiefer. Davide Brullo, su Pangea.it, ti cita come uno degli astrattisti di riferimento, il filosofo Luca Siniscalco ti attribuisce un’importante rilevanza teorica: ti aspettavi tale, significativa considerazione?

Fa naturalmente piacere veder riconosciuta la propria professionalità: è anche per questo motivo che poi l’opera dev’essere considerata come autentico atto di responsabilità per l’artista, evocando anche quella resistenza citata espressamente nel titolo del saggio, qualora la situazione generale stia prendendo un andamento del tutto privo di questo presupposto. Anche i grandi artisti di cui parli hanno scritto in periodi di grande difficoltà sociali ed economiche.

Allestimento mostra personale Roberto Floreani alla 53ma Biennale di Venezia, Maggio 2009 (courtesy Archivio Biennale di Venezia)

Vengono riscoperte anche tre artiste, oscurate dalla storia, rivelatesi seminali nello svolgersi del Novecento.

Metto in luce tre personalità, non certo per il vezzo di valorizzare autori sconosciuti, ma per la loro effettiva, rilevante importanza. Hilma af Klint, proto-astrattista d’inizi Novecento, intuisce prima ciò che Kandinskij, Klee e molti altri, raggiungeranno solo alcuni anni dopo. Hilla Rebay inventerà letteralmente la collezione Guggenheim e, di conseguenza, il mercato americano dell’arte, sarà l’artefice del primo museo d’arte contemporanea, ubicato in una ex-concessionaria d’auto a New York e, assecondata da una straordinaria visionarietà, aprirà il sodalizio con il grande architetto Frank Lloyd Wright, per la realizzazione del Guggenheim Museum che ammiriamo ancor oggi. Marianne von Werefkin, da pittrice e teosofa, con il suo salotto a Monaco negli anni ’10, contribuirà a forgiare la nuova generazione di fenomeni di quegli anni. Il tutto nel più assordante silenzio della storia.

Perché cimentarsi, tra gli altri argomenti trattati nel testo, nel racconto della storia dell’Astrazione?

È la mia storia. Jean Baudrillard, uno dei maggiori filosofi e pensatori del Novecento, già esegeta dell’opera di Andy Warhol e non certo un paladino dell’Astrazione, definisce l’Astrattismo come l’unica forma espressiva attendibile del contemporaneo, perché depositaria di una Storia eroica. Un’affermazione molto netta, che assume un significato particolare per chi la eserciti in Italia. Il nostro Paese può rivendicare infatti la rilevante primogenitura della stessa Astrazione con Giacomo Balla, fino ad oggi assegnata impropriamente a Vasilij Kandinskij. Questo non è aspetto marginale o che interessi solo gli addetti ai lavori: dalla data fondativa delle Compenetrazioni iridescenti di Balla del 1912, inizia infatti quella Via italiana all’Astrattismo che attraversa cent’anni, fino ad oggi, con decine di protagonisti di assoluto rilievo. Negli anni, fino ad oggi, in Italia, ogni tendenza in ambito astratto ha avuto necessità di laboriose contestualizzazioni, di complicate interpretazioni, che risultano quindi inutilmente faticose, visto che la scaturigine, in realtà risulta chiarissima.

Mi sembri molto coinvolto da questa contestualizzazione.

Certo, analizzarla nei dettagli ha sicuramente aggiunto chiarezza anche al mio lavoro, che da quella “famiglia” proviene: è stato un rimettere in ordine l’argenteria nella vetrina, dopo quarant’anni di attività.

Ma già nella tua personale alla Biennale di Venezia nel 2009 avevi rivendicato la tua appartenenza tematica astratta con decisione.

La mia ricerca pittorica è sempre stata accompagnata da dichiarazioni d’intenti: l’Astrattismo, di suo, ha sempre goduto, fin dagl’inizi, di un bacino estremamente affezionato, anche se forse più raccolto, più riflessivo. Ma anche per questa attitudine consapevole penso di essere rientrato nelle selezioni delle principali rassegne dedicate a quest’ambito, in questi decenni. Inoltre, in uno scenario internazionale come la Biennale, mi sembrava opportuno ribadire il significato della parola Astrazione, quando, da più parti, si sosteneva che non avesse più rilevanza. Quando tutto diventa confuso anche il messaggio più profondo diventa illeggibile.

Convegno alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, 2008

In diverse parti del saggio, analizzi le motivazioni che portano l’artista a creare l’opera. L’ispirazione esiste?

Oggi penso sia un termine che appartiene più ad un retaggio romantico, che si fa fatica a citare. A dire il vero, ritengo che l’artista venga condotto alla finalizzazione del proprio pensiero nell’opera per ragioni che ignora, seguendo, ad ultima istanza, un’urgenza espressiva, una sorta d’inevitabilità. Per questa ragione anch’io penso che l’ispirazione non esista nei termini in cui viene proposta usualmente. Molti grandi artisti ne hanno negato l’esistenza, Francis Bacon, ad esempio, sostenendo che la motivazione non è il lampo improvviso e incontrollabile, ma lavora, a volte in modo sotterraneo, a volte esplosivo, 24 ore al giorno, in qualunque momento o situazione, spesso inconsciamente.

Paradossalmente, l’artista appartiene all’arte che esprime, come Boccioni aveva già dolorosamente chiarito, definendola, nei suoi Taccuini, come la Gran Madre.

Per questo motivo considero l’arte come autentica espressione salvifica, anche se spesso comprende conseguenze quali l’isolamento, la distanza, la difficoltà a renderla modalità di sostentamento, soprattutto in questo momento storico, votato all’effimero e al materiale. Considerazione che non riguarda solo me: nel saggio dimostro essere condivisa da larghissime, qualificate fasce del pensiero contemporaneo.

Anche se, ad ultima istanza, è anche l’alto prezzo da pagare che avvalora lo spessore esistenziale della ricerca.

Un’ultima annotazione sull’argomento di stretta attualità che riguarda la Crypto Art e i Bitcoin.

L’analisi è strettamente collegata ad un sistema, quello dell’arte, che nella sua parte più sfavillante e milionaria, che definisco Post-Arte, è strettamente collusa con la finanza, da cui ha mutuato le modalità operative, legate più ad una comunicazione planetaria asfissiante e ai meccanismi sofisticati delle Case d’Asta, che non all’effettiva qualità e portata storica delle opere che propone. Opere che, il più delle volte, con l’arte c’entrano solo in parte, appartenendo all’ambito della comunicazione globale, nell’ottica di quella spettacolarizzazione della società evocata dal filosofo Guy Debord, già nel 1967. Quindi è del tutto prevedibile che la finanza stessa prenda il sopravvento, creando un mercato parallelo e difficilmente controllabile dal basso: più operazione finanziaria finalizzata che sostegno reale dell’arte. Le cripto valute, la certificazione blockchain, di fatto un marchio da poter applicare ovunque, anche ad immagini del web a disposizione di miliardi di persone, stanno alla base di questo nuovo scenario.

Lo studio

Ma tutto questo non rappresenta una deriva che privilegia ulteriormente il prezzo sul valore? L’arte che conosciamo, frutto della sensibilità, dell’unicità, dell’originalità dell’artista, riuscirà a sopravvivere?

La cosiddetta “morte dell’arte” è già stata diagnosticata molte volte, in modi differenti, dalla discontinuità propugnata dalle Avanguardie Storiche, alla presentazione della celeberrima e dissacratoria Fontana di Marcel Duchamp nel lontanissimo 1917 (un orinatoio in ceramica reperibile in qualsiasi negozio, posizionato orizzontalmente, con firma di fantasia), fino al celeberrimo Sessantotto, dove esposero in Biennale un giovane Down, seduto su uno sgabello. Nel 2017 è stato già celebrato il centenario della Fontana, eppure decine di migliaia di artisti di tutto il mondo continuano a ritenere l’arte come espressione salvifica da preservare, tra una provocazione e l’altra. Siamo giunti al paradosso della Fine dell’arte contemporanea nel 2017, citata da Francesco Bonami, già uno dei suoi sostenitori più accaniti.

Vale ricordare ai più distratti che la prima operazione concettuale della storia rimane comunque un’opera pittorica astratta del 1915: il Quadrato nero del suprematista russo Kazimir Malevič, ad ulteriore dimostrazione della polivalenza e dell’assoluta rilevanza della ricerca astratta.  

La Crypto Art rimane finanza mascherata, dove l’opera non è che il pretesto per nobilitare una mera, ingentissima circolazione di denaro, troppo spesso di derivazione sospetta.

Basta chiamare le cose con il loro vero nome, altrimenti ci si perde nell’indistinto, dove vale ogni cosa e il suo contrario.

Roberto Floreani, “Prima Materia”, installazione di 5 opere (misure variabili) 2021 (courtesy Collezione De Piante, Busto Arsizio)

A questo punto ti pongo un’altra domanda chiave. Qual è in definitiva, secondo te, il ruolo dell’Astrazione nel contemporaneo?

L’Astrazione gode dell’unicità della sua Storia eroica, procedendo alimentata da una velocità interna, appartata, votata intimamente allo spirituale, apparentemente silenziosa, ma inesorabile e magnifica, connaturata con l’interiorità stessa dell’uomo.

Grazie Roberto e complimenti non solo per questo saggio, ma per il tuo percorso di grande rilievo nell’Arte.

Roberto Florerani, “Alchemica”, 2011 Museo d’Arte Contemporanea M.a.G.a.-Gallarate

JOHNNY NICE, THE BRAVE BIKER.

Vicentino, businessman di successo, ha scelto di lavorare un mese all’anno e di passare gli altri 11 viaggiando per il mondo in moto da solo. L’ho incontrato per conoscere la sua affascinante vita e i segreti del suo successo. E di come sia diventato testimonial ufficiale del mitico brand motociclistico KTM.

Ciao Johnny, tu sei vicentino ma la tua dimensione è internazionale… raccontami di te, partendo dalle tue origini.

Sono in effetti nato in un paesino microscopico dell’alto vicentino, dove ho vissuto la mia gioventù. Mi sono poi spostato per gli studi superiori negli Stati Uniti dopodichè mi sono tuffato nel mondo del business finanziario, collezionando più insuccessi che successi. Cado cento volte ma mi rialzo centouno…

Il che, a detta dei più grandi coach, è il segreto del successo…

Alla fine, infatti, le cose iniziano ad ingranare e riesco a ritagliarmi, verso i quarant’anni, un po’ di spazio per me. La mia passione per il viaggio viene a galla… dapprima in punta di piedi, poi sempre di più, in un crescendo continuo, fino a divenire la mia vera ragione di vita oggi che ne ho cinquanta.

Si, ma sei arrivato al nocciolo attuale un po’ troppo in fretta…

Haha… ho corso un po’…

Si… capisco anche da questo modo di raccontarti che il passato per te conta poco, che la tua passione “brucia” e che vuoi parlare di quella. Ma io vorrei capire un po’ di più su come sei arrivato ad essere l’uomo di successo, lavorativo e personale, che sei. Voglio esplorarti come tu fai con i luoghi dove vai. Come sei arrivato a permetterti questa passione così originale? Alla fine il lusso più grande che possiamo avere in questa società materiale, è la libertà di prenderci il tempo per fare ciò che ci piace.
Raccontami meglio… in quale tipo di business ti eri cimentato, come ci sei arrivato, che cultura serviva, quali sono state le tue doti che ti hanno consentito di arrivare ai traguardi di eccellenza che hai raggiunto?

Ok… riavvolgiamo il nastro… dopo la laurea in Business Administration alla New York University, mi sono dedicato alla finanza e mi sono specializzato in questo ambito. Poi mi sono spostato a Londra dove ho creato la mia società, il mio fondo di investimento ed ho creato le condizioni per prendere le redini della mia vita ed indirizzarla dove volevo io.

A quanto capisco hai vissuto moltissimo all’estero… questo ti ha dato una visione sicuramente più articolata della realtà.

Esatto… vivere all’estero non solo allarga la mente, ma consente di conoscere molte persone influenti. Devi sapere che i luoghi che frequenti e le persone che conosci sono molto più influenti di quello che fai… Poi ad un certo punto qualcosa è cambiato. Io sono sempre stato un viaggiatore, ma un giorno ho “appeso la cravatta” e mi sono messo gli stivali da moto

La moto, quindi era una passione giovanile…

Si, sono sempre andato in moto, sin da ragazzo. La moto ce l’ho nel sangue.

Mai fatto gare?

Mai in vita mia…


Quindi passione pura e basta

Si! Ce l’ho nel DNA.

Ma di che tipo di motociclismo sei appassionato?

Io viaggio con una cosiddetta “Adventure Bike”, una “Maxi Enduro” diciamo. Nel corso degli anni ne ho comprate tantissime… ora ne ho una dozzina, come tu possiedi le tue splendide chitarre…

Una bella collezione… tornando al periodo delle cravatte… una volta al mattino sceglievi quella da abbinare alla giacca, oggi scegli quale moto cavalcare. Un po’ come faccio io con le mie chitarre 😉

Si… ma, come per te, non solo per il piacere di possederle. Il motivo è che per il tipo di uso che ne faccio le mie moto sono soggette a notevole sollecitazione… viaggio quasi sempre “off road”…

Ci risiamo… mi stai già parlando dei tuoi viaggi…
Ma come hai fatto a permettertelo… ripartiamo dal business… Ad un certo punto tu sei un uomo d’affari di successo ma senti l’esigenza di staccare la spina, perlomeno parzialmente… che molla è scattata? Cos’è il viaggio per te?

Innanzitutto, mai confondere il viaggio con la vacanza… La vacanza è quando hai una data di ritorno. Il viaggio è quando NON hai una data di ritorno.

Fantastico! Bellissima spiegazione. Grande differenza…

Certamente io non faccio il turista. Viaggio liberamente. Mi piace andare nei villaggi più dispersi possibile. Vado fuori strada, nei sentieri più reconditi, nelle mulattiere… Dormo quasi sempre in sacco a pelo, sotto le stelle.

So che hai fatto viaggi straordinari che sono documentati nel tuo blog, con foto bellissime. Devo dire che un pochino di invidia la fanno suscitare… Vedere questo senso di libertà radicale, declinato nelle latitudini più disparate, dal tramonto all’alba, con tutti gli scenari di paesaggio, è davvero qualcosa di entusiasmante. Si capisce che lo fai per tuo piacere personale. Ma io colgo anche una sorta di “mission”… la volontà di indicare agli altri un modello di vita, una strada da imboccare in senso metaforico.

Io credo che se hai un’audience anche di solo 10 persone, hai comunque la possibilità di influenzare qualcuno positivamente. Questo è un po’ quello che sto facendo io.

Dare l’esempio e dei messaggi positivi affinché le persone possano inseguire e realizzare i propri sogni. Per me è viaggiare in moto nel modo in cui viaggio io, andando a conoscere realmente le persone del posto, capire le culture locali… Ho avuto la possibilità di conoscere 72 paesi finora, facendo una grande esperienza di vita.
Il mio messaggio principale, di ispirazione per gli altri, è quello di essere finanziariamente e mentalmente liberi, fisicamente in forma, di viaggiare, di praticare uno sport… insomma, di “vivere” realmente, non vegetare.

Naturalmente tu non vai in hotel quando viaggi…

Mi capita raramente infatti. Io ho la mia tenda… vivo in moto.

Questo è fantastico… ho visto una tua foto meravigliosa con la tua tenda isolata davanti al mare e tu che mediti vicino alle onde. Mi sono chiesto cosa ti possa essere passato in quel momento nella mente… un privilegio davvero esclusivo.

Io viaggio da solo. Generalmente dopo la terza settimana, cambia qualcosa dentro di te… credo anche dal punto di vista biologico. Hai un approccio diverso… cominci a parlarti da solo, cominci a capire di più le tue paure, ti conosci di più. Credo che le persone non si conoscano realmente perché viviamo nell’era delle distrazioni. Non abbiamo mai un appuntamento con noi stessi durante la giornata. Un momento in cui ci fermiamo e dedichiamo un quarto d’ora a pensare. È impossibile, perché c’è sempre uno squillo, una mail, un messaggio, il campanello, una sollecitazione visiva o sonora.

Viviamo in un’epoca che ci avvolge di distrazioni. Viaggiando da solo, dopo un po’ di giorni sei costretto a pensare a te e basta e a conoscerti. E’ chiaro che vai nei villaggi e conosci altre persone che ti invitano a casa loro, a feste ed eventi, incontri altri motociclisti, ma per la maggior parte del tempo sei totalmente solo e sei costretto a fare la tua conoscenza. Questa è una delle cose migliori del viaggiare da soli. Conosci il tuo corpo, i tuoi limiti, le tue paure, i tuoi desideri.

Fantastico! Immagino che durante questi viaggi avrai incontrato anche persone interessanti.

Si, mi è capitato di conoscere persone incredibili, persone straordinarie, trasversalmente di ogni ceto sociale, età e religione.

Come si rapportano con te che piombi letteralmente, come una sorta di UFO, nella loro tranquilla esistenza.

Generalmente c’è una grandissima curiosità verso il moto-viaggiatore solitario. Ti faccio un’esempio: arrivando in Sud America nei villaggi della Bolivia Amazzonica, oppure in Brasile, in posti dove non hanno mai visto uno con la moto così colorata, carico di bagagli, con il casco e bardato di tutto punto, ti guardano semplicemente come un UFO.

Però mi è capitato anche di conoscere altri moto-viaggiatori, ciascuno con una storia tutta sua alle spalle. Ho conosciuto ad esempio un ragazzo che non si sentiva molto a suo agio con la famiglia e ha detto alla moglie la classica frase “esco a prendere le sigarette”, ed era via da 5 anni.

O una coppia che vive in barca da vent’anni… o ancora una coppia che vive in una casa su ruote e gira il mondo così. Viaggiatori di ogni tipo. Anche molti che lavorano su piattaforme web come free lancers, dove mettono i loro profili e gli vengono affidati lavori mentre viaggiano nei posti più disparati del mondo. Ragazzi che si mantengono facendo gli ingegneri informatici online, sempre viaggiando.

Si, conosco bene il fenomeno… hanno anche un nome… sono i “Digital Nomades” (nomadi digitali)… segno dei tempi anche questo…

Esattamente!

Penso che questo sia un bagaglio di esperienze di vita vissuta che ti porterai sempre dentro. Ma tornando al tema della moto, tu hai scelto non solo un tipo di moto, adatta a questo tipo di mobilità fuori strada, ma anche una marca in particolare… che probabilmente rientra fra i miti della tua giovinezza. E so che sei stato anche premiato per questa scelta tecnico-affettiva.

Si. È la KTM, una moto che ho sempre ammirato e usato. A quattordici anni la desideravo ma non me la potevo permettere e ho dovuto ripiegare su un modesto Ciao Piaggio, con cui ho fatto il mio primo viaggio.

Haha! Il che la dice lunga…

Oggi viaggio con KTM.  Ne ho vari modelli e tutte personalizzate.

È vero che ne hai una in ogni posto dove vai, più o meno?

Beh si… le lascio nei posti chiave, per comodità, così le trovo dove mi servono. Di recente ne è arrivata una speciale dall’Austria.

Raccontami bene… è la “notiziona” che voglio divulgare…

E’ un grande momento per me, perché sono stato contattato direttamente dal quartier generale della KTM in Austria e sono stato nominato loro “Ambassador” per quel modello di moto che io uso. Quindi continuerò a viaggiare in solitaria alla mia maniera, però sarò anche supportato, con la logistica, la meccanica e tutto ciò che ruota attorno, da uno dei più grandi brand del motociclismo mondiale.

Congratulazioni! Non credo proprio sia una cosa che fanno con tutti i loro fan…

In realtà ne scelgono uno. Il fatto che abbiano scelto me, in mezzo a migliaia nel mondo che utilizzano questa moto come me significa che evidentemente hanno riscontrato nella mia modalità d’uso della loro moto qualcosa di speciale che vale la pena di raccontare pubblicamente.

Il motivo che li ha indotti a sceglierti come Ambassador ufficiale secondo te qual è stato?

Sicuramente l’autenticità. Cercavano qualcuno con una storia da raccontare, autenticamente moto-viaggiatore, appassionato della loro moto e che personificasse quella che è un po’ la filosofia KTM. Una moto “wild”, estremamente potente, fatta per i fuori strada, per le lunghe distanze, adatta per utenti “coraggiosi”.

Non a caso il tuo nick name è “The Brave Biker”… Penso che loro abbiamo colto proprio questo spirito coraggioso nel viaggiare in solitaria. Se no non ti avrebbero scelto tra migliaia.

Esatto.

Penso che abbiano apprezzato soprattutto la tua storia… la tua capacità di staccare a comando dal business mettendo al primo posto la voglia di conoscere e di respirare la libertà a cavallo di due ruote potenti. Tu non lo fai per scappare, come altri che hai incontrato. Tu lo fai per conoscere l’umanità. Come un esploratore.

Penso sia proprio questa la ragione. Ma permettimi di fare un approfondimento… noi tutti viviamo di unità di misura, di codici socialmente riconosciuti. Io credo che abbiamo un po’ tutti peso di vista il fatto che l’unità vera di misura per noi sia il Tempo.

Certo!

Noi siamo come degli yogurt. Solo che lo yogurt riporta scritta la sua data di scadenza. Noi ce l’abbiamo ma non lo sappiamo, il che è peggio perché vuol dire non rendersi conto dell’importanza di sfruttare ogni singolo momento a disposizione per vivere un’emozione, per conoscere, per esplorare. Vivere appieno il tempo che ci è dato a disposizione è il segreto. Chiaro che non lo puoi fare se non sei minimamente libero anche finanziariamente. Ma il fatto che io ci sia riuscito è la prova che si può fare.

Il tuo è un caso davvero interessante. Ci si potrebbe scrivere un libro. Saresti un soggetto ideale.

Chissà… mai dire mai. È nella mia lista…

Chiudiamo questa bella intervista con due cose…
Uno. Che consigli vuoi dare ai giovani che in questo momento si trovano nelle condizioni in cui eri tu da ragazzo, ovvero pieno di sogni e desideri ma senza mezzi.

Consiglio di non perdere tempo, di non cazzeggiare… Io l’ho fatto. Sono un ex cazzeggiatore professionista, cintura nera di fallimenti. Quindi non perdete tempo. Fate pure errori, perché gli errori insegnano più delle vittorie, ma non buttate via il bene più prezioso che ci è dato di possedere: il tempo.
Non abbiate paura. Le paure vanno affrontate e solo così si impara a superarle.
E poi consiglio di non prendere la più terribile malattia che sta facendo danni nel mondo che non è il Covid, ma il conformismo. Non seguite quelli che sono i dettati dei media e della società. Se vuoi ottenere dei risultati che pochi ottengono devi fare quello che pochi fanno.

Mi hai detto una frase iconica a proposito di quando uno può considerarsi ricco…

Che sei ricco quando guadagni mentre dormi.
Il concetto è quello di non lavorare per il denaro ma fare in modo che il denaro lavori per te. Se tu devi andare a fare una cosa per guadagnare dei soldi, tu hai “un lavoro”. Può essere magari pagato bene, anche strapagato, ma hai un lavoro. Devi andare a lavorare per ottenere la tua remunerazione. Quindi non puoi fare altro.
Se tu invece guadagni mentre dormi allora non hai più un lavoro, hai un business.
Tra l’altro è superato il concetto che per essere ricco devi avere una certa quantità di denaro. Questa soglia è davvero soggettiva. La vera ricchezza sta nel fatto di poter guadagnare automaticamente quel tanto che ti serve per fare la vita dei tuoi sogni.  Molti dei viaggiatori che ho conosciuto facevano esattamente questo, ma in assenza totale di lusso per come molti erroneamente lo intendono.

Jonny Girardi businessman

A proposito di dormire… chiudiamo con il tuo sogno nel cassetto, se ne hai uno…

Nel cassetto non ho sogni ma solo calzini… haha… Devo dire che i vari sogni che avevo nel cassetto, sin da giovane, li ho realizzati via via tutti.
Il mio obiettivo massimo ora è quello di riuscire a vivere almeno cent’anni. Sono solo a metà strada.

Questo tuo progetto, che ci accomuna, mi dà lo spunto per aprire un tema che mi sta a cuore e che meriterebbe un approfondimento più rilevante: lo stile di vita, cioè alimentazione e movimento, per tenere in forma la “moto” che è il nostro corpo.

Esatto! Da lì parte tutto. Io sono molto attento a questo aspetto, perché se no non potrei fare quello che faccio. I viaggi che faccio io mettono il fisico e la mente a dura prova. Ti spiego… salire in moto e stare su un nastro di asfalto sono capaci tutti. Conosco gente con la panza che viaggia il mondo in moto. Lo fa chiunque. Quando sono stanchi mangiano al ristorante o dormono in hotel lungo la strada. Poi al mattino ripartono. Livello avventura “zero”.
Appena metti le ruote fuori dall’asfalto e cominci a fare i guadi o le mulattiere larghe pochi centimetri arroccate sulle montagne rischiando seriamente se ti distrai, lì comincia il vero viaggio. E lì necessiti di un fisico sano e di una mente lucida, perché la moto è pesante oltre che potente. Avrei mille aneddoti di cose che mi sono successe in queste condizioni estreme in tanti anni. Incidenti e disavventure, da cui sono sempre fortunatamente uscito bene.  Ma perché però in perfetta forma fisica.

Tenere in perfetta forma il proprio fisico è quindi l’altro segreto, dopo quello della libertà finanziaria.


Se non sei fisicamente a posto i viaggi come quelli che faccio io non li puoi nemmeno iniziare. Ho conosciuto persone che ci hanno provato, ma dopo una settimana hanno mollato. Troppo dura.

Capisco che non sia da tutti…

Il problema è che cadi ogni giorno. E le cadute fanno male. Devi saper gestire il dolore e il disagio. Fai continuamente dislivelli, a volte di migliaia di metri in altitudine. Se non sei disposto a sopportare tutto, anche se hai il fisico perfetto, non fai tanta strada.

Verrebbe da dire “ma chi te la fa fare”?

Ho la competizione con me stesso nel sangue. Non riesco a smettere. Ma è bellissimo. È davvero bellissimo.

Quindi è una sfida di vita. Ma probabilmente è quello che poi alla fine ti dà più gioia perché è quello che dà il senso alla tua vita.

Complimenti sinceri. Sei un vero “brave biker”.

Per chi vuole seguire le imprese di Johnny The Brave Biker:
website: https://www.thebravebiker.com
blog: https://www.thebravebiker.com/the-brave-blog

Johnny Nice con Maurizio Sangineto SANGY

#theBraveBiker #VICENZA #SANGY #MaurizioSangineto #KTM #motoadventure #viaggi #vicentini #VicenzaPeople

ELISABETTA MAISTRELLO. L’IDEATRICE DELL’ARTE DA INDOSSARE.

Una vicentina con un passato da orafa in una famiglia di orafi, che ha saputo trovare la forza e gli stimoli per fare il grande salto nel mondo dell’arte, dove si è ritagliata un suo spazio originale e apprezzato. Tutto declinato al femminile. Vi racconto la sua storia.

Ciao Elisabetta, come sai sono attento alle eccellenze di questa città e secondo me tu ne hai pieno titolo. Raccontaci la tua esperienza e il tuo percorso. Come hai iniziato e come sei arrivata a creare questo innovativo format artistico, l’Arte da indossare.

Sono nata a Vicenza, in una famiglia di orafi. Un binomio comune a tantissimi vicentini, perché questo settore ha rappresentato per molti anni il vero traino di un’intera economia. Non potevo quindi che fare lo stesso percorso della mia famiglia divenendo orafa anch’io a tutti gli effetti.

Però non era una cosa che sentissi veramente mia, a parte la fase della creazione dei gioielli in sè. Mi pesavano tutti quegli aspetti macchinosi, nel vero senso della parola, che assorbivano la quasi totalità del tempo e delle energie e che determinavano una produzione industriale di pezzi tutti uguali.

Ad un certo punto, visto che il lavoro non mi gratificava dal punto di vista creativo, ho iniziato a dipingere. O meglio, a riprendere l’attitudine che da bambina mi aveva portato a disegnare. Essendo immersa nel processo lavorativo, non ho potuto seguire gli studi artistici convenzionali, ma ho preso lezioni private da alcuni maestri vicentini e mi sono fatta la classica gavetta. Uno di questi era Vincenzo Orsoleo, purtroppo scomparso, che mi ha insegnato la cosa principale e più difficile nella pittura, ovvero come affrontare una tela bianca.


Poi ho proseguito i miei studi con un artista contemporaneo dell’iperrealismo, Luigi Pellanda, con cui ho imparato fondamentalmente tecnica. Mi è servita, ma poi ho capito che non era nelle mie corde… io sono molto istintiva, che va a getto, esplosiva. Ho così dato vita ad un percorso artistico che ho definito “eccentrismo cromatico”, ovvero questi volti molto colorati, soprattutto femminili.

Elisabetta Maistrello con uno dei suoi dipinti


Bello questo concetto di “eccentrismo cromatico” … Ma solo volti femminili? E perché?


Non c’è una motivazione razionale. Una cosa che sento dentro è proprio il volto femminile e sinceramente non voglio nemmeno dare una spiegazione vera e propria perché fa semplicemente parte della mia cifra artistica. Forse perché sono donna io stessa ed esprimo così l’emozionalità del genere femminile. È proprio un “urlo”. Forse una ricerca di me stessa.
E quando ho provato ad esplorare altri territori e soggetti artistici sono poi sempre rientrata in questa mia zona di comfort che è il volto femminile.

Ho anche studiato il perché senza darmi una risposta precisa. Le più autorevoli teorie in ambito artistico affermano che qualsiasi soggetto che l’artista decida di affrontare, sta comunque sempre ritraendo se stesso. Un pittore che ritrae un paesaggio all’aperto, se ha deciso di scegliere quel preciso posto, quell’angolazione, quella luce e quella stagione in sostanza sta ritraendo se stesso.
Forse è così. Forse sono alla continua ricerca di me stessa.
Volti maschili comunque ne dipingo, ma solo su commissione.


In un certo senso io ti vedo come ambasciatrice di un mondo, quello femminile, che ha bisogno di comunicare verso l’esterno in maniera emozionale. E i tuoi dipinti portano in primo piano non solo la bellezza, ma il carattere delle donne.


Forse inconsciamente è così… ma non lo so. Dici che dovrei farmi analizzare? (ride…)

Beh, a Vicenza abbiamo ottimi specialisti… (rido anch’io)
Scherzi a parte, nel campo dell’arte specializzarsi è fondamentale. Diversamente non si viene riconosciuti.
Prendi Botero… i suoi personaggi di taglia XXL sono il suo marchio di fabbrica.

Si, io oggi sono conosciuta per la pittrice dell’eccentrismo cromatico nei volti femminili.

Elisabetta Maistrello nel suo laboratorio

Ma spiegami come sei arrivata a capire che l’arte, questa tua arte, era la tua nuova professione dopo il percorso orafo in famiglia che ha rivestito una certa rilevanza nella tua formazione personale e professionale. Ad un certo punto ti sei detta “ecco questo è il mio lavoro”. Quando e come è successo? Un bel giorno è successo qualcosa e hai detto basta, cambio vita o è stato un percorso graduale?

Assolutamente è successo qualcosa che mi ha indotto a cambiare vita. Circa dieci anni fa ho preso atto che il mondo lavorativo nel quale ero cresciuta stava in qualche modo scricchiolando e quel modello di successo a cui eravamo abituati noi vicentini, soprattutto orafi, aveva iniziato un processo involutivo. Da quindici dipendenti che avevamo in azienda ci siamo ritrovati in tre.
A quel punto ho capito che bisognava guardarsi intorno perché lo scenario lavorativo non era roseo. Fatalità, proprio in quel periodo così difficile, mi è capitato di trovare l’uomo della mia vita.  E così ho fatto due più due e ho cambiato vita, abbracciando i miei due grandi amori. Quello personale e quello artistico.

Bene o male l’esperienza acquisita in tanti anni di attività imprenditoriale mi consentiva di partire con quel minimo di capacità produttiva, anche se in un ambito diverso. Il che mi ha consentito sin da subito di partire con il piede giusto per vivere di arte.

Quindi hai iniziato subito a fare mostre?

Certo. Mi appoggio a delle gallerie, come ad esempio Fondazione Mazzoleni di Bergamo.

Elisabetta Maistrello con il gallerista Mario Mazzoleni

Beh, una realtà prestigiosa in Italia…complimenti.

Proprio con questa galleria ho partecipato nel 2020 ad una importante collettiva di artisti contemporanei dedicata ad Andy Warhol. La sua iconica versione di Marylin Monroe mi ha molto influenzata, proprio per il soggetto di volto femminile rielaborato con il colore.

Parteciperò a Settembre 2021 ad un’altro prestigioso evento organizzato da Fondazione Mazzoleni, stavolta nel magico scenario di Venezia, intitolato “Venice StArt”, dove saranno presenti altri artisti selezionati in ambito Pop Art e arte contemporanea.

DIpinto di Elisabetta Maistrello alla mostra su Andy Warhol

Beh, qui da me la Pop Art è di casa…

Nel tuo studio è tutto arte.

Grazie.

Io l’arte classica la ammiro e la rispetto, ma non mi emoziona quanto quella contemporanea, specie quella Pop e la Street. Sono anche stata invitata ad esporre a Roma al Museo Crocetti, che mi fa onore.

Dipinto di Elisabetta Masitrello battuto all’asta

E poi sono presente regolarmente negli stand di varie gallerie alle fiere d’arte, come quella di Milano dove non è semplice essere ammessi, o ad Arte Padova, che è molto quotata, o ancora in altre all’estero sempre ospite di galleristi che apprezzano i miei lavori.

le T-shirt dipinte da Elisabetta Maistrello

Ecco questa è la cosa che mi interessa particolarmente raccontare del tuo percorso. Ho visto nei social che hai recentemente dato vita questa diversa modalità di espressione artistica, dove il supporto non è più la classica tela incorniciata, ma una maglietta bianca. Come ci sei arrivata ed in cosa consiste esattamente l’Arte da indossare?

Dire che è una T-shirt è un po’ riduttivo, però il supporto è quello. Ma a differenza di tutte le magliette con immagini anche magari belle, ma stampate e prodotte in serie, le mie sono veri e propri dipinti eseguiti a mano, ciascuno diverso e unico. Quella determinata immagine non la ripeto in nessun’altra maglietta né taglia. Per questo si possono definire Arte da indossare.

Elisabetta Maistrello “Arte da indossare”

In effetti a prima vista, se viste indossate, queste opere potrebbero sembrare semplicemente belle magliette prodotte in serie.

Si, pensa che ad un mio post nei social, dove avevo ricevuto moltissimi likes, un utente, ignaro del progetto, mi ha scritto “Ma cosa c’è di così eclatante in una maglietta fatta in serie?”. Quando gli ho risposto spiegandogli che l’avevo dipinta a mano si è scusato e mi ha fatto anche lui i complimenti.

La differenza con altre magliette, anche dipinte a mano, è che la mia è un’opera certificata, numerata autenticata in originale e che volendo si può anche incorniciare. C’è chi l’ha fatto anziché indossarla. Lascio alla sensibilità individuale scegliere che uso farne.

Io propendo per l’utilizzo, perché è un concetto che apre un nuovo scenario nei linguaggi dell’Arte. Così come Andy Warhol, passami il paragone un po’ azzardato, è riuscito a cambiare la modalità dell’espressione artistica prendendo dalla vita quotidiana un normalissimo barattolo di pelati e mettendolo in cornice, tu stai facendo un’operazione per certi versi analoga. Tu prendi uno degli oggetti più comuni come una maglietta bianca e la fai diventare un’opera d’arte. Sposti la collocazione dell’opera dalla parete al corpo delle persone. E soprattutto, gli dai il movimento!
Che è la vera novità. L’opera non è appesa e quindi statica, ma si muove con il suo acquirente, diventandone parte integrante. Il che non è l’Arte cinetica, dove l’arte è sempre appesa al muro e si muove in maniera virtuale. Qui opera e proprietario dell’opera generano insieme una nuova opera, sommatoria dei due, che gira per le strade in una sorta di “mostra cinetica itinerante”. Davvero interessante. Un’evoluzione della Street Art.

Io la definisco “Arte in movimento”.

Questa tua definizione mi piace molto e corrisponde a quello che avviene realmente.

Questo è quello che succede perché non si può camminare portandosi tutto il giorno un quadro a mano, ma con le tue opere su T-shirt si può… Questo consente di usare il termine “contemporaneo” a pieno titolo perché l’opera diventa parte integrante della vita mentre essa stessa si svolge. Il fatto che si pieghi, si usuri un po’ lavandola, si sgualcisca o rovini casualmente, la rende davvero “contemporanea” e la evolve continuamente.
Allora poi voglio provare!

Certo ti ho portato una delle mie opere su maglietta proprio per questo. (sorride)

A parte usarmi come modello/testimonial d’eccezione (rido) come vuoi promuovere questa iniziativa e dove la vuoi lanciare? Si tratta di un’idea “one shot” o vuoi farne una tua cifra stilistica? Hai trovato casualmente la tua vera strada?

Ancora… non lo so con precisione. So solo che è un progetto che sta avendo molti consensi e che sicuramente porterò avanti.

Se posso darti un consiglio l’unica cosa che devi ancora fare, ed è fondamentale, devi codificarla.

Lo farò certamente. Grazie del consiglio.

Ultima domanda… E a Vicenza cosa vuoi fare? Che programmi hai per la tua città? Non hai mai fatto niente qui?

Apri una nota dolente. Sono vicentina, ma nella mia città ho trovato poca apertura. Mi sa che è proprio vero il detto “nemo propheta in patria”… Però quando ho presentato l’iniziativa delle magliette d’artista, nel giro di venti minuti sono andate esaurite. Segno che chi ama l’arte e la bellezza non guarda la provenienza dell’artista.

Probabilmente è arrivato adesso il momento giusto. Sono certo che questa intervista ti abbia messo nella giusta luce e risalto che meriti. Magari finalmente succederà che anche nella tua città si accorgano del tuo talento.
Complimenti Elisabetta!

Elisabetta Maistrello con Maurizio Sangineto

AMATORI… DEL DESIGN!

Luisa Amatori è il punto di riferimento a Vicenza per chi ama il design, l’arte e la bellezza declinati nelle forme e nei materiali. Il suo atelier nel cuore di Vicenza pulsa di attività sempre interessanti e coinvolgenti.
Per lei “il design è l’anima delle cose”. L’ho incontrata per sapere come ha elaborato questo affascinante pensiero.

Ciao Luisa, io e te ci conosciamo da tempo, ma presentati ai lettori di VICENZA.COM.

Sono nata a Thiene nel 1965. I miei studi secondari gli ho trascorsi al Liceo Artistico di Nove, dove ho avuto splendide opportunità di conoscenze e applicazioni nel mondo ceramico, nell’arredamento e nel mobile. In questo contesto ho avuto anche l’occasione d’intraprendere un interessante percorso raccogliendo infinite informazioni riguardo le arti figurative, l’architettura, l’ambiente, il design e la grafica.

Successivamente mi sono iscritta alla Facoltà di Architettura di Venezia, attratta ovviamente da tutti quei corsi di storia, di filosofia, di arredamento, di composizione architettonica che mi hanno fornito un importantissimo substrato di conoscenze tematiche ed inesauribili spunti per il futuro.

Nel 1991 mi viene offerta l’opportunità di prendere le redini dell’atelier di famiglia a Vicenza. L’IDEA, questo il nome dell’atelier, era nato da un sogno che mio padre, Francesco Amatori assieme ad un caro amico avevano voluto concretizzare. Doveva essere un luogo intimo e speciale, quasi il salotto di casa, dove accogliere amici e conoscenti per proporre loro oggetti di design semplici ma sofisticati.

L’atelier L’Idea di Luisa Amatori, nel cuore di Vicenza

Un’occasione che ho colto al volo iniziando una straordinaria esperienza che mi ha consentito di imparare il mestiere al livello più elevato. L’atelier è stato infatti negli anni il punto di riferimento di guru del design come Alessandro Mendini, Dino Gavina, Kazuide Takahama, Ettore Sottsass, solo per citarne alcuni.

Alessandro Mendini nell’Atelier Amatori

Ma qui, oltre al mestiere ho imparato anche la cosa più importante: entrare in empatia con le persone! Ho imparato ad osservare i piccoli gesti e le parole, a volte solo sussurrate, per capire le necessità delle persone e poter poi intercettare i loro desideri. Solo così si riesce a trasformare una normale esperienza di acquisto in una storia da raccontare attraverso mobili e oggetti.

Mi sono infatti resa conto che oltre alla ricerca e alla raccolta di idee, la curiosità può essere una carta vincente. Una dote che mi ha consentito di spaziare dalle mostre d’arte e di design, alla semplice osservazione del mondo che ci circonda, alla ricerca di immagini.

Giorno dopo giorno si è stratificata in me la consapevolezza di fare il lavoro più bello del mondo.

E così, in un vortice che mi ha assorbita totalmente in questi 30 anni, ho iniziato a selezionare nel panorama nazionale e internazionale brand più affermati, abbinandoli ad aziende locali, per creare un mix molto personale di soluzioni per arredare casa o l’ufficio.

Sono orgogliosa di aver potuto collaborare e portare a Vicenza marche prestigiose come Alessi, Alma Design, Artek, Cristal Saint Louis, Ercuis, Haviland, Hermès, Fontana Arte, Kosta Boda, Kpm, Karman,Kartell, Georg Jensen, Gianmaria Buccellati, Ghidini 1961, Gien, Ittala, Joko Domus, La Tavola, Lenox, Memphis, Montana, Nason & Moretti, Opinion Ciatti, Orrefors, Puiforcat, Raynaud, Riedel, Royal Copenaghen, Rotaliana, Sitia, Seletti, Stilnovo, Venini, Vitra… e la lista potrebbe continuare.

Qual è secondo te l’oggetto o l’arredo che non dovrebbe mai mancare in una casa o in uno studio professionale oggi.

Domanda veramente inusuale. In verità non credo si debba, o meglio, si possa scegliere un unico oggetto iconico. Ci sono però oggetti di design, che sono entrati nell’immaginario di tutti perché’ fin da bambini li abbiamo visti in TV, nei film, oppure nei fumetti.

Mi riferisco al televisore cubico di Brionvega, ad esempio, oppure la lampada Arco di Flos, la sedia Panton o la comodissima poltrona Lounge chair and Ottoman di Charles e Ray Eames prodotte da Vitra, ma potrei citarne tantissimi altri. Possedere alcuni di questi oggetti iconici può fare la differenza in un ambiente, perché si va ben oltre la funzionalità.

Raccontaci dei tuoi rapporti con il design. È tutto amore o anche causa di qualche conflitto?

Infinito amore! Il design mi ha da sempre aiutato a sviluppare la creatività, rendendola viva e tangibile. Sono perennemente attratta dal bello assoluto, non solo quello degli oggetti, dei complementi o degli interior, ma soprattutto da quel bello che si cela nei materiali, nei tessuti, nelle texture, nelle forme e nei dettagli.

Non ne faccio solo un fattore meramente estetico. Per me il design è anche l’anima delle cose.

Luisa Amatori nel suo atelier

Quello che dico spesso, e che ripeto con insistenza come fosse un mantra, è che circondati di bellezza si possa vivere meglio! Si è più produttivi sul lavoro, più sereni a casa, più civili in uno spazio pubblico. Non è solo un fattore estetico, per l’appunto, ma è un modo di intendere la vita. La tecnologia permea e muta le nostre abitudini, ma il design ha la capacità di renderci parte attiva di questa rivoluzione e non piccole macchine impassibili e ricettive.

Molto interessante questa chiave di lettura della tecnologia piegata al design. In un mondo governato dalle multinazionali hi tech e del web, questo lascia almeno un po’ di speranza. Ma in questo senso, quando si deve scegliere un oggetto di design, è solo una questione di prezzo? Della serie, più spendi e meglio spendi, oppure si possono fare buoni affari usando il proprio gusto?

Credo fermamente nel Design originale, intendendo con questo il prodotto pensato, progettato e realizzato da quelle grandi aziende che ho citato e che ne hanno fatto la storia. Ovviamente attraverso il buon gusto, che alcune persone hanno innato, si possono fare ottimi acquisti, mixando oggetti semplici e poco costosi ad oggetti iconici.

Per quelli che questa dote non ce l’hanno, attraverso l’esperienza di ascolto che ho acquisito negli anni, cerco di essere un buon consigliere.

Luisa Amatori con Bruna Lanza e Chiara Carli

A questo proposito, come si rapportano i vicentini con il design? Sono consapevoli della sua importanza? Vanno solo a “firme” o capiscono di “forme”?

In questi trent’anni d’attività ho verificato in prima persona una consapevolezza nuova da parte dei vicentini, dovuta ad esempio ad una ricerca sempre più facile da eseguire autonomamente, soprattutto con internet. Ma mi sono accorta che in questa evoluzione molti desiderano essere guidati dall’esperienza di una figura professionale seria e competente. Spesso mi sono immedesimata nella figura del “Personal Shopper” slegata da miei interessi commerciali.

I vicentini amano quindi farsi guidare in questo percorso.

Decisamente!  Soprattutto quando si tratta di regali di Natale, cadeau di nozze, omaggi di ogni tipologia e per tutte le occasioni, dalle più importanti a quelle più leggere. Pensa che negli ultimi 15 anni ho tenuto per i miei clienti un archivio annuale in modo da consentirgli di non ripetere lo stesso regalo l’anno successivo e fare sempre bella figura.

Sei la titolare di uno dei più apprezzati negozi di arredo-design di Vicenza, con una storia esemplare alle spalle. Ma come vedi oggi il ruolo del negozio nell’era del web?

Il futuro forse ci costringerà sempre di più a rimanere a casa, magari lavorando in smart working, ma penso che sia assolutamente necessario fare molta attenzione alle proposte trovate nel web. Da addetta ai lavori vedo girare tante chimere tecnologiche e mi preoccupo per chi, non avendo tutte le informazioni che ho raccolto io in tanti anni di lavoro sul campo, le prende per buone. Il consiglio che posso dare è quello di farsi sempre consigliare, specie se si tratta di oggetti di design di un certo valore. L’errore è dietro l’angolo.

Nel tuo atelier dai regolarmente spazio ad artisti e designer. Qual è l’esperienza che ti ha dato maggiori soddisfazioni?

ASSOLUTAMENTE TUTTE! Non potrei più ragionare in termini di solo “negozio”.
Nel 2012, supportata dalla presenza di mio marito Sotirios Papadopulos,  Architetto, Artista, Designer e Production Designer, ho iniziato un percorso aggiuntivo a quello puramente commerciale, dove L’Arte, in tutte le sue diverse forme, potesse coesistere con il Design. Una formula che nei paesi nordici esiste da una trentina d’anni dalla quale prendiamo spesso inspirazione.

Luisa Amatori con Sotirios Papadopulos

 Parlaci di qualcuna di queste esperienze di commistione tra Arte e Design.

Ho concluso l’anno appena passato e aperto l’atelier nel 2021 con una splendida esposizione dedicata alla Collezione “FLORA” di Carlo Dal Bianco per Matteo Pala. Flora è un mondo che fiorisce, è la primavera, è la nuova vita. Una collezione che esalta la bellezza dei fiori e le infinite sfumature di colore della natura. Cinque tappeti dalle linee morbide e sinuose o rettangolari secondo la tradizione per raccontare l’atmosfera romantica dei giardini storici in una visione armonica che unisce l’Oriente e l’Occidente. Un rigoglioso giardino dove i fiori sono reinterpretati utilizzando lane e sete pregiate, sapientemente annodate a mano nel nord dell’India.

Recentemente ho organizzato la splendida esposizione “L’ELEGANZA DEL VENTO” dell’artista Enzo Montagna, artista materico, colorato, espressivo, luminoso. Forse anche illuminato.

Ormai, di prassi, ogni due/tre mesi ospitiamo eventi speciali, ogni volta diversi ed intriganti.

Che altre iniziative hai in programma?

È di questi giorni un’altra mostra assolutamente originale “INCASTONATURA. Gioielli artistici di Roberto Sangineto” che ospiterò almeno fino al 10 luglio 2021.

Lo conosco bene! È mio fratello 🙂

Esatto… Di lui posso dirti che ne ho viste tante di forme di creatività applicata al design, ma lui si colloca ai gradini più elevati. Si tratta di un artista orafo sui generis, che crea a mano gioielli in argento utilizzando, al posto delle pietre preziose, rare radici di alberi che hanno “incastonato” naturalmente delle pietre. Grazie alla sua maestria, questi autentici “miracoli della Natura”, tornano alla luce restituendo energia positiva sotto forma di micro-sculture da indossare. Sono pezzi unici ed irripetibili, gioielli che non hanno eguali al mondo. Roberto Sangineto è un vero innovatore della tradizione orafa vicentina.
Emozionante!

Roberto Sangineto con uno dei suoi gioielli “IncastoNatura”

A proposito di tradizioni vicentine…. se fossi nella stanza dei bottoni della politica locale, cosa faresti? E che consiglio daresti a chi amministra Vicenza per renderla più attrattiva?

Bella domanda… qualche anno fa, con il patrocinio del Comune di Vicenza, era nato dal sogno di pochi, un bellissimo progetto: “ART CONNECTION”, percorsi d’arte e cultura in città.  Un progetto che riuniva in una mappa cartacea, ma anche interattiva e digitale, ben 35 realtà culturali di Vicenza che avevano deciso di fare rete, presentandosi con uno strumento agile e utile per chiunque volesse conoscere gallerie, associazioni culturali e spazi espositivi di Vicenza ed essere aggiornato sugli eventi in programma. La mappa cartacea era stata stampata in 10.000 copie e distribuita in città nei punti aderenti, nei musei pubblici e privati, allo IAT di piazza Matteotti e in alcuni hotel e ristoranti della città.

Purtroppo, senza il tangibile aiuto del Comune di Vicenza, in questi ultimi anni il gruppo s’è scollato, vanificando di fatto quella che io ritenevo un’ottima iniziativa da rendere continuativa. Sono infatti sempre stata convinta che fare gruppo e lavorare assieme alle Istituzioni, sia una straordinaria opportunità che tutti noi dovremmo saper cogliere!

Il mio auspicio, se fossi appunto nella stanza dei bottoni della politica vicentina, sarebbe quello di lavorare in sinergia, unendo le forze per il bene della collettività. Cerco di applicare questa regola in primis nel mio spazio, con risultati entusiasmanti. Figuriamoci se lo facesse un’intera città con la sua meravigliosa provincia.

Luisa Amatori con Maurizio Sangineto

PAOLO LIMOLI, L’ARTISTA DELLA CARTA

Dopo una lunga esperienza come grafico e pubblicitario di successo, il vicentino Paolo Limoli si è inventato una nuova maniera per esprimere la sua creatività attraverso la carta: usarla in modo tridimensionale per farne autentiche opere d’arte. L’ho incontrato e vi racconto in esclusiva la sua affascinante storia.

Ciao Paolo, io e te ci conosciamo da ragazzi, ma vorrei raccontare a chi non ti conosce la tua bella storia professionale e accompagnare i lettori di VICENZACOM alla scoperta del tuo mondo artistico. Raccontami dei tuoi inizi…

Gli inizi partono da lontano. Evidentemente devo aver ereditato dei talenti perché senza studi specifici ho iniziato a disegnare da bambino, poi ad appassionarmi alla musica imparando a suonare le tastiere all’età di 10 anni. Lo facevo spinto semplicemente dalla passione e dall’istinto, ma erano attività cui mi dedicavo più tempo possibile. In questo senso ero un bambino anomalo… preferivo disegnare e suonare invece che andare al parco a giocare a calcio. Non ero un “asociale”, non lo sono mai stato, ma avevo queste priorità nella mia testa. Ne sentivo il bisogno, il piacere e il “dovere”. Negli anni hanno continuato a farmi compagnia fino a quando non ho terminato il Liceo ed è a quel punto che sono rimaste semplici passioni. Non è difficile però immaginare, avendo questa sensibilità artistica, ed in particolare la capacità di disegnare, in quale settore io abbia potuto affacciarmi professionalmente.

Quindi mi stai dicendo che a 18 anni hai fatto una scelta di campo, tra le tue due grandi passioni e talenti giovanili. Il gesto grafico ha avuto il sopravvento, considerato anche che fare musica di professione a Vicenza non sarebbe stata una scelta in discesa… giusto?

Esatto. Anche se mi sono preso qualche bella soddisfazione, la musica è rimasta allo stadio di passione.

Il disegno invece mi ha aperto la strada verso la professione. Ho iniziato seguendo il classico consiglio che si dà ai giovani, ovvero di provare a proporsi bussando alla porta di chi la professione la svolgeva già con successo. Fu così che mi proposi come grafico alle agenzie di comunicazione e pubblicità vicentine, conoscendo in pochi mesi praticamente tutte le realtà locali. Fu una grande fortuna perché ebbi così modo di conoscere professionisti di assoluto rilievo. Uno di loro in particolare… Un mantovano importato a Vicenza dopo una lunga e prestigiosa carriera a Milano.

Scommetto che si trattava di Giancarlo Alesiani!

Giancarlo Alesiani, graphic designer

Esatto!

Straordinario professionista e splendida persona… Amico comune.

Si… lui è stato per me un amico, un padre e un grande maestro, anche in virtù dei sedici anni di differenza di età. Una persona diretta e limpida, per certi versi poco diplomatica, tant’è che quando ci siamo conosciuti mi disse: “Se vuoi lì c’è un tavolo per te. Ti insegno l’ABC. Qui c’è una libreria (NR per la cronaca una spettacolare collezione di libri sulla grafica e sul design). Non mi rompere le scatole. Però se ti comporti bene e prometti di stare zitto, ti porto ai servizi fotografici, in tipografia, magari anche a qualche riunione con i clienti così impari il lavoro. Se ti sta bene ti do un gettone di presenza di 50.000 lire al mese (NR l’equivalente di 50 € di oggi). Se non ti va bene quella è la porta”.

Me lo ricordo come fosse oggi. Parole testuali. Ed io, altrettanto direttamente ed istintivamente, gli risposi: “Giancarlo, se vuoi quei soldi te li do io, anche di più, se mi insegni. Io ho voglia di imparare.” E questo scambio di battute dirette ci conquistò a vicenda. Mi diede subito la chiave e lì rimasi per 8 anni. Aveva clienti di livello top, come Marzotto, COIN, Banca Cattolica del veneto (l’odierna Banca Intesa), BMW e altri del genere, per intenderci…
Due anni dopo, a vent’anni, avevo già la mia partita IVA, ero un libero professionista e lavoravo sia per lui che per altre agenzie di Vicenza.

Paolo Limoli con Pino Rausa, pubblicitario vicentino.

È stata un’esperienza incredibile che mi ha consentito di conoscere il mondo della comunicazione, vicentino e nazionale, come meglio non sarebbe stato possibile. Ed è stata la maniera migliore per darmi la conferma che quella era la mia strada. Mi piaceva tutto di quel mondo. Mi sono appassionato alla fotografia, alla stampa, a tutte le tecniche di riproduzione, e poi anche alle discipline più complesse come il marketing, la comunicazione, la pubblicità…

Non ero più semplicemente un graphic designer. Come era lui del resto, che sapeva districarsi tra tutte queste discipline con agilità e confidenza. Ed inizio a collaborare anche con gli altri protagonisti della comunicazione vicentina, come Pino Rausa.

E questo mix di discipline è rimasto il mio lavoro per oltre quarant’anni.
Però, dato che iniziai quel mestiere in un’epoca in cui il computer non esisteva e si lavorava rigorosamente a mano, con la carta, mi è rimasta quella capacità di mantenere una “concretezza” ed una vicinanza fisica con i materiali, che poi mi è tornata molto utile.

Me lo ricordo bene… non c’era il computer e tantomeno tutti i software che oggi rendono molto più facile il mestiere togliendo di fatto al grafico la complessità realizzativa manuale che era la prassi in quel periodo. Quindi o eri bravo o… niente!

Esatto… Non c’era via di mezzo né spazio per l’improvvisazione. Se sbagliavi anche solo una virgola dovevi buttare via tutto e rifare il lavoro da capo. Come nella musica, se sbagliavi una nota durante la registrazione dovevi ripartire da capo. Oggi ci sono addirittura i correttori di intonazione e di ritmo…
Quindi quella è stata per me una grande scuola di disciplina, precisione e pazienza, oltre che di professione. E soprattutto di determinazione, perché quando devi mettere in gioco così tanto impegno, a volte per niente, ti viene voglia di mollare tutto.

Poi con l’avvento del computer, che io amo perché ritengo la tecnologia una straordinaria opportunità, ho capito che certi limiti venivano totalmente abbattuti e che non c’erano più limiti alla creatività, sia in termini economici che di difficoltà tecniche rispetto alla modalità manuale. Ho capito che potevo così “espandere” tutto quello che c’era nella mia mente. Quindi mi sono appassionato ed ho iniziato a lavorare moltissimo con la tecnologia.
Però negli anni ho sentito il bisogno di tornare alle origini.

Spiegaci meglio questo ritorno di fiamma.

Ad esempio, ho ricominciato dare maggiore spazio alla musica, sempre per passione, anche durante la mia permanenza all’estero. Per la cronaca ho vissuto 10 anni in Spagna e proprio qui ho realizzato, rigorosamente a mano, il mio primo “pezzo”, che ha dato il “la” al mio nuovo filone professionale. L’ho fatto per me, senza alcuna committenza, per il piacere di tornare a creare qualcosa manualmente.

Quando parli di “pezzo” intendi un’opera artistica quindi… Mi stai già anticipando della traslazione della tua competenza di grafico in un ambito artistico… giusto?

Esatto… La mia grande passione per la carta, l’elemento primario con cui mi sono confrontato professionalmente sin dagli esordi, affinata negli anni in cui si stampava molto, dai libri, ai cataloghi, ai depliant, mi ha sempre accompagnato anche quando la comunicazione si è fatta elettronica. Una materia che per lavorare dovevi conoscere in tutte le sue sfaccettature e potenzialità. La composizione della carta, la sua resa, le caratteristiche distintive, le tecniche di stampa, gli inchiostri ecc. Non era solo una questione “estetica”, ma di conoscenza e di rispetto.

Ne è derivata un’intensa attività relazionale anche con chi la carta la produceva, come Fedrigoni, tutt’ora tra i più importanti al mondo, o come Favini, azienda locale di Rossano Veneto, di cui ho usato moltissima carta fin dall’inizio facendo il grafico. In particolare, apprezzavo il modello “Bindakote”, una loro esclusiva. Una carta che ha più di cinquant’anni, prodotta da un’azienda con più di un secolo di storia. Radici profonde quindi che si sono legate alla mia storia professionale.

Ad un certo punto, proprio mentre ero in Spagna, ho sentito l’esigenza di usare la carta in chiave artistica. Purtroppo, vivendo lì, non avevo la possibilità di procurarmi quei materiali così evoluti, e mi dovevo accontentare di quel poco che trovavo lì nelle cartolerie.

Infatti in Spagna, per quanto ne so, manca la cultura della carta come la intendiamo noi in Italia…

Proprio così… c’è pochissimo, tant’è che anche in chiave professionale quando cercavo un certo tipo di carta per stampare lavori per i clienti, i fornitori non sapevano neanche di cosa parlassi. Per questo ad un certo punto ho deciso di fare intanto qualcosa per me, iniziando a sperimentare una nuova forma di espressione artistica attraverso la carta.

A me è sempre piaciuto l’effetto tridimensionale nella grafica e mi stuzzicava l’idea di poter aggiungere alla carta, da sempre usata solo come supporto per la stampa, una terza dimensione, lavorandola in un certo modo e nobilitandone la funzione.

Avevo intuito che potevo sviluppare delle cose molo divertenti e intriganti.

Qual era il primo soggetto di questa tua nuova dimensione artistica?

Era il 2005 e si trattava, con tutti i difetti che poi nel tempo ho imparato a correggere, di una prima “scultura” a forma di cascata. Una scatola che, aprendosi, dava origine ad una serie di livelli discendenti colorati, che davano appunto l’idea di una cascata. Un effetto ottico molto suggestivo.

La prima opera tridimensionale in carta di Paolo Limoli

Interessante… mi viene in mente un paragone ardito, ma che rende l’idea. Mi riferisco alla ricerca artistica di Lucio Fontana che con i suoi famosi “tagli” sulla tela è stato il primo pittore a dare una tridimensionalità al quadro. Il primo ad andare “oltre la tela” per cercare qualcosa di inesplorato. Tu, per certi versi, hai fatto un’operazione analoga, uscendo dallo schema abituale in cui la carta è sempre stata vista e usata come supporto bidimensionale per la stampa. Hai creato un livello superiore di utilizzo, visivo e concettuale, della carta.

Certo… lui era proprio uno dei miei artisti di riferimento. Quella prima opera, che avevo realizzato per me e per puro diletto, senza fini commerciali, mi aveva aperto gli occhi e la mente.  In quel periodo frequentavo parecchi artisti spagnoli, alcuni di alto profilo, che invitavo per delle belle cene a base di cucina italiana. Successe che iniziai a ricevere da loro un sacco di complimenti per questa mia nuova dimensione artistica. Erano stupiti e ammirati e mi invitavano a continuare su questa strada. Devo dire che mi hanno stimolato molto, ma io sapevo che lì non potevo andare oltre per evidenti limiti nella materia prima stessa: la carta.

E così ho tenuto questa passione nel cassetto fino a quando non sono rientrato in Italia nel 2013.
Non è difficile immaginare qual è stata la prima visita che ho fatto. Immaginando di dare un seguito a quella mia prima intuizione artistica, mi sono preoccupato di procurarmi la materia prima, ovvero quella carta di qualità che avevo tanto desiderato. La prima visita che ho fatto è stata infatti a Favini.

Mi sono portato questo primo pezzo per fargli capire cosa avrei voluto fare con le loro carte speciali.

Quindi sei andato da un produttore di carta non più in qualità di grafico, bensì di “artista”…

Esatto, perché sapevo esattamente con quali delle loro carte io avrei voluto proseguire il percorso iniziato in modo sperimentale in Spagna. Ogni opera che avevo in mente necessitava infatti di una carta speciale, in grado di supportarne la struttura ed enfatizzarne la resa estetica.

La stessa cosa avviene infatti ad esempio per lo scultore che sceglie esattamente il tipo di marmo di cui ha bisogno, o il musicista che sceglie un determinato strumento per eseguire la sua composizione.

Loro non mi conoscevano, ma mi accolsero con grande disponibilità e cortesia, ascoltando attentamente la presentazione del mio progetto ed osservando con curiosità l’opera che mi ero portato dietro. Evidentemente il mio entusiasmo e l‘originalità della proposta fecero la loro parte perché il responsabile dell’azienda mi disse: “Ok Paolo, fammi la lista della “spesa” e da questo momento ti daremo tutte le carte che ti serviranno per sviluppare il tuo progetto.”

Bellissimo! Complimenti a te e alla loro apertura mentale. Non è facile per chi fa industria ed è abituato a determinati ambiti e rapporti professionali di fornitura.

Davvero… quando ricevetti le primi pacchi con quelle bellissime carte colorate mi sembrava di essere un bambino che apre i regali sotto l’albero di Natale… Preso da un entusiasmo fuori dal comune iniziai così a tuffarmi nella fase realizzativa di tutte quelle opere che avevo solo immaginato fino a quel momento. E così, all’inizio del 2016, mi sono ritrovato pronto per la mia prima mostra. Ad Arzignano, in una location bellissima: Atipografia.

Ne avevo sentito parlare e tra l’altro, visto che mi occupo per mestiere di nomi, non posso non cogliere lo straordinario nesso semantico tra le tue opere, basate sull’uso della carta, e questa location che era appunto una ex tipografia reinventata in chiave espositiva. Evidentemente c’è un DNA alla base. Location perfetta per il tuo progetto.

Infatti… pensa che lo spazio espositivo delle mie opere in quel contesto è stato proprio l’ex magazzino della carta di quando la tipografia era attiva. Tutte le mensole di legno originali che ospitavano le risme di carta sono state il supporto espositivo delle mie prime 14 opere.


Incredibile… Le opere erano letteralmente “a casa loro”…
E come hai vissuto questa esperienza? Ne hai tratto le prime indicazioni?

Certamente! Era un vero e proprio esame per me. Volevo capire se quello che avevo in mente era solo una mia infatuazione o avrebbe potuto trasformarsi una vera attività. Volevo proprio “tastare” il terreno. E mi serviva soprattutto la risposta più importante: quella del pubblico.
La ciliegina sulla torta fu che abbinai le opere alla musica, ovvero canzoni dei Genesis, tra i miei miti.

Mi dai lo spunto per ricordare un episodio che ci lega, proprio in chiave abbinamento grafica e musica. Il primissimo logo della mia attività me lo realizzasti tu, nei primi anni ’80…

Me lo ricordo bene… e la cosa bella è che quel logo fu disegnato rigorosamente a mano.

Quindi, riepilogando, la tua prima mostra è stata un connubio tra opere cartacee tridimensionali, abbinate ad una suggestione musicale.

Perfetto. E la formula è piaciuta perché, pensa, anziché durare tre settimane come previsto, su richiesta del pubblico la mostra è stata prorogata per più di due mesi. I visitatori sono stati più di cinquecento, anche provenienti dall’estero.

Ricevetti in quell’occasione incoraggiamenti e complimenti da parte di altri artisti di caratura internazionale. Ma l’elemento decisivo nel farmi acquisire la giusta consapevolezza fu la vendita di oltre metà delle opere esposte.

Questo è l’aspetto fondamentale che consente ad un artista di trasformare una passione in un mestiere. Il passaggio più delicato, spesso causa di delusioni.

Verissimo. Ed in questo senso la scintilla decisiva fu il fatto che l’opera più costosa venne acquistata, in una maniera indimenticabile, da una persona speciale. Era un signore novantenne, alto, elegantissimo e perfettamente in forma, un personaggio alla  “Paul Newman” per intenderci Io non sapevo chi fosse. Dopo svariate visite, durante le quali mi intratteneva con argomenti interessantissimi, ma per nulla inerenti alla mia esposizione, mi disse: “Paolo, io vorrei acquistare quest’opera, se non l’hai già venduta. Ma a condizione che sia tu a portarmela e a collocarla nel giusto spazio a casa mia.

Caspita!

“Ok!”, dissi. E così scoprii, quando andai a casa sua, che era il presidente della Burgo, colosso mondiale della produzione di carta. Fornitore di aziende del calibro di Mc Donalds, per intenderci. Collezionista di prim’ordine, che più che una casa aveva una vera galleria d’arte, con opere di artisti del più elevato livello. Rimasi pietrificato. Non c’era uno spazio, nei saloni, nelle camere, nella cucina, nei bagni, che non fosse completamente riempito con opere d’arte straordinarie firmate da artisti di fama planetaria. Da Warhol, a Matisse, a Chagall, a Pomodoro e via di seguito. C’era tutto! Ma lui mi disse: “Scegli uno spazio”.
E, per giunta, mi chiese anche di dargli del tu…

Fantastico! Possiamo dirne il nome?

Guido Marchi. Nonostante mi fossi abituato in Spagna a dare del tu a tutti, con lui mi sentii un po’ in imbarazzo, soprattutto quando gli dissi timidamente che per poter posizionare fisicamente la mia opera avrei dovuto fargliene togliere un’altra… “E che problema c’è? Forza!” disse con tono deciso.

A quel punto gli indicai una parete ed uno spazio preciso. E lui tranquillo fece togliere un quadro di valore, per fare spazio al mio.

Credo che sia stata una bellissima soddisfazione.

L’opera di Paolo Limoli scelta da Guido Marchi

Certo! Da allora capii che avevo individuato un percorso.

E quali sono stati i passi successivi? Hai fatto altre mostre o hai optato per lavorare dietro le quinte come fanno molti artisti oggi.

Si sono aperti scenari interessanti. Mi è stato chiesto ad esempio di creare dei multipli delle mie opere, con tecniche industriali. Ma è una strada che per il momento ho preferito non seguire, proprio per i discorsi fatti sulla manualità e sul suo fascino. Uno dei cardini delle mie opere consiste proprio nella loro unicità. Nascono da operazioni manuali di precisione, come il taglio, il posizionamento o l’incollaggio, che eseguo personalmente seguendo temi ispiratori. Può essere la Natura, la Musica, il Cinema, il Design…

E l’Amore ho visto anche…

Esatto. Infatti, il tema del cuore tridimensionale, creato con la carta, è uno dei miei cavalli di battaglia, protagonista delle diciotto mostre che ho fatto fino ad oggi, di cui ben quindici personali.

Le ho fatte a Vicenza, a Padova, a Trieste, fra le altre città, ma anche a Londra, grazie ad una bellissima amicizia con un gruppo di musicisti inglesi, i Big Big Train, con cui collaboro, in grafica e in musica. Ne fa parte Nick D’Virgilio, ex batterista dei Genesis.

Diciamo che questa commistione tra arte e musica è un po’ il tuo filo conduttore, personale e professionale.

Assolutamente. Anche se la musica è rimasta a livello di pura passione mentre l’arte con la carta è divenuta il mio mestiere, si tratta di due filoni che nella mia vita viaggiano sempre in parallelo. E credo che saranno queste le ultime due cose da cui mi separerò, un giorno spero lontano.

Sai che ti capisco… qui da me la musica c’è sempre, anche di notte e anche quando non ci sono. Crea onde positive che fanno bene anche ai muri. E la materia influenza le persone. Ma tornando a te… una curiosità… hai avuto una vita ricca di emozioni ed esperienze. Hai messo a fuoco la giusta attività per coniugare passione e lavoro. Ma qual è il tuo sogno nel cassetto?

Uh! Ne ho tanti! Per quello che riguarda l’arte, sogno un’esposizione internazionale di alto profilo, in una galleria importante. Magari negli Stati Uniti, dove si sta proprio muovendo qualcosa. E magari ricevere un riconoscimento artistico internazionale. Ecco, questo sarebbe la ciliegina sulla torta.

Ultima domanda, visto che sei ospite di VICENZA.COM, come vivi, da cittadino di un’altra parte del mondo oggi tornato nella sua città, Vicenza?

Io ho cominciato a scoprire e capire Vicenza allontanandomene. Ero forse un po’ assuefatto a questa città che ti fagocita nel suo modo di vivere “provinciale”. Non è una definizione necessariamente negativa, ma definisce uno status che rende spesso difficile varcare certi stereotipi, superare certi ostacoli culturali e certi limiti nell’apertura mentale dei suoi abitanti e soprattutto da parte di chi dovrebbe offrire opportunità. Situazioni che ho capito bene andandomene.

Quando mi trasferii in Spagna, il Comune di Vicenza mi chiamò per fare dei corsi per migliorare la comunicazione tra le persone che lavoravano all’interno dell’istituzione. Feci ben venti corsi, istruendo centinaia di persone. Fu un’esperienza bellissima, vissuta da pendolare tra Spagna e Vicenza. Usai quelle occasioni per far capire a chi gestiva la città in quegli anni, gestione Hullweck, che secondo me poteva fare qualcosa di importante per la città. Ma non perché lo dicessi io, ma perché era nelle corde della città poter fare qualcosa che andava oltre lo standard.

Quando poi tornai qui, praticamente da “turista”, cominciai ad osservare Vicenza con un’ottica diversa. Ho le mie radici qui. Sono nato a Valdagno. Ho trascorso a Vicenza la maggior parte della mia vita, tolta qualche parentesi a Genova, a Napoli, a Roma. Il mio giudizio è quindi obiettivo. Posso affermare che Vicenza offre degli spunti interessanti, soprattutto grazie alla sua storia meravigliosa. Un luogo che consente anche di rapportarsi alle persone con una certa facilità. Ci si conosce tutti. Provo affetto per Vicenza. Ma credo che Vicenza sia sostanzialmente una straordinaria “base d’appoggio”.
Una bellissima base da cui gettare “ponti verso l’esterno”.

Grazie Paolo! Ti auguro che questi ponti ti facciano arrivare dove ambisci e dove meriti.
Magari a Los Angeles 😉

Vuoi segnalare qualcosa di interessante su Vicenza, a cui vorresti dare più visibilità?